Ciao Paolo, forse ci siamo scordati di te

Scritto da: il 18.07.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

di Luigi Pulvirenti

Domani sono diciannove anni dalla strage di Via D’Amelio. Ricco è il calendario delle celebrazioni, istituzionali e non. Anche la mia parte, che era pure quella di Paolo (destra, missina, post fascista, fate un po’ come volete), si è mobilitata, come sempre fa, per ricordarlo.

Faremo la fiaccolata, la processione (o Marcia) commemorativa a Palermo, metteremo l’immagine nei nostri profili di facebook, e ci andremo a coricare più contenti. Per aver dato il nostro piccolo contributo di partecipazione a tenere sveglio il ricordo di un uomo indimenticabile.

Bene. Anzi, benissimo.

Ricordo però che l’assistente spirituale del mio gruppo Fuci all’università, Don Nino, ama ripetere che la Chiesa, solitamente, si rifugia dentro le processioni quando attraversa un momento di crisi delle vocazioni. Intese non solo come chiamata, ovviamente, ma proprio come impegno attivo nell’Ecclesia, nei movimenti ecclesiali, nelle parrocchie. Insomma, in tutte quelle cose per cui ci possiamo dire cattolici sul serio, non a là page “sono profondamente cattolico, ma non ho tempo per praticare”, che quando li sento gli darei una cozzata a lasciargli cinque dita stampate.

Lo scrivo, sfidando l’apparente inesistenza di un nesso logico, perché temo che con la memoria di Paolo stia finendo così. E lo dico non riferendomi alla memoria generale, ma a quella specifica del mio mondo (destra, missina, post fascista) che ha in Paolo un punto di riferimento ben preciso da molto prima che diventasse icona mondiale con la sua morte. Il rischio che avverto è che noi si stia per passare, o forse si sia già passati, dallo sfogo urlato del “Paolo è vivo e lotta insieme a noi, le sue idee non moriranno mai” dei primi anni, al “Mira il tuo popolo, Bella Signora” dei nostri giorni. Che il ricordo vivo e presente dentro ciascuno di noi sia diventato liturgia da celebrare nella ricorrenza.

Lo scrivo perché da tempo rifletto su quello che siamo e sono diventato. Parlo di noi ragazzi cresciuti dentro il Fronte della Gioventù. Non ho la pretesa di rappresentare l’intero mondo, che piuttosto la mia è la vocazione del battitore libero. Ma uno stato d’animo martellante non può essere ridotto al silenzio, e perciò scrivo.

Sono diventato missino perché volevo sentirmi parte di una storia diversa. C’era quel senso della comunità così forte che mi intrigava. Pensavo che potesse darmi una conferma alla mie ragioni, darmi delle buone ragioni senza voler avere a tutti i costi ragione. Credevo che quel mondo, che poi diventò il mio, fosse portatore di una diversità valoriale che sarebbe stato in grado di portare al potere, se mai ci fosse arrivato.

E poi uno a sedici anni deve decidere da che parte stare, e poi rimanerci per sempre. E in quella parte ci stavano Paolo Borsellino, appunto, Giorgio Almirante, Beppe Niccolai, Tommaso Staiti, e dalle nostre parti Enzo Trantino, Biagio Pecorino, Vito Cusumano, Nino Buttafuoco. Tante, buone, ragioni. Soprattutto mi sembravano una buona ragione quelle parole che Giorgio Almirante disse durante l’intervista rilasciata a Giovanni Minoli per Mixer:” Stato, Nazione, Lavoro, con Libertà e nella Libertà”.

Mi piaceva leggere Ezra Pound, la sua cultura delle idee che diventano azioni; mi sembrava un buon antidoto contro il bizantinismo delle pratiche correnti della politica. Guardavo con rispetto la storia catacombale ed orgogliosa del Msi, e pensavo che la nidiata dei giovani, al governo, avrebbe costruito un’altra Italia. Lo avrebbe fatto davvero.

Avessi saputo che aspiravano soltanto a prendere il posto di democristiani e socialisti, peraltro avendo meno spessore politico di democristiani e socialisti, forse avrei fatto scelte diverse. Ma del senno del poi sono pieni i cimiteri delle buone intenzioni.

Allora mi chiedo che atteggiamento abbiamo oggi, nei confronti della memoria di Paolo. Verso i suoi insegnamenti. Che non sono solo quelli, di inestimabile valore, sulla lotta alla mafia, sull’affermazione della cultura della legalità. Sono qualcosa, se possibile, di ancora più importante. Investono una visione complessiva della società e del modo di starci dentro. Di essere cittadini in una maniera definitivamente diversa da come lo si era stati precedentemente. Portatori di una visione del mondo basata su un complesso di valori non negoziabili. Che erano i nostri valori, quelli con cui siamo cresciuti, perché Paolo era dei nostri.

Oggi, che quel mondo iniziato con Tangentopoli sta finendo minacciando di lasciare dietro di sé rovine, a prescindere dai destini individuali, dalle colpe personali e collettive dei suoi protagonisti, dobbiamo chiederci non se riusciremo a sopravvivere ad esso. Perché, fosse solo per ragioni anagrafiche, lo faremo. Ma in che modo. Se da superstiti miracolosamente scampati alle macerie ma rimasti intrappolati in esse, o come uomini capaci, con uno scatto di orgoglio, di riappropriarci di quello che appariva essere il nostro destino prima di entrare in quella seducente casa, costruita sulla sabbia, e collassata su sé stessa.

Non è ancora tempo di bilanci, né di processi. Quelli li lasciamo al vaglio della Storia, che deciderà insindacabilmente come saremo ricordati per cosa abbiamo fatto e per tutto quello che abbiamo omesso. Tutti noi, quelli che hanno fatto politica attiva e quelli che si sono rifugiati nella professione, come me, entrambi consapevoli di non aver vissuto sulla Luna in questi lunghi anni.

È tempo di proposta. Di nuove, o se volete, vecchie proposte.

Lo dico mentre riguardo le foto del Raduno organizzato dal Fronte della Gioventù a Siracusa nel 1990, quello in cui Paolo diceva “Io posso anche morire, ma non sarò morto invano fino a quando ci saranno ragazzi come voi che porteranno avanti le nostre idee”.

Fino a poco tempo fa guardavo quelle immagini e provavo orgoglio, perché sapevo che Paolo stava parlando di noi. Oggi le guardo e provo imbarazzo, perché non so cosa Paolo penserebbe, oggi, di noi. Ma so che dipende solo da noi.

Salutamu.

Paolo Borsellino
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