Fusione Fiat-Chrysler: l’idea è geniale, ma i rischi non mancano

Scritto da: il 05.02.11
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

In genere sono assolutamente contrario alle fusioni ed acquisizioni, che ritengo fonte di brutali lesioni dei diritti dei lavoratori. Nel caso della proposta di Sergio Marchionne, però, mi sento di fare un’eccezione. Il merger definitivo fra Fiat e Chrysler ipotizzato dal capo del Lingotto è davvero una  pensata geniale, l’ultima in ordine di tempo tirata fuori dal cilindro dal vulcanico megamanager italo-canadese. Che ha certo una idea molto dura (che non condivido affatto) delle relazioni industriali, ma che ha anche una vision globale dell’economia così futurista come in Italia davvero pochi riescono ad avere (e sicuramente non fanno né gli imprenditori, né i politici).

A ben riflettere, fondere insieme Fiat e Chrysler sarebbe null’altro che l’atto finale di un processo di internazionalizzazione dell’azienda torinese cominciato da Marchionne anni fa. Processo che, si noti, ha salvato la Fiat dall’estinzione. Perché una cosa che nessuno dice in Italia è che senza Marchionne con buona probabilità la casa del Lingotto non esisterebbe più. Prima che arrivasse, infatti, vi erano tutte le condizioni per un tracollo definitivo della Fiat, stile Enron  o Lehman Brothers per intenderci. Marchionne ha invece preso in mano un’azienda decotta e l’ha portata ad essere un player di assoluto rilievo nel mercato automobilistico mondiale. Ciò ha comportato una radicale modifica della natura stessa dell’azienda ed oggi, piaccia o non piaccia, la Fiat è una importante multinazionale. In quest’ottica risulta perfetta anche la scelta di allocare l’eventuale headquarters della nuova azienda post fusione negli Stati Uniti.

Ovviamente, rischi nell’operazione adombrata da Marchionne ve ne sono. Il più grande è che la nuova società possa divenire sempre meno italiana. Ma questo, più che un rischio, è un destino. Prima o poi la Fiat dovrà abbandonare l’Italia e non è peregrino ipotizzare che nel medio-lungo periodo finirà con il dismettere tutti gli impianti presenti sul nostro territorio. È nella logica delle cose. Alla fine la grandezza di Marchionne è proprio qui: ha resuscitato un cadavere e lo ha fatto divenire protagonista della scena internazionale, ma il “Lazzaro dell’automobilismo”, per vivere, non può restare soffocato nel suo sarcofago tricolore e deve abbandonarlo, se occorre anche correndo via il più lontano possibile.

Alla fine, quindi, Marchionne sta riuscendo a dare a chi lavora in Fiat una seconda chance che molti lavoratori nel mondo non hanno avuto. L’azienda sarebbe dovuta scomparire anni fa, con una vera e propria catastrofe occupazionale per il Paese. Questo non è accaduto. Magari fra dieci anni (ipotizziamo nel 2021?) la Fiat abbandonerà definitivamente l’Italia, essendosi trasformata in qualcosa di radicalmente diverso da quel che conosciamo. Bene, considerato come senza Marchionne alla sua guida l’azienda sarebbe probabilmente collassata intorno al 2006, possiamo dire che grazie a lui  il problema si porrà una quindicina d’anni dopo. Chi lavorava in Lehman Brothers ha avuto una quindicina di minuti per liberare i cassetti e lasciare gli uffici.

 

 

Sergio Marchionne

 

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