«È il momento di un nuovo inizio»: il discorso di Obama al Cairo

Scritto da: il 05.06.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

Sono onorato di essere nell’antichis­sima città del Cairo, ospite di due illu­stri istituzioni. Da circa mille anni al-Azhar rappresenta un faro di cultu­ra islamica e da più di un secolo l’Uni­versità del Cairo è fonte e stimolo di progresso per tutto l’Egitto. Insieme, queste due istitu­zioni incarnano un perfetto sodalizio tra sviluppo e tra­dizione. Vi ringrazio per la vostra ospitalità  e per l’accoglienza ricevuta dal popolo egiziano. E sono altresì orgoglioso d’essere latore di un messaggio di buona volon­tà da parte dell’intero popolo americano e di un saluto di pace da parte delle comunità musulmane del mio Pae­se: Assalaamu alaykum! (Che la pace sia con voi).

Il nostro incontro cade in un periodo di tensione tra gli Stati Uniti ed i musulmani del mondo intero, una tensione generata da forze storiche che travalicano l’attuale dibattito poli­tico.

Le relazioni tra l’Islam e l’Occidente si fondano su secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche su conflitti e guerre di religione.

In tem­pi recenti, le tensioni sono state provocate dal colonialismo, che ha negato diritti del tutto legittimi ed op­portunità di crescita a molti musulmani, e dalla Guerra Fredda, nel corso della quale i Paesi a maggioranza musulmana fin troppo spesso sono stati utilizzati alle stregua di pedine, senza tenere con­to delle loro aspirazioni.

Inoltre, i cambiamen­ti profondi avviati dalla modernizzazione e dal­la globalizzazione hanno spinto non pochi mu­sulmani a vedere nell’Occidente un nemico delle tradizioni dell’Islam.

La violenza estremista ha sfruttato a suo favore proprio queste tensioni all’interno di piccole ma potenti mi­noranze musulmane.

Gli attacchi dell’11 set­tembre 2001 e le ripetute azioni sanguino­se di questi estremisti contro le popolazioni civili hanno spinto una parte del mio Paese a considerare l’Islam come inesorabilmente osti­le non soltanto all’America e ai Paesi occidentali, ma anche ai diritti umani. Da qui sono emerse nuove paure e nuove diffidenze.

Ma fintanto che i nostri rapporti saranno fonda­ti su divergenze, daremo mano libera a coloro che vogliono seminare odio, anziché pace. Io sono venuto qui da voi per gettare le basi di un nuovo inizio tra gli Stati Uniti ed i musulma­ni di tutto il mondo, un nuovo rapporto fonda­to sul reciproco rispetto e su interessi comuni basato su questa verità, che l’America e l’Islam non si escludono a vicenda e non sono in competizione.

Anzi, i nostri Paesi hanno in comune molti principi. I principi della giusti­zia e del progresso, della tolleranza e della di­gnità di tutti gli esseri umani.

Io voglio afferma­re questa verità, pur sapendo che i cambia­menti non avvengono dall’oggi al domani. Occorre però fare uno sforzo per ascol­tarci a vicenda, per imparare gli uni dagli altri, per rispettarci e cercare un terreno d’intesa.

Come dice il Corano «Dio ti guarda, di sempre la verità».

Sono cristiano, ma mio padre veni­va da una famiglia kenyota che vanta genera­zioni di musulmani. Da bambino, negli anni passati in Indonesia, ascoltavo l’invocazione dell’azaan all’alba e al tramonto. Da giovane, ho lavorato nelle comunità di Chicago dove molti avevano trovato pace e dignità nella fede islamica. Lo studio della storia mi ha insegna­to quanto è grande il debito della nostra civiltà verso l’Islam.

Ho conosciuto l’Islam in tre continenti pri­ma di metter piede nella regione che ne è stata la culla. E l’esperienza mi dice che la collabora­zione tra l’America e l’Islam dovrà essere impo­stata su quello che l’Islam è, non su quello che non è.

Sarà mia responsabilità, quale presiden­te degli Stati Uniti, combattere gli stereotipi negativi dell’Islam dovunque essi si manifesti­no. Lo stesso principio, tuttavia, dovrà ispirare la percezione dell’America tra i musulmani.

Proprio come i musulmani mal si attagliano a un vile stereotipo, l’America non incarna il vile stereotipo di un impero egoista.

Ha fatto molto discutere il fatto che un afro-americano, di nome Barack Hussein Oba­ma, sia stato eletto presidente. Ma la mia sto­ria personale non è poi così eccezionale. Se il sogno americano non si è avverato per tutti in America, quella promessa esiste sempre per coloro che approdano ai nostri lidi, compresi i quasi sette milioni di musulmani americani che oggi vivono nel nostro Paese e possono vantare un reddito e un’istruzione superiori al­la media. Inoltre, la libertà in America è inscin­dibile dalla libertà di praticare la propria fede religiosa.

Per questo motivo c’è una moschea in ogni stato della nostra Unione, per un totale di oltre 1.200 luoghi di culto musulmani. E il governo americano è arrivato fino alla Corte Suprema per proteggere i diritti di donne e ra­gazze che vogliono portare l’hijab, condannan­do coloro che vorrebbero negarlo.

Infine, è ve­nuto il momento di spazzar via ogni dubbio: l’Islam fa parte dell’America.

Animato da que­sto spirito, desidero perciò esprimermi con semplicità e chiarezza su specifiche questioni che dovremo finalmente affrontare insieme.

Il primo argomento è la violenza estremista in tutte le sue forme.

Ad Ankara ho ribadito che l’America non è – e non sarà mai – in guerra con l’Islam. Siamo pronti tuttavia a combattere senza mezzi termini gli estremisti che mettono a repentaglio la nostra sicurezza. Perché anche noi respingiamo quello che tut­te le religioni respingono: l’uccisione di uomi­ni, donne e bambini innocenti. E il mio primo dovere, come Presidente, è proteggere il popo­lo americano.

La situazione in Afghanistan dimostra quali sono gli obiettivi dell’America e la necessità di lavorare assieme.

Più di sette anni fa, gli Stati Uniti sono intervenuti contro al-Qaeda e i talebani con un forte appoggio internazionale. Non siamo andati in Afghanistan per nostra scelta, ma per necessità.

So bene che alcuni mettono in dubbio o addirittura giustificano gli eventi dell’11 settembre. Ma lo ripeto con fermezza: quel giorno al-Qaeda ha ucciso qua­si tremilapersone. Non voglio essere frainte­so: non abbiamo alcuna intenzione di mante­nere le nostre truppe in Afghanistan. Non vo­gliamo insediare basi militari. L’America vive nell’angoscia di veder cadere i suoi ragazzi. Saremmo felicissimi di riportare a casa tut­ti i nostri soldati se fossimo certi che in Afgha­nistan e in Pakistan non vi fossero più estremisti decisi a sterminare quanti più americani possi­bile.

Ma le cose non stanno ancora così. È per questo motivo che siamo affiancati da una coa­lizione di 46 Paesi. E malgrado gli ingenti co­sti, l’impegno americano non verrà meno.

Vorrei toccare anche il tema dell’Iraq. A dif­ferenza dell’Afghanistan, la guerra in Iraq è sta­ta una scelta che ha scatenato fortissime pole­miche nel mio Paese e in tutto il mondo.

Seb­bene sia convinto che, tutto sommato, gli ira­cheni non rimpiangono affatto la tirannia di Saddam Hussein, credo tuttavia che gli eventi in Iraq abbiano fatto capire all’America che per risolvere i nostri problemi occorre rivolger­si alla diplomazia e costruire il consenso inter­nazionale laddove è possibile.

Ho esplicita­mente proibito l’uso della tortura negli Stati Uniti e ordinato la chiusura della prigione di Guantanamo nei primi mesi del prossimo an­no.

La seconda, importante causa di tensione da discutere è la situazione tra israeliani, palesti­nesi e il mondo arabo.

I forti legami che uni­scono l’America e Israele sono ben noti. È un nodo indissolubile, fondato su vincoli storici e culturali e sulla consapevolezza che l’aspirazio­ne a una patria ebraica affonda le radici in eventi tragici e incontestabili. Il popolo ebrai­co è stato perseguitato per secoli in tutto il mondo e in Europa l’antisemitismo è sfociato in un Olocausto senza precedenti.

Sei milioni di ebrei sono stati sterminati, più dell’intera popolazione di Israele ai nostri giorni. Negare questi fatti è un atto di viltà, di ignoranza e di odio. D’altro canto, è innegabile che il popolo palestinese – cristiani e musulma­ni – abbia sofferto a sua volta alla ricerca di una Patria. Da più di ses­sant’anni non conosce la tutela di uno Stato. I palestinesi sono sog­getti a umiliazioni quotidiane – grandi e piccole – che derivano dall’occupazione.

Lo ribadisco con forza: la situazione del popolo pale­stinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle davanti alle le­gittime aspirazioni dei palestinesi di vivere dignitosamente in uno Stato proprio.

L’unica soluzione è quella di far convergere le aspira­zioni di entrambi i popoli con la creazione di due Stati, in cui israe­liani e palestinesi vivranno in pace e sicurezza.

La terza causa di tensione è il no­stro comune interesse per i diritti e le responsabilità delle nazioni per quel che riguarda gli armamen­ti nucleari, che tante divergenze ha sollevato tra gli Stati Uniti e la Re­pubblica islamica dell’Iran.

Tutti i Paesi – anche l’Iran – hanno il dirit­to di accedere all’energia nucleare a scopo pacifico, se accettano le proprie responsabilità sotto il Trat­tato di non proliferazione nucleare.

Il quarto argomento che intendo affrontare riguarda la democrazia.

Negli ultimi anni, non poche controversie hanno circondato il concet­to di diffusione della democrazia, specie a pro­posito della guerra in Iraq. In questa sede per­tanto vorrei ribadire che nessuna nazione può permettersi di imporre a un’altra un qualsivo­glia sistema di governo.

L’America è pronta ad ascoltare tutte le voci pacifiche e rispettose del­la legalità che vogliono farsi sentire nel mon­do, anche se siamo in disaccordo. E noi acco­gliamo tutti i governi pacifici ed eletti dal po­polo, purché siano rispettosi dei loro cittadini.

Il quinto tema da affrontare insieme è la li­bertà di religione, un concetto fondamentale per garantire la convi­venza pacifica dei popoli. Dovremo fare mol­ta attenzione nel tutelarla.

Il sesto argomento riguarda i diritti delle donne. Respingo quanto si sostiene talvolta in Occidente che la donna che decide di coprirsi il capo si consideri in un certo senso inferiore.

Sono fermamente convinto, invece, che nega­re l’istruzione alle donne significa negar loro il diritto all’uguaglianza.

Non è una coincidenza che i Paesi dove le donne godono di elevati li­velli di istruzione hanno maggiori possibilità di sviluppo.

Questo è il mondo che voglia­mo, ma potremo realizzarlo soltanto con l’im­pegno di tutti. Sta a noi decidere, ma solo se avremo il coraggio di impostare un nuovo ini­zio, tenendo a mente le Scritture.

Dice il Corano: «Umanità, ti abbiamo creato maschio e femmina e moltiplicato in nazioni e tribù per farvi conoscere».

Dice il Talmud: «La Torah intera ha lo scopo di promuovere la pa­ce ».

Dice la Bibbia: «Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

I popoli del mondo sanno vivere assieme pacificamen­te. Sappiamo che è questa la volontà di Dio. E questo sarà il nostro compito sulla Terra.

Gra­zie, e che la pace del Signore sia con voi.

Barack Hussein Obama, il Cairo, giovedì 4 giugno 2009

Barack Obama
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