È ormai inestinguibile l’incendio del deserto egiziano, la sola speranza è el-Baradei

Scritto da: il 29.01.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

La crisi in corso in Egitto pare essere ormai di difficile contenimento, anzi, si complica sempre più ad ogni ora che passa. Quello che meno di un mese fa, partito da Algeria e Tunisia, sembrava un fuoco di paglia si è invece trasformato in un incendio inestinguibile, che sta ardendo anche il deserto egiziano, minacciando il “faraone” Hosni Mubarak, ovvero l’incarnazione di un tipo di potere così radicato che si riteneva immune da rivolte.

Ecco, se una cosa sta accadendo nelle strade egiziane è il definitivo superamento di un paradigma che sembrava inconfutabile, quello sull’inattaccabilità delle dittature soft mediorientali. Ed invece l’Algeria è in rivolta, Ben Ali  in Tunisia è dovuto fuggire, e Mubarak in Egitto è in difficoltà serissime. E come se tutto ciò non bastasse, l’effetto domino, inevitabile in questi casi, sta per giungere in Giordania, nello Yemen e in chissà quali altri Paesi.

I cosiddetti “food riot”, le rivolte per il cibo, sono quindi riuscite a scardinate equilibri di potere decennali. La gente non ne può più della corruzione endemica del Medio Oriente. La gente è alla fame. E si ribella.

Certo, finora gli scontri sono stati nel segno delle – peraltro comprensibilissime – richieste di riforme che possano garantire sviluppo economico ed occupazione. Ma, soprattutto in Egitto, che garanzie vi sono che gli integralisti islamici non prendano il sopravvento sui manifestanti “comuni”, per così dire?  I Fratelli Musulmani – dalle cui fila, ad esempio, proviene Ayman al-Zawihiri, numero due di al-Qaeda -  sono stati tenuti sotto controllo nei decenni da Sadat prima e da Mubarak poi. Se dovesse ora cadere il fedele alleato di Washington che ruolo riuscirebbero a ritagliarsi nel nuovo corso egiziano? Certo di rilievo, c’è da scommetterci.

All’Occidente non resta quindi che puntare tutto sul Mohammad el-Baradei, ex responsabile dell’Aiea, premio Nobel per la Pace, da qualche giorno rientrato in Patria e, pare, subito arrestato dalla polizia di Mubarak. El- Baradei è stimato, capace, notissimo a livello internazionale. E, soprattutto, è un laico. Via Mubarak, solo lui può evitare una deriva di fanatismo in Egitto.

Mappa dell’Egitto

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