Catania, Stancanelli vince ma non convince

Scritto da: il 23.05.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

Utilizzando una classicissima frase della stampa sportiva, potremmo dire che Raffaele Stancanelli (per ora) vince, ma non convince. Almeno non convince me. Ed insieme a me numerosi colleghi, che oggi mi sembravano alquanto perplessi. Nella conferenza di stamattina a Palazzo degli Elefanti, infatti, il sindaco-senatore ha illustrato i contenuti della delibera che la Corte dei Conti di Palermo ha spedito ieri per fax al Comune di Catania, spiegando alla stampa che la Corte ha lodato il tentativo di risanamento da 11 mesi a questa parte messo in atto dall’Amministrazione Stancanelli, affermando anche che è lecito che la giunta abbia coperto il disavanzo 2003 con fondi messi a bilancio solo nel 2008.

Per l’esattezza, ecco la frase esatta utilizzata nella delibera n. 45/2009/PRSP: «Il Collegio, nel prendere atto dell’operato dell’Amministrazione, osserva che dall’esame della delibera n. 113 del 18 dicembre 2008, con cui il Cipe ha modificato la precedente deliberazione  n. 92 del 30 settembre 2008, l’impiego dell’importo stanziato [140 milioni di euro, ndr] è quello previsto dall’art. 5, comma 3, del decreto legge 7 ottobre 2008 n. 154 convertito, con modificazioni, nella legge 4 dicembre 2008 n. 189. A ciò si aggiunga che la delibera n. 295 del 2 dicembre 2008, con cui la Giunta regionale ha concesso l’anticipazione a fronte dell’erogazione prevista dal decreto citato, è estremamente chiara nel consentire l’utilizzo dell’anticipazione “per far fronte a spesa corrente, ancorché derivante da disavanzi pregressi”». 

Raffaele Stancanelli
Raffaele Stancanelli

L’oggetto del contendere è dunque sempre lo stesso: l’automatismo o meno del dissesto, ossia se, poste delle condizioni oggettive, il dissesto sia nei fatti o meno. A prescindere (ma questa è materia diversa, assai ostica da trattare, che sfocia nel diritto penale) dal dichiararlo ufficialmente o no.

Purtroppo, la frase utilizzata dal Cipe e ripresa dalla Corte dei Conti (oltre che citata come un mantra da Stancanelli, ma ciò è più che legittimo, per carità), è assai sibillina: «per far fronte a spesa corrente, ancorché derivante da disavanzi pregressi». Pregressi quanto? Sarebbe stato importante indicarlo. Pregressi tanto da bypassare la legislazione corrente?

Perché all’art. 193, comma 2 e comma 3, del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (decreto legislativo n. 267 del 18 agosto 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 28 settembre 2000, Supplemento Ordinario n. 162) si legge chiaramente:

«2. Con periodicità stabilita dal regolamento di contabilità dell’ente locale, e comunque almeno una volta entro il 30 settembre di ciascun anno, l’organo consiliare provvede con delibera ad effettuare la ricognizione sullo stato di attuazione dei programmi. In tale sede l’organo consiliare dà atto del permanere degli equilibri generali di bilancio o, in caso di accertamento negativo, adotta contestualmente i provvedimenti necessari per il ripiano degli eventuali debiti di cui all’articolo 194, per il ripiano dell’eventuale disavanzo di amministrazione risultante dal rendiconto approvato e, qualora i dati della gestione finanziaria facciano prevedere un disavanzo, di amministrazione o di gestione, per squilibrio della gestione di competenza ovvero della gestione dei residui, adotta le misure necessarie a ripristinare il pareggio. La deliberazione è allegata, al rendiconto dell’esercizio relativo.

3. Ai fini del comma 2 possono essere utilizzate per l’anno in corso e per i due successivi tutte le entrate e le disponibilità, ad eccezione di quelle provenienti dall’assunzione di prestiti e di quelle aventi specifica destinazione per legge, nonché i proventi derivanti da alienazione di beni patrimoniali disponibili».

Allora, quando il Cipe scrive «per far fronte a spesa corrente, ancorché derivante da disavanzi pregressi», intende ciò in deroga al decreto legislativo appena citato o intende nel rispetto delle leggi correnti? Questo è il cuore della vicenda.

A mio avviso, la delibera Cipe al limite scavalca l’ostacolo costituzionale rappresentanto dall’art. 119, comma 6, della Costituzione, appunto, là dove si legge che: «I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti». Ma il Cipe non credo vada oltre, bypassando precisi termini di legge.

La sede del Ministero dell'Economia, in viale XX Settembre a Roma

La sede del Ministero dell'Economia, in via XX Settembre a Roma

Insomma, l’impressione è che il cosiddetto “decreto salva Catania” sia stato in effetti un “decreto salva Roma”, ritagliato su misura per le particolari condizioni di bilancio della Capitale e che poi ha conseguentemente avuto le sue positive ricadute sulla città del Vulcano.

 A questo punto è bene però chiarire che io non appartengo affatto al cosiddetto “partito del dissesto”. E non vi appartengo, lo ammetto in maniera brutale, perché ritengo che tre anni di commissariamento risanerebbero sì le finanze del Comune, ma ucciderebbero qualsiasi possibilità di sviluppo di Catania, possibilità che passa dalla politica e dalle sue scelte. Con una città in dissesto, diciamolo chiaro, certo non verrebbero ad impiantare le loro attività Ikea e Sharp, per fare un esempio.

Catania, insomma, ha bisogno di un sindaco con una visione chiara di medio-lungo periodo, un sindaco che faccia quel che fece Enzo Bianco nel 1988 e dintorni, quando immaginò Catania, trasformandola in base ad una ipotesi di futuro intuita, valutata, sviluppata ed a poco a poco realizzata.

Catania ha bisogno di un sindaco che per dieci anni di fila operi ponendo le basi per lo sviluppo economico dei prossimi venti-trent’anni.

Detto questo, da un punto di vista tecnico, però, non si può non notare come i fautori della tesi che il dissesto sia nei fatti (e da anni anche) abbiano al loro arco tutta una serie di frecce, come gli argomenti che ho sopra trattato.

Stancanelli resiste (è suo sacrosanto diritto farlo) e continua a lavorare per evitarlo il dissesto. Ma nel mentre Catania vive una profonda crisi economica ed una gravissima emergenza microcriminalità come non accadeva da decenni.

Forse (per ora) si sarà salvata la città dal dissesto, ma non certo dal disastro … 

La Cattedrale di Catania
La Cattedrale di Catania
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