Oggi è festa davvero grande in Groenlandia per l’entrata in vigore di quella che viene definita “autonomia rafforzata” da Copenaghen, approvata nel referendum dello scorso novembre.
I nativi inuit hanno salutato con cori e balli tradizionali l’arrivo della regina di Danimarca Margrethe e del marito principe Henrik nel porto di Godthåb per la cerimonia ufficiale che sancisce il passaggio al governo locale del controllo su polizia e tribunali, nonché l’adozione del kalaalisut come lingua ufficiale.
Indubbiamente è un passo fondamentale verso l’indipendenza dopo la già netta devolution in vigore dal 1979 per quanto riguarda istruzione, sanità e Welfare.
Rimane ora da comprendere se alla Groenlandia, terra immensa abitata da appena 57mila persone “disperse” su di un territorio che è tre volte quello della Francia, converrà o meno compiere anche l’ultimo passaggio dopo tre secoli di dominazione danese e divenire uno Stato a tutto gli effetti.
Intanto, in osservanza proprio dei risultati del referendum di sette mesi fa, la Groenlandia riceverà a breve i primi 12 milioni di dollari derivanti dai proventi annuali delle estrazioni petrolifere. Da ora in avanti, qualsiasi guadagno sarà diviso a metà con la Danimarca, che però non pagherà più i correnti sussidi per gravano sulle casse di Copenaghen per circa 558 milioni di dollari l’anno.
Ma l’aspetto più importante del nuovo status di autonomia spinta riguarda il processo di scioglimento dei ghiacciai a causa del cosiddetto riscaldamento globale. Qualora venisse provato in sede Onu che le fette di mare artico attorno al Polo Nord ricche di idrocarburi ricadono sotto la sovranità groenlandese-danese, come sostenuto da Copenaghen, gli inuit potrebbero di colpo fare il loro ingresso nel club dei principali produttori mondiali di petrolio. Per tacere di uranio, gas, oro e diamanti che già da oggi controllano come qualche anno fa sarebbe stato semplicemente impossibile ipotizzare.
Una domanda sorge però spontanea: saranno in grado gli inuit di maneggiare una così complessa situazione? Ovvero, senza circonlocuzioni, conviene davvero loro abbandonare il passaporto danese, con tutte le garanzie che questo dà, per una indipendenza che non sarà affatto semplice da gestire? Perché, se ad un primo sguardo essere indipendenti può certo convenire ai groenlandesi da un punto di vista economico (tutti i proventi delle ricchezze naturali per Nuuk-Godthåb senza dover dividere più nulla con Copenaghen), da un punto di vista geopolitico la vicenda è assai più complessa.
Se già lo scontro diplomatico Copenaghen-Mosca (il “competitor” che vorrebbe “annettere” ai suoi possedimenti anche il Polo Nord) è duro per i danesi, uno dei popoli più avanzati e rispettati del pianeta, membro di Unione Europea e Nato, figuriamoci quanto potrebbe esserlo quello Nuuk-Mosca per gli inuit, nuovissimi alla scena internazionale.
L’aurora boreale danza su Nuuk-Godthåb. In primo piano la statua di Hans Egede, il norvegese esploratore e missionario luterano, detto l’Apostolo della Groenlandia, che convertì al cristianesimo gli inuit