Il miracolato della Storia. Vita di Gerald Ford, “presidente per caso”, ma mica male

Scritto da: il 14.07.13
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Oggi sono 100 anni dalla nascita di Gerald Ford, personaggio storico a mio avviso di rilievo, giunto alla Casa Bianca dopo una serie di coincidenze strane, ma anche significative, per dirla con Giorgio Galli. Ho pensato di riproporre nel mio blog un articolo scritto anni fa per ricostruire il suo singolare percorso.

La battuta per la quale è stato messo per anni alla berlina oggettivamente non fu delle più riuscite, lo ammettiamo, ma in qualche modo evidenziava la modestia dell’uomo: «sono una Ford, non una Lincoln». Intendeva con ciò sottolineare d’essere una persona semplice, al pari della più che popolare automobile della casa di Detroit. Non venne capito. E passò alla Storia come un terribile gaffeur.

Di certo giunse alla presidenza per tutta una serie di fortunate circostanze davvero difficili da concepirsi. Ford era il leader della minoranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti quando avvenne l’imponderabile. In un simbolico preludio di quel che sarebbe accaduto nemmeno un anno dopo al principale inquilino della Casa Bianca, il 10 ottobre 1973 il vicepresidente Spiro Agnew fu costretto a dimettersi, pressato da pesanti accuse di evasione fiscale. Grazie al venticinquesimo emendamento alla Costituzione, introdotto nel 1965, Gerald Ford venne quindi scelto da Nixon come nuovo vicepresidente.

Con Nixon, il deputato del Michigan aveva sempre avuti dei rapporti sereni, avendone prima sostenuto tutte le scelte belliche, quali i blitz in Laos ed in Cambogia, i bombardamenti sul Vietnam del Nord e, successivamente, gli sforzi diplomatici per giungere ad un dignitoso accordo di pace. Ad onor del vero, quando Agnew si dimise, Nixon in prima battuta pensò di sostituirlo con il democratico John Connally, ma venne poi persuaso a scegliere Gerald Ford, opzione certo più accettabile dall’establishment repubblicano.

Sarebbe bastato questo inaudito colpo di fortuna a coronare una carriera politica tutto sommato in chiaroscuro. Ma il Destino era ancora in agguato ed i guai per la tormentata Amministrazione Nixon ben lungi dall’essere finiti. Il presidente, infatti, rimase definitivamente vittima dell’affaire che sui mass media mondiali sarebbe divenuto lo scandalo per antonomasia: il Watergate. Un caso che montava già dal giugno del 1972 e che due anni più tardi, dopo uno stillicidio di accuse nei confronti di Nixon e del suo staff, sarebbe divenuto assolutamente ingestibile per il presidente repubblicano, accusato d’essere il mandante di una intrusione nel quartier generale del Comitato nazionale democratico (l’organizzazione responsabile della raccolta di fondi e della gestione delle campagne elettorali del Partito democratico) e ormai ad un passo da un impeachment che avrebbe avuto il sapore dell’ignominia.

E così, il 9 agosto 1974 Richard Nixon fu costretto alle dimissioni ed un Gerald Ford attonito, vero miracolato della Storia, divenne – sempre in forza del venticinquesimo emendamento – il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, l’unico a non essere stato eletto dal popolo.

Ma vediamo un po’ di ripercorrere le tappe salienti della vita di questo singolare politico, indubbiamente un “presidente per caso”, ma certo un uomo onesto e non privo di un suo fascino, come ex post molti commentatori hanno riconosciuto.

Gerald Rudolph Ford jr alla nascita (in quel di Omaha, Nebraska, la Patria del finanziere Warren Buffett, il guru della Berkshire Hathaway) si chiamava Leslie Linch King jr. La data in cui venne alla luce nel 1913 è già di per se stessa quasi un incidente per un politico a stelle e strisce: il 14 luglio, ricorrenza cara ai francesi, che in questo giorno di mezza estate festeggiano la presa della Bastiglia, mito di fondazione della Repubblica transalpina. Per un futuro inquilino della Casa Bianca sarebbe stato certo meglio nascere il 4 luglio, festa dell’indipendenza americana, ma tant’è …

Figlio adottivo del secondo marito della madre, Gerald Ford crebbe nel Michigan. Fu uno studente poco brillante, per non dire mediocre. All’Università del Michigan riuscì ad entrare grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi e le sue capacità come giocatore di football americano gli spianarono addirittura la strada per entrare alla Facoltà di Legge della Yale University.

Abbandonata responsabilmente l’idea di darsi allo sport professionistico, al ritorno dalla guerra, dopo quasi 4 anni di servizio militare in Marina, il giovane Ford iniziò la sua carriera politica (la sua prima campagna elettorale fu nel 1948), giungendo senza troppa fatica al Congresso, di cui sarebbe stato membro ininterrottamente per oltre 24 anni (fece anche parte della Commissione Warren, preposta ad indagare sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy).

Stimatissimo da colleghi ed avversari per il suo aplomb aristocratico e la sua calma, fu un classico repubblicano moderato, dalle grandi capacità di compromesso. Sui temi economici fu più o meno fedele alla linea ufficiale del Grand Old Party; sui temi sociali, però, fu intransigente e assai spostato a sinistra, pronto a schierarsi con i democratici soprattutto a riguardo dei diritti civili dei cittadini di colore.

Sua massima ambizione, come egli stesso ebbe a dichiarare, era quella di divenire speaker della Camera. Mai avrebbe pensato di correre per la Casa Bianca. Figuriamoci di giungervi attraverso un automatismo costituzionale, senza nemmeno una goccia di sudore.

Quella di Ford non fu certo una presidenza facile (subì anche due attentati, entrambi nel settembre del 1975). Più o meno un mese dopo essersi accomodato nello Studio Ovale concesse il cosiddetto perdono presidenziale al suo discusso – per non dire odiato – predecessore. Utilizzando una specifica prerogativa del presidente prevista dalla Costituzione americana, cancellò infatti ogni addebito penale nei confronti di Nixon. Tale provvedimento non mancò di suscitare scandalo, ma con il senno di poi fu probabilmente una scelta giusta e lungimirante. Il desiderio di Ford era quello di riconciliare una Nazione spaccata e la “grazia” a Nixon andava in questa direzione. L’America non aveva certo bisogno di un ex presidente condannato e vilipeso ancor più di quanto già non lo fosse stato nei due anni ed oltre di “tiro al bersaglio” da parte della stampa, inferocita dal caso Watergate.

Del resto, nel corso degli anni, Ford ha lucidamente sostenuto d’essere stato all’epoca ben consapevole che il perdono a Nixon gli sarebbe costato la sconfitta alle elezioni del 1976. Nonostante tale certezza, però, andò avanti, convinto che solo quel gesto avrebbe potuto sanare le profonde divisioni del Paese.

Nel 1975 giunse la pagina più dolorosa della Storia americana, almeno fino al tragico 11 settembre 2001: il ritiro dal Vietnam. Ford, ostaggio dell’ala liberal del Partito repubblicano e manovrato dal segretario di Stato Henry Kissinger, che già dal 1969 stava portando avanti le trattative di pace, annunciò ufficialmente che la guerra in Vietnam era finita ed ordinò la drammatica evacuazione dell’ultimo contingente ancora a Saigon.

Lo spettro dell’inflazione, l’aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali e la paura che gli Stati Uniti potessero entrare in una fase di recessione economica complicarono ulteriormente i suoi due anni e mezzo di presidenza, durante i quali scelse come vice il magnate Nelson Aldrich Rockefeller, ex governatore dello Stato di New York.

Alle elezioni del 2 novembre 1976 Ford perse contro il democratico Jimmy Carter. Come candidato vicepresidente volle Bob Dole, un uomo che certo non ha mai brillato per appeal elettorale. Al presidente uscente andò il 48% dei suffragi (39.148.364 voti, concretizzatisi in 240 voti elettorali) ed all’ex governatore della Georgia il 50.1% (40.831.881 voti, concretizzatisi in 297 voti elettorali).

Morto a 93 anni il 26 dicembre scorso a Rancho Mirage, a circa 200 chilometri da Los Angeles, il trentottesimo presidente americano lascia ai posteri un ottimo ricordo. Anche i critici che negli anni Settanta furono più severi con Ford sono oggi concordi nel sostenere che la sua fu tutto sommato una buona presidenza, contrassegnata da un alto senso dello Stato e da alcuni atti coraggiosi che non tutti avrebbero avuto la forza di compiere, in primis il tanto discusso perdono a Nixon, pagato poi carissimo sul piano elettorale.

Volendo utilizzare la celebre categoria di Carl Schmitt, potremmo dire che Ford fu senza dubbio in grado di governare lo stato d’eccezione, riuscendo nel non facile compito di gestire il caos interno ed esterno ereditato dal predecessore, altro personaggio che gli storici ormai stanno sempre più rivalutando.

Una curiosità. Come molti altri presidenti statunitensi (primo fra tutti il padre della Patria George Washington), Gerald Ford fu massone. E lo fu ai massimi livelli. Da ragazzo aderì prima ai Boy Scout e successivamente divenne membro della Delta Kappa Epsilon, la più vecchia società segreta maschile per giovanissimi del New England (ne fecero parte, tra gli altri, anche Theodore Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt, George H. W. Bush e George W. Bush). Più tardi fece il suo ingresso nell’Ordine dei De Molay (come Bill Clinton), in Massoneria (nel 1949) e nello Shrine (nel 1959), giungendo, ben prima di divenire presidente dell’Unione, ai vertici di queste istituzioni.

Apparso in forma leggermente ridotta
su il Domenicale di sabato 3 gennaio 2007
con il titolo Gerald R. Ford, alla Casa Bianca “per caso”

Gerald Ford

Gerald Ford

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