Caso Dexia, un salvataggio dal costo esorbitante

Scritto da: il 12.10.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

L’istituto di credito franco-belga-lussemburghese Dexia è stato nuovamente salvato dal tracollo. Per inciso, la banca (che ha un totale di attivi di 518 miliardi di euro, pari a quello di tutto il sistema bancario greco) a luglio aveva passato senza problemi gli stress test, a riprova della davvero scarsa utilità di questo strumento. L’accordo governativo raggiunto prevede: 1) che il ramo belga sia acquisito dallo Stato (belga, ovviamente) per 4 miliardi di euro (operazione cui parteciperà, come sostegno finanziario, Ubs); 2) che i crediti nei confronti degli enti locali francesi passeranno alle società pubbliche (sempre francesi) Caisse des Depots et Consignations e Banque Postale; 3) che le attività in Lussemburgo verranno cedute ad una singolare cordata di investitori composta  dal governo lussemburghese e da taluni fondi del Qatar.

Costo dell’operazione? Altissimo: i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo congeleranno ben 90 miliardi di euro a garanzia dei finanziamenti per Dexia. Al Belgio, Paese in crescita nonostante l’ormai cronicizzatasi incapacità di formare un esecutivo, il 65% dell’onere dell’operazione. Alla Francia il 35% ed al Lussemburgo il 3%. È bene ricordare come nel 2008 la banca sia già stata salvata tramite 6.4 miliardi di euro di sostegno statale. Soldi pubblici probabilmente andati sprecati, sembra di capire dalla corrente situazione.

Ma proviamo a dare un’occhiata ai numeri dell’istituto che, sulla carta, è il n. 20 d’Europa. Dexia ha circa 35.200 dipendenti (per un terzo stanno in Turchia), più o meno 8 milioni di clienti, 19.2 miliardi di capitale azionario, 732 milioni di profitti netti dichiarati nel 2010 e 3.8 miliardi di euro di bond greci nel suo portafoglio, nel quale stanno anche titoli italiani e spagnoli. Addirittura, i bond di Grecia, Italia e Spagna potrebbero arrivare al 30% complessivo degli investimenti finanziari di Dexia, il cui management si è davvero rivelato di ben scarsa lungimiranza.

La domanda da porsi è: servirà a qualcosa quest’ultimo salvataggio di Dexia? Molti analisti pensano di sì, ritenendo che in pochi mesi la banca si riprenderà. Il rischio, però, è che fra qualche anno (3? 5?), se non prima, si possa ripresentare la medesima situazione delle ultime settimane.

Insomma, di fronte a 90 miliardi di euro pubblici spesi davvero c’è da chiedersi se non sia una follia l’ormai continuo intervento statale a sostegno delle banche. Quante infrastrutture si potrebbero realizzare nei Paesi interessati utilizzando meglio i soldi spesi per salvare le banche? Quanti posti di lavoro si potrebbero creare?

In ogni caso, prima o poi capiterà che uno Stato non riuscirà più a tappare la falla di qualcuno di questi colossi too big to fail. Ed allora l’intero sistema imploderà. Nel frattempo, però, migliaia di miliardi pubblici saranno stati bruciati inutilmente. Meglio sarebbe fare fallire subito le banche troppo inguaiate, limitandosi a garantire i clienti ed i lavoratori, non certo i manager e i lori megabonus.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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