Dubai, un (quasi) default annunciato

Scritto da: il 26.11.09
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

L’economista turco (ma di fatto ormai americano) Nouriel Roubini, docente alla New York University, aveva appena  finito di dire qualche giorno fa che il peggio della crisi economica iniziata a settembre 2008 ancora sarebbe dovuto venire che ecco servita la ferale notizia del quasi default di Dubai, la città simbolo di quello sviluppo finanziario che fino a qualche tempo fa ingenuamente si era ritenuto senza limiti.

La holding statale Dubai World oggi ha terrorizzato il mercato azionario mondiale. Cuore finanziario dell’Emirato, la Dubai World controlla il mercato immobiliare, quello della finanza e quello dell’energia. Ebbene, raggiunti i 59 miliardi di dollari di passività (ovvero il 70% del debito statale complessivo) ha chiesto ai creditori una moratoria di sei mesi sulle rate da versare, pessimo segnale, prodromico di un default dichiarato.

La mossa, è comprensibile, ha avuto subito un effetto devastante sui mercati finanziari, timorosi del coinvolgimento di alcune grandi banche esposte al debito dell’Emirato, tra cui anche numerosi istituti europei.

Le prime stime parlavano di circa 40 miliardi di perdite ed a poco è servito l’intervento del governo arabo con la per nulla convinta dichiarazione sulla «durevolezza»  dell’economia di Dubai, considerato come alla fine della giornata borsistica in Europa fossero stati bruciati circa 159 miliardi di euro di capitalizzazione.

Gli Emirati Arabi Uniti non erano stati scossi troppo violentemente all’inizio della crisi economica corrente, durante i giorni della scomparsa di Lehman Brothers per intenderci. Ma nei mesi successivi, diciamo dalla primavera del 2009, qualche sinistro scricchiolio lo hanno emesso e solo gli ottimisti ad oltranza non hanno voluto capire gli inequivocabili segnali che la futuristica città inviava agli investitori. Perché che scoppi una bolla immobiliare proprio in una metropoli che ha fatto del suo sviluppo fisico il cavallo di battaglia, nonché il biglietto di presentazione al mondo è il peggiore dei segnali. Come se alla Nasa si dichiarassero scettici sull’opportunità di investigare il cosmo.

Rimane ora da capire se lo stato di crisi di fatto annunciato oggi dalla Dubai World sia superabile con qualche mese di moratoria, come richiesto dagli interessati, o se il destino della holding statale sia segnato. E rimane da capire se la brutta reazione odierna dei mercati sia un episodio circoscrivibile a pochi giorni di perdite o se l’annuncio degli arabi rappresenti l’inizio di una nuova fase critica dell’economia globale, proprio in un momento in cui alcuni analisti e (soprattutto) alcuni indicatori (come il Pil americano e quello nipponico) la davano in ripresa.

Difficile, se non impossibile, prevedere gli sviluppi di medio termine della vicenda, ma di sicuro, se la crisi della Dubai World dovesse essere irreversibile, è ovvio che il mondo si troverebbe a vivere un momento ben più drammatico di quello attraversato con il tracollo di Lehman Brothers. Da  ovunque si osservi la faccenda, insomma, l’indicazione di Nouriel Roubini pare ben sensata: il peggio deve ancora venire.

La skyline di Dubai

La skyline di Dubai

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