Copenhagen/3 La Cina e gli altri grandi fra i “piccoli”: rimanga in vigore Kyoto

Scritto da: il 13.12.09
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

La proposta, prevedibile, di una parte, quella più ricca e geopoliticamente rilevante, dei Paesi in via di sviluppo aderenti al cosiddetto G77 è che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore e che le nazioni di forte e antica industrializzate riducano del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 (ben 8 volte di più di quanto loro richiesto da Kyoto).
È questo, parrebbe, il contenuto del “Copenhagen accord (draft)”, la bozza di intesa diffusa dal quotidiano parigino Le Monde ed elaborata da cinque Paesi denominati “Basic” dalle loro iniziali (Brasile, Sudafrica, Sudan, India e Cina, con il Sudan, ovviamente, nel ruolo di zerbino di Pechino). Insomma, un passo un po’ più concreto di una semplice piattaforma di discussione del G77, i Paesi in via di sviluppo, in risposta alla bozza di accordo dei Paesi sviluppati che proprio non è piaciuta (il Guardian ne aveva pubblicato delle anticipazioni qualche giorno fa).

Nel testo, da un punto di vista politico assai accorto, con parti vincolanti e sezioni interpretabili (nella secolare tradizione diplomatica mandarina), si chiederebbe che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore oltre la sua data di scadenza del 2012. Si  richiederebbe altresì ai Paesi industrializzati la riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni dei gas serra rispetto al livello del 1990. L’aumento delle temperatura globale, dicono la Cina ed i suoi sodali, non deve superare i 2 gradi Celsius. Gli Stati-atollo avevavo indicato 1.5 gradi (parametro che vorrebbero vincolante).

Insomma, uno sforzo considerevolmente maggiore dei Paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni (Kyoto si limitava ad indicare al 2012 l’obettivo del 5%) se si vuole evitare il peggio.

Inoltre, i Paesi del G77 chiedono che il Kyoto Protocol venga sottoscritto o ratificato anche dalle nazioni che non l’hanno ancora fatto. Gli Usa, ad esempio, lo hanno sì sottoscritto nel 1997, ma sia Bill Clinton che George Walker Bush si sono ben guardati dal farlo ratificare dal Congresso, cosa che non sembra nemmeno nelle priorità di Barack Obama.

Altra condizione importante che la bozza di Cina & Co. proporrebbe è la riduzione delle emissioni esclusivamente «con misure interne», senza cioè ricorrere più agli strambi meccanismi di compensazione esterni come il grottesco mercato di scambio dei certificati dell’anidride carbonica.

Last but noy least, il fondo per il clima che dovrebbe essere creato alla fine della Conferenza di Copenhagen dovrebbe nascere sotto la direzione delle Nazioni Unite e non della Banca Mondiale (opzione preferita dagli Usa).

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