Alcune considerazioni in libertà sullo stupro, gli stupratori, i giudici, i codici e le pene

Scritto da: il 25.01.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

I tragici fatti degli ultimi giorni, con le numerose donne violentate dalla Sicilia alla Lombardia passando per Roma e Guidonia, impongono una riflessione su quel che sta divenendo l’Occidente e, segnatamente, quel suo lembo sbrindellato che è l’Italia.

La notizia che il giovane reoconfesso di uno stupro la notte di Capodanno è già agli arresti domiciliari non è che l’ennesima riprova di come il codice penale italiano faccia acqua da tutte le parti e consenta ai magistrati una discrezionalità che spesso e volentieri viene applicata tarando le misure restrittive verso il basso. Ossia scegliendo - beninteso codice alla mano – la forma più blanda di detenzione possibile per un arrestato. Oppure la liberazione.

Da una parte c’è quindi un codice debole, una legge che è tutta a protezione del presunto colpevole fino a condanna (definitiva) avvenuta (ma anche oltre, sia chiaro), dall’altra una magistratura che quando può sembra orientata a provvedimenti il più possibile miti, nei margini (troppo ampi) che il legislatore ha consentito al giudice.

Ovvio che in tale contesto ipergarantista i criminali si fanno beffe delle forze dell’ordine e, soprattutto, delle vittime, certi di una impunità di fatto sulla quale in molti casi si può contare anche venendo arrestati in flagrante.

Come si è giunti a tutto ciò? Come si è arrivati ad una situazione in cui lo Stato privilegia la difesa dell’imputato-criminale piuttosto che della vittima?

Io ho sempre pensato che Giustizia e Legge siano acerrime nemiche ed i fatti me lo confermano ogni giorno di più. Soprattutto osservando il mondo giuridico e politico italiano ed americano (per fare un esempio vicino a noi ed uno lontano ma certo paradigmatico dell’intero Occidente), con avvocati senza scrupoli che non si vergognano di difendere i mostri più orribili, dai pedofili ai narcotrafficanti, e parlamentari che invece che costruire nuove carceri fanno indulti.

Ma scendiamo nel concreto e valutiamo alcuni cardini della filosofia garantista. E prendiamo, ad esempio, il concetto di proporzionalità della pena. Giuristi vari e garantisti dicono che la pena deve essere proporzionata al reato commesso. E chi stabilisce quando una pena è proporzionata? Il legislatore, chiaro. Ma se al senso comune appare evidentissimo che il legislatore ha sbagliato e che la pena è del tutto inadeguata al reato, che cosa accade? Perché non (ri)porre mano immediatamente ai codici, (ri)pensando le pene per vari illeciti, dalla guida pericolosa in sù (che di morti ogni anno ne causa a migliaia), passando per lo scippo, la rapina e giungendo al reato più odioso di tutti, lo stupro?

Proporzionalità della pena, dicevamo (anzi, dicevano) … Che pena può essere proporzionata ad uno stupro? Escludendo (ed anche qui, comunque, ci sarebbe da ragionare) pene corporali, appare evidente come solo l’ergastolo possa essere adeguato. In molti Stati dell’Unione americana è così da decenni, nessuno si scandalizzi.

E che dire della concezione di chi ritiene che la pena serva a rieducare? È possibile pensare che gli animali di Guidonia possano mai essere recuperati, rieducati? Io credo, in tutta onestà, che sia ormai di gran lunga superato il momento storico in cui era possibile credere ad una pena tendente al recupero del criminale.

Di fronte ai tragici, efferati accadimenti italiani degli ultimi giorni occorre che qualcuno abbia il coraggio di dire forte che la pena deve semplicemente PUNIRE, deve infliggere sofferenza (in alcuni casi una sofferenza che duri tutta la vita) a chi ha inflitto sofferenza ad un innocente.

Hai violentato una donna? Sei un pedofilo? Ha scippato una vecchina, essere indifeso per antonomasia? Devi sputare l’anima in un campo di lavoro a spaccare pietre fino a quando Dio non decide di rendere al Demonio la tua lurida anima. Concetto chiaro, semplice e senza fronzoli. E, soprattutto, che non dà spazio alcuno al giustificazionismo sociologico, vero cancro dell’Occidente.

Perché una bestia è diventata una bestia non mi interessa più. Ho fatto per tutta la mia adolescenza ed oltre doposcuola ai bambini dei cosiddetti quartieri a rischio di Catania e difendo a spada tratta il diritto di tutti i piccoli ad una infanzia felice ed alle stesse condizioni di partenza. Ma ciò significa innanzitutto che ad un criminale non può essere consentito di crescere dei figli. Ciò significa innanzitutto che i bambini nati in un contesto di degrado e violenza (campi nomadi o famiglie italiane di pregiudicati) devono essere sottratti dallo Stato e cresciuti altrove.

Perché una bestia è diventata una bestia non mi interessa, dicevo. Quel che mi interessa è che venga messa in condizioni di non nuocere mai più. Questa è la vera emergenza dell’Occidente, altro che al-Qaeda o la crisi economica.

Francis Bacon, "Study After Velazquez's Portrait of Pope Innocent X" (1953)
Francis Bacon, “Study After Velazquez’s Portrait of Pope Innocent X” (1953)
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