Geopolitica dello Spazio

Scritto da: il 15.11.08
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

L’allunaggio indiano di ieri è un’ottima occasione per riproporre un mio breve saggio sulla geopolitica dello Spazio apparso a metà 2006 sulla rivista di filosofia politica Behemoth. Eccolo di seguito riportato.

Sono passati secoli dai deliri onirici di Wan Hu, un funzionario del Celeste Impero che nel 1500 ideò un rudimentale sistema di razzi propellenti che secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto spedirlo in orbita, ma l’interesse dei cinesi per lo Spazio non pare essere diminuito. E così, avendo oggi per la prima volta nella loro storia le possibilità materiali per mettere in piedi un vero programma spaziale, certo non intendono sprecare l’opportunità.

Dopo la prima missione umana felicemente riuscita dell’ottobre 2003, il lancio dell’autunno 2005 della capsula spaziale cinese Shenzhou 6 (“Vascello Divino”) ha confermato la volontà della Cina postmaoista di essere ben presente nello Spazio, quasi a coronare l’attuale fase di impetuoso sviluppo della sua economia.

La missione è riuscita perfettamente ed è quindi comprensibile e giustificata l’euforia dei cinesi per il quasi perfetto rientro della capsula in una zona della Mongolia interna, ai margini del deserto del Gobi.

Lanciata da un poligono nella remota provincia del Gansu, la navicella, che ha viaggiato ad un’altezza di circa 350 chilometri dalla Terra, è una versione aggiornata di quella che nel 2003 portò nello spazio il primo astronauta cinese, il colonnello Yang Liwei. I due protagonisti dell’ultima missione, Fei Junlong, di 40 anni, e Nie Haisheng di 41, entrambi piloti militari, durante la permanenza nello spazio si sono più volte collegati in diretta con la televisione di Stato di Pechino.

Il "tentativo" di decollo verso lo spazio di Wan Hu in un'antica raffigurazione cinese
Il “tentativo” di decollo verso lo spazio di Wan Hu in un’antica raffigurazione cinese

I due sarebbero stati scelti dall’ente spaziale cinese dopo una durissima serie di prove di selezione fra i 14 migliori piloti che l’aeronautica sta preparando per le missioni spaziali della Repubblica Popolare. Secondo le note biografiche ufficiali diffuse alla stampa dall’agenzia Nuova Cina, Fei, prima di optare per la carriera militare, aveva evidenziato profonde tendenze artistiche (era un pittore). Di contro, Nie è invece un concretissimo e taciturno militare, noto nel suo ambiente per un freddissimo e spettacolare atterraggio di fortuna effettuato nel 1992.

I dettagli delle missioni spaziali cinesi sono sempre top secret, ma si sa che i due taikonauti (in mandarino “astro” si dice taiko”) hanno collaudato quello che è l’embrione della futura base spaziale di Pechino.

Scopo della missione era anche studiare il comportamento umano in vista dello sbarco sulla Luna, considerato come questo sia ormai il dichiarato obiettivo a medio termine dei cinesi. Entro i prossimi cinque anni, infatti, la Repubblica Popolare intende cominciare la costruzione di una sua stazione orbitale ed inviare una missione con equipaggio umano sul satellite terrestre.

La Cina è quindi la terza nazione al mondo dopo Stati Uniti e Russia a spedire degli uomini in orbita e questo non è certo un caso. Da anni lo sviluppo di Pechino sembra davvero inarrestabile ed un parallelo incremento delle sue capacità nel settore militare ed in quello spaziale non deve stupirci più di tanto. Del resto, anche il Giappone, l’India e l’Unione Europea stanno da tempo portando avanti programmi spaziali di grande fascino, ma la Cina oggi dispone di fondi molto più ricchi ed ha inoltre la granitica volontà di perseguire i suoi obiettivi di grandeur.

E le altre nazioni come stanno muovendosi? Qual è lo stato dell’arte, per così dire, dei programmi spaziali delle principali potenze politico-economiche del pianeta?

Dicevamo dei piani di Giappone, India ed Unione Europea. Progetti grandiosi per certi versi, ma ancora ad uno stadio poco più che embrionale.

Il Giappone avrebbe in linea teorica il know-how per mettere su un programma di tutto rispetto, ma in realtà questo non riesce a decollare. Gli investimenti sono infatti risultati insufficienti, la sudditanza psicologica nei confronti di Washington si è rivelata un freno innestato e di errori strategici non ne sono certo mancati.

In tal modo, il Giappone ha buttato alle ortiche un immenso patrimonio tecnologico ed ora si ritrova costretto ad inseguire la Cina. In tale ottica, non è da escludere il lancio di astronauti nello Spazio, se non nel breve, almeno nel medio termine.

L’evolversi della vicenda nordcoreana, inoltre, spinge Tokio a dotarsi di adeguati satelliti militari ed anche a questo scopo urge che il programma spaziale giapponese sia rivitalizzato quanto prima.

Nonostante l’attuale fase di riavvicinamento geopolitico, un grande avversario della Cina in questa corsa alle stelle che stiamo vivendo è l’India, che ha inaugurato il suo programma spaziale nel 1969 sotto la guida di Vikram Sarabhai, fondatore dell’Indian Space Research Organisation (Isro) di Bangalore.

Anche l’India ha nei suoi programmi una missione lunare, ma i problemi tecnici non mancano. Il Paese oggi gode di ottima fama quale produttore di satelliti per lo sviluppo (ne ha sette, che immagazzinano dati utili all’economia) e meteorologici, ma far giungere una navicella con equipaggio umano sulla Luna è ben altro affare.

Il piano per la missione lunare indiana
Il piano per la missione lunare indiana

L’attuale presidente dell’Isro, G. Madhavan Nair, è ben consapevole di quanto l’impresa possa risultare ardua da affrontare con le sole proprie forze e New Delhi sta quindi stringendo accordi con alcuni partner, in primo luogo con Mosca.

L’eventuale collaborazione dovrebbe condurre ad una missione lunare con la Russia fornitrice della tecnologia missilistica e l’India produttrice della navicella. Come data per lo sbarco si è a lungo vociferato il 2007, ma evidentemente è impossibile che New Delhi giunga sul satellite entro così breve tempo.

L’Unione Europea, da canto suo, ha dei progetti in proprio, portati avanti dall’European Space Agency (Esa), ma soprattutto è impegnatissima nella Stazione Spaziale Internazionale (Iss), il più ambizioso programma di cooperazione in campo scientifico e tecnologico mai intrapreso.

L’Iss deriva da un progetto della Casa Bianca datato 1984, quando l’allora presidente americano Ronald Reagan chiese ai capi di Stato europei di far parte di un programma spaziale comune. Nel 1988 è stato firmato il primo accordo intergovernativo tra Canada, Giappone, Stati Uniti e i dieci Paesi europei che compongono l’Esa (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Spagna, Svezia e Svizzera).

Nel 1997 si è aggiunta la Federazione Russa, che ha portato in dote l’immensa competenza sovietica in materia di ricerca spaziale. La stazione internazionale sarà la futura casa dell’uomo nel Cosmo e la partecipazione dell’Esa al progetto dà la possibilità all’Unione Europea di ritagliarsi un posto davvero di rilievo nella geopolitica dello Spazio che va progressivamente delineandosi.

La Stazione Spaziale Internazionale
La Stazione Spaziale Internazionale

Di grande interesse sono poi i programmi spaziali di due outsider del settore, il Brasile e la Malesia. Può sembrare strano che un Paese in via di sviluppo e con una povertà ancora assai diffusa come il Brasile impegni ingenti risorse in un programma spaziale, ma nell’ottica di Brasilia è normalissimo.

Da decenni le autorità brasiliane sono determinate nel portare avanti un progetto di grandeza nacional che il presidente laburista Ignacio Lula da Silva ha confermato in pieno. Il Brasile contemporaneo ha delle aspirazioni geopolitiche da non sottovalutare affatto e secondo Samuel Huntington il Paese, se non fosse per la difficoltà rappresentata dal parlare portoghese in un subcontinente omogeneamente ispanofono (difficoltà comunque non insormontabile), nel medio periodo sarebbe destinato a divenire lo Stato guida dell’area.

Fondamentali sono per il Brasile le partnership strategiche, soprattutto con la Nasa e le agenzie spaziali di Cina, India, Russia e Sud Africa. Dopo alcuni gravi insuccessi (i due lanci fallimentari del 2 novembre 1997 e dell’11 dicembre 1999, nonché il gravissimo incidente nella stazione di lancio di Alcantara il 22 agosto 2003, nel quale morirono 21 persone), Brasilia procede ora con estrema cautela, affidandosi sempre più all’esperienza di chi da decenni naviga nello Spazio.

Secondo le ultime indiscrezioni, ad esempio, avrebbe chiesto a Mosca di far fare le ossa ai suoi cosmonauti. Al prezzo di 20 milioni di dollari, prezzo “di favore” deciso da Vladmir Putin, il primo astronauta brasiliano sarà ospitato per una decina di giorni sulla Soyuz e sulla stazione spaziale. Caro come biglietto, ma sempre meglio che continuare a sprecare soldi e – soprattutto – vite come accaduto ad Alcantara.

Per quanto riguarda i malesi, invece, è evidente che le immense Petronas Towers non bastano più e Kuala Lumpur ora vuole addirittura raggiungere la Luna.

Per anni la Malesia ha detenuto il record dell’edificio più alto del mondo, le avveniristiche Petronas Towers della capitale, che con i loro 452 metri risultano oggi seconde solo al nuovissimo grattacielo denominato Taipei 101 di Taiwan, 509 metri di sofisticata tecnologia a testimoniare la ricchezza e lo sviluppo della Cina nazionalista.

Perso a vantaggio di Taiwan il primato della costruzione più alta del pianeta, gli esuberanti malesi stanno quindi programmando un’altra avventurosa operazione che, qualora fosse coronata da successo, consacrerebbe definitivamente Kuala Lumpur potenza economica di rilievo nel mondo intero.

Entro il 2020 la Malesia intenderebbe giungere sulla Luna con un equipaggio umano. La Nasa si è dichiarata assai scettica, ma certo non manca ai malesi il denaro per compiere l’impresa.

Assai diversa è invece la situazione russa. Mosca ha un immenso patrimonio di conoscenze tecniche, una competenza seconda solo a quella americana, ma non ha più fondi. I pochi soldi a disposizione del governo servono per riammodernare l’arsenale atomico e ben poco rimane per la ricerca spaziale. Mosca è quindi destinata ad un brusco ridimensionamento delle sue ambizioni cosmiche, ma non disperderà certo il suo know-how, tutt’altro. Lo metterà a disposizione di terzi ed affitterà e venderà anche talune strutture, come le navicelle Soyuz, che fanno assai gola a Washington.

Il cosmodromo di Baikonur, in Kazakhistan, durante la guerra fredda cuore del programma spaziale sovietico
Il cosmodromo di Baikonur, in Kazakhistan, durante la guerra fredda cuore del programma spaziale sovietico

Non reputando più tanto sicuri i pur avanzati Shuttle, la Nasa vorrebbe acquistare le navicelle russe, ma l’affare potrebbe subire uno stop a causa dei persistenti legami di collaborazione fra gli scienziati atomici di Mosca e quelli di Teheran, legami per nulla graditi agli americani.

In ogni caso, la Russia mantiene un ruolo di primissimo piano nella meravigliosa avventura della Stazione Spaziale Internazionale, nella quale, smantellata nel 2001 la mitica Mir (termine che in russo vuol dire “Pace”) dopo 15 anni di onorato servizio, sta profondendo energie e rinnovato entusiasmo.

E giungiamo quindi alla Nasa. L’ente spaziale americano (la cui denominazione per esteso è National Aeronautics and Space Administration) intenderebbe ritornare sulla Luna quanto prima grazie ad un nuovo programma di esplorazione dal costo di 104 milioni di dollari.

Lo ha recentemente annunciato Michael Griffin, il direttore dell’agenzia spaziale, spiegando che dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione da parte della Casa Bianca è tutto pronto per realizzare il progetto che nel 2018/2020 dovrebbe portare quattro astronauti sulla Luna.

Il viaggio dovrebbe avvenire a bordo di una capsula lanciata da un nuovo razzo, che manderà il pensione le attuali navette a partire dal 2010. L’ultima spedizione sul nostro satellite risale all’11 dicembre 1972, con Eugene Cernan e Harrison Schmitt, e forse è proprio giunta l’ora di ritornare sulla Luna, se non altro per difendere il prestigio minacciato dagli ambiziosissimi piani cinesi (oltre che indiani e malesi).

Ma la missione del 2018 non sarebbe certo un episodio isolato, tutt’altro. Perché il più importante progetto della Nasa riguarda una vera e propria base lunare, primo passo per la colonizzazione del satellite. Entro il 2030 (stesso anno dell’annunciato sbarco americano su Marte) potrebbe quindi essere operativa una avveniristica base, alla cui costruzione parteciperanno anche le aziende italiane Alenia e Telespazio.

Ma la grossa novità nel settore è la joint venture appena annunciata nella Silicon Valley, ossia l’ingresso nella ricerca spaziale di Google, che lavorerà con la Nasa appunto con l’obiettivo di far ritornare gli Usa sulla Luna. L’azienda di Mountain View aprirà degli uffici all’interno del centro di ricerche californiano della Nasa, al cui fianco lavorerà in una ampia gamma di aree del settore high-tech, dalla ricerca di nuove soluzioni IT al data management, fino alle nanotecnologie.

La società di Larry Page e Sergey Brin è sempre più sulla cresta dell’onda, quindi, e questa alleanza con la Nasa la consacra davvero come l’astro indiscusso dell’informatica mondiale.

Insomma, con tutti i programmi in attività e le varie missioni pianificate, si può proprio parlare di corsa alle stelle. È una vera è propria bagarre quella che si è da qualche tempo scatenata nel Cosmo e a ben vedere le motivazioni ci sono tutte.

Mappa dei centri di ricerca della Nasa negli Stati Uniti
Mappa dei centri di ricerca della Nasa negli Stati Uniti

Un accurato rapporto preparato da Wang Xiji della Chinese Academy of Sciences e reso noto dalla China News Agency sostiene che le strutture terrestri oggi utilizzate per il controllo di porzioni di Spazio non saranno più sufficienti nel prossimo futuro. Sarà quindi necessario costruire nuove piattaforme e prevedere la creazione di infrastrutture permanenti in orbita, dei veri micromondi. E nonostante un trattato delle Nazioni Unite stabilisca che ogni profitto materiale o beneficio derivante dalle missioni spaziali di qualsivoglia Nazione debba essere considerato patrimonio di tutto il pianeta, è indubbio che attraverso una forma di presenza stabile nello Spazio un dato Paese riuscirà di fatto ad estende il proprio territorio.

Pienamente consapevoli di ciò, alcuni Stati non intendono arretrare nei loro progetti di “espansione cosmica”, convinti, probabilmente a ragione, che conquistare porzioni di cielo sia una grossa opportunità per divenire almeno potenza regionale sulla Terra. Ecco spiegato, quindi, il motivo del diffuso interesse nella corsa alle stelle. Perché dal cielo, grazie a satelliti ed a stazioni orbitanti, si domina meglio il mondo.

Apparso su Behemoth, a. XXI, n. 39, gennaio-giugno 2006, pp. 23-25
con il titolo Geopolitica dello Spazio

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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