G20, oltre il fallimento

Scritto da: il 12.11.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Il G20 in corso a Seul, in Corea del Sud, sarà senza dubbio un fallimento. Anzi, andrà oltre il fallimento, nel senso che sancirà una volta per tutte la sua totale inutilità. Un flatus vocis planetario che serve solo al Paese ed alla città che a turno ospita il vertice per aver puntati addosso i riflettori dei media internazionali per qualche giorno. Ma per quanto riguarda decisioni concrete o indirizzi realistici per la risoluzione dei problemi in campo nulla di nulla. Alla fine, come sempre, sarà stilata e presentata una “lista dei desideri” che all’incontro successivo non si avrà nemmeno il coraggio di riprendere in mano per constatare quanto essa sia stata disattesa.

A Seul gli Stati Uniti sono arrivati con intenti bellicosi nei confronti della Cina, a ragione accusata di mantenere artatamente basso il cambio dello yuan-renmimbi per agevolare il suo export, ma la recentissima scelta della Federal Reserve di iniettare pesantemente liquidità nel sistema economico americano, acquistando 600 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, pone oggi Washington sul banco degli imputati, non Pechino. Il timore (soprattutto) di Bruxelles è che si possa scatenare una spirale inflazionistica. Da qui le dure critiche, non solo europee, all’operato di Ben Bernanke.

Ma perché questa “genetica” propensione al fallimento del G20 (come pure del G8)? una spiegazione credo condivisibile a 360° è che i summit (più o meno) globali danno in genere, ed è anche comprensibile per certi versi, una priorità praticamente assoluta alle emergenze, tralasciando di affrontare i temi economico-finanziari centrali di medio-lungo periodo. Altra valutazione da fare – certo meno condivisibile dall’ampio pubblico e dalla maggioranza degli addetti ai lavori, ma la si prenda più che altro come una provocazione – è che, a prescindere dall’ormai conclamata incapacità dell’Unione Europea di parlare con una single voice, che pure sarebbe utilissima, il G20 esclude Paesi di importanza capitale per l’economia e la geopolitica del pianeta, come le nazioni nordeuropee, culla della civiltà continentale e reale fulcro dell’innovazione tecnologica degli ultimi 20-30′anni (basti pensare al peso internazionale della Nokia e della Ericsson o all’importanza del sistema operativo Linux, ideato dal finlandese Linus Torvalds).

Occorre quindi chiedersi che senso abbia la presenza al G20 di Argentina, Messico o Italia, ad esempio, e non della Norvegia, secondo produttore al mondo di idrocarburi e gestore del secondo fondo sovrano che opera nel globo. Insomma, come accade pure per l’Ue, G8 e G20 hanno una “trazione meridionale” che vanifica ogni sforzo e cassa ab initio qualsiasi iniziativa. Abbiano il coraggio Washington, Bruxelles e Tokio di abbandonare l’idea di una governance mondiale basata sul peso demografico dei Paesi per passare ad un ben più realistica leadership dello sviluppo. Economico, ma anche e soprattutto umano.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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