“D’estate i temporali”, l’onda lunga degli anni ’80 condiziona anche il presente

Scritto da: il 24.11.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Che direzione hanno preso nella vita i figli di quegli anni senza verso che sono stati gli anni ’80? Già il cantante Raf si chiedeva, tra il serio ed il faceto, che cosa mai sarebbe rimasto di quel decennio di melma (il giudizio è mio non suo, per carità). Ed ecco che oggi prova a dare una risposta intelligente un giovane scrittore catanese, Luigi Pulvirenti, che ha appena dato alle stampe un romanzo (D’estate i temporali, in libreria per le Euno Edizioni di Leonforte, in provincia di Enna) a metà fra memoria (ma non amarcord, per carità) e formazione.

Premetto subito che il Pulvirenti è mio amico caro. Un uomo che stimo enormemente per il coraggio delle sue scelte, politiche e di vita. Detto questo, corre l’obbligo anche di evidenziare come fra le nostre rispettive concezioni del mondo vi sia un oceano. Aggiungo anche che la sommatoria di queste considerazioni non mi ha reso agevole la lettura del romanzo ed ora non mi rende agevole scriverne. In ogni caso, il libro di un amico va certo letto, specie se non si tratta di un saggio, perché è in qualche modo un (ulteriore) accostarsi alla sua anima, in maniera da cogliere meglio le differenze e continuare a volergli bene lo stesso.

D’estate i temporali mi ha convinto ancora più di quanto già non lo fossi di un caposaldo che ho nell’affrontare quel gesto maggioritario che è la lettura nella/per la mia vita: un romanzo non è solo scrittura, ma è anche (e soprattutto, dico io) ambientazione spazio-temporale. Sarò spietato: di un capolavoro stilistico ambientato a Rio de Janeiro, a Bogotà, a Palermo, a New Delhi o Jakarta non mi interessa proprio. Preferisco il romanzo di un mestierante di media bravura ambientato a Londra (tipo i gialli vittoriani, per nulla eccelsi stilisticamente, se si eccettuano le bellissime prove di Arthur Conan Doyle), Stoccolma, Oslo, Boston o New York. Sarò biecamente miope, ma la penso così. Questa premessa per dire che il lavoro di Pulvirenti mi sembra tanto mirabile da un punto di vista stilistico, quanto esecrabile è ai miei (appena appena socchiusi) occhi l’ambientazione siciliana. Ossia in un’Isola che non ho mai amato e mai amerò. Un luogo che ha per me lo stesso fascino della lattuga bollita.

Nel caso di D’estate i temporali, quindi, sono di fronte alla classica (ripeto: per me) situazione di un romanzo scritto benissimo, ma ambientato in un tempo e in un luogo che personalmente ritengo privi di qualsivoglia appeal. Attenzione, non è che il considerare questo libro stilisticamente mirabile non mi faccia notare alcune lievi increspature qua e là presenti. Le noto. Ma forse più che altro sono legate al vizio d’origine dell’autore: il Pulvirenti romanziere deve fare necessariamente i conti con il Pulvirenti “fogliante”. Ossia deve sopportare di avere (non si sa ancora per quanti anni) quale pietra di paragone quella pagina d’esordio pressoché perfetta pubblicata su Il Foglio di Giuliano Ferrara nell’estate del 2008: Lo psichiatra della politica, ritratto devastante di Raffaele Lombardo all’apice del suo potere temporale. Un saggetto splendidamente scritto di fronte al quale qualsiasi altra prova un po’ sbiadisce. Anche il pur (assai) bello D’estate i temporali.

Sgombriamo il campo da un equivoco: il protagonista del romanzo, Luca, non è l’autore. Ma certo alcuni tratti in comune i due L&L li hanno. Mirabile una frase, che opportunamente l’editore ha voluto in quarta di copertina: «Ero democristiano e sono diventato missino. Adesso che voi missini siete diventati tutti democristiani, io dove vado?» … Un pensiero (ironico e, appunto per questo, ben più profondo di uno serioso) in cui rivedo tutto l’autore e risento le nostre tante discussioni sulle (infinite) trasformazioni della politica e di chi la fa. Trasformazioni, metamorfosi, mutazioni. Al fondo, di questo narra D’estate i temporali, racconto di una generazione di merda, giovane in anni di merda, che non riesce a produrre nella vita null’altro che merda, ammorbando anche il 2000, il 2010,  il 2020 (che francamente da ragazzo speravo dessero qualcosa di più all’umanità che non la degenerazione – se è mai possibile che quell’orrore degeneri – dell’ideologia thatcherian-reaganiana).

Io – lo confesso! – il protagonista l’ho odiato. Luca è davvero ai miei antipodi, è l’emblema della gente del Sud che invece di vergognarsi è addirittura fiera di esserlo! Ne apprezzo l’anelito all’assoluto tipico di noi meridionali o dei nordeuropei («L’inquietudine che provavo era quella dell’uomo che desidera respirare l’infinito e non riesce a farlo. Ripercorrendo ogni giorno lo stesso sentiero, convinto che possa condurlo alla contemplazione dell’indicibile immensità della vita, venendo fermato sempre nello stesso punto dallo stesso ostacolo»), ma non posso non sputare veleno leggendo di un orizzonte giovanile “pre-acese” in cui «la linea immaginaria che univa il castello ai Faraglioni, delimitando le due estremità del golfo» era avvertita quale «limite alle mie [di Luca] possibilità di comprensione». Un bel viaggio per scardinare la scatola cranica ipodotata ed allargarlo a forza ‘st’orizzonte no, vero?!? Insomma, la riflessione giovanile del protagonista sul limite, sul limes, sull’orizzonte evidenzia come questo fosse assolutamente bloccato nella Catania degli anni ’80. Come ovunque al Sud, del resto. Fisicamente e mentalmente. Il problema è che in 30′anni nulla è cambiato …

E che dire di Stromboli considerata da Luca il luogo dell’anima? Personalmente i miei due luoghi dell’anima sono Westminster (con la magnifica tomba di Newton) ed il Begijnhof di Amsterdam. Fatico davvero a pensare che qualcuno ritenga Stromboli il centro dell’Universo. Meno male che dalle chiacchierate fatte ho appurato che – come sopra – no, Luca non è il mio amico autore. Altrimenti mi preoccuperei. Tanto.

Ma c’è alfine speranza per questa generazione? In questo Sud come in questa Italia? Sarei infame a scrivere delle ultime pagine del romanzo, rovinando il piacere di una lettura godibilissima. In ogni caso, Pulvirenti non dà risposte. Come ogni autore serio che non scrive per coccolare il suo ego, pone più che altro domande. E, al limite, individua percorsi, suggerisce sentieri di comprensione. In tal senso, ad esempio, ho interpretato il ruolo della musica, onnipresente lungo tutto il romanzo e forse protagonista più di Luca. Perché è sommamente vero che «senza la musica la vita non avrebbe senso». Nietzsche docet

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
Design & GUI by Mushin | Many Thanks to FamFamFam (icons) & Komodomedia (icons) & chrfb (icons) | Hosted by MediaTemple