“Hugo Cabret”, ovvero della disperata ricerca di un posto nel mondo

Scritto da: il 29.02.12
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

«A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu». Credo che in questa frase del piccolo Hugo all’amica Isabelle vi sia tutto il senso de La straordinaia invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick, ibrido artistico di rara bellezza, romanzo breve illustrato, graphic novel o altro che sia da cui Martin Scorsese ha tratto un film semplicemente soave.

Hugo ha bisogno “soltanto” di ritrovare il suo posto nel mondo dopo la morte dei genitori. Mission sostanzialmente impossible, ma che è poi lo sforzo titanico che tutti noi costanemente facciamo any given day. La sua ricerca esistenziale si incastra poi perfettamente con le indagini sulla nascita del cinema, che Selznick e Scorsese vedono, giustamente, come una fabbrica di sogni più che il freddo testimone di una gelida realtà. Come a dire che il suo posto nel mondo ognuno sì deve cercarlo, ma lavorando anche per crearsene uno alternativo di mondo, se (come sovente accade) quello reale è solo fonte di sofferenza.

Brian Selznick, "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret"

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