Il Pdl senza Fini e i suoi marescialli: più chiarezza, ma anche più incertezza

Scritto da: il 30.07.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Verrebbe da dire che il presidente della Camera dei Deputati è un uomo politicamente ormai finito. Espulso dal movimento che ha – suo malgrado – contribuito a fondare (espulso per modo di dire, perché la tessera del Pdl non l’aveva mai presa), Fini può contare su un gruppo non certo vastissimo di parlamentari e su un drappello di “marescialli” (siamo seri, lo spessore dei cosiddetti “colonnelli” di Alleanza Nazionale era certo maggiore di quello degli attuali fedelissimi) che non brillano per capacità organizzative e comunicative.  Inoltre i bravi segugi di Libero, de il Giornale e di Striscia la Notizia è chiaro che da ora in poi saranno nei suoi confronti più feroci del mastino dei Baskerville di holmesiana memoria (per intenderci, altro che casa a Monaco per i parenti della compagna …). Eppure, non è che il momento per il premier Silvio Berlusconi sia da brindisi. Tutt’altro. Non a caso un accorto osservatore delle dinamiche politiche italiane come Stefano Folli ieri sera ha parlato di vittoria di Pirro per il capo del governo. Cerchiamo di capire perché.

I numeri certo non sono dalla parte di Fini, ma ormai nemmeno troppo dalla parte di Berlusconi. Se il costituendo gruppo dei finiani alla Camera giungerà a 30-35 uomini (per l’esattezza si parla di 34 deputati e 14 senatori) il governo targato Popolo della Libertà-Lega Nord non avrà più la maggioranza assoluta con cui ha finora retto il Paese, forzando spessissimo la mano al Parlamento a colpi di fiducia. A lume di naso il centrodestra ha ancora abbastanza deputati per mantenere più o meno saldo il potere, ma è chiaro che a questo punto si (ripro)pone fortemente il problema di allargare l’intesa di governo all’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini, l’unica forza politica italiana dichiaratamente scettica nei confronti delle riforme federaliste, il feticcio intoccabile che da oltre 20′anni avvelena la politica del nostro Paese. Riuscirà Berlusconi a convincere Bossi ad ingoiare un simile rospo proprio in un momento in cui la Lega vede vicino il traguardo del federalismo fiscale? Può essere, ma ad oggi certo i segnali non sono positivi.

Quanto a rimuovere Fini dalla carica di presidente della Camera, non sarà facile. Non vi sono precedenti nella storia repubblicana. E l’operazione non sarebbe affatto indolore per Berlusconi. In caso di tentativi scomposti da parte del premier, Partito Democratico, Italia dei Valori e Movimento per l’Autonomia, ma fors’anche l’Udc (dipende da quel che deciderà Casini nei prossimi giorni), farebbero le barricate in difesa dell’ex postfascista, che gode di un  buon consenso trasversale costruito in anni di attente dichiarazioni progressiste lanciate da scranni e poltrone nel tempo sempre più blandamente conservatrici.

Insomma, con la cacciata di Fini il Pdl ha certo guadagnato in chiarezza interna, ma i problemi non sono affatto finiti. Anzi, se ne pongono di inediti. Non facilmente risolvibili. Servono capacità di mediazione notevolissime (ossia in primis serve recuperare l’Udc quale alleato). Capacità di mediazione che Berlusconi non sembra più avere fulgide come in passato.

In ogni caso, da oggi si apre una nuova pagina nella politica italiana. Il lungo sodalizio (17 anni) fra Berlusconi e Fini, incrinato da circa 3 anni (è bene infatti ricordare come nell’autunno nel 2007, subito dopo il cosiddetto discorso del predellino del premier, Fini si sia detto contrario ad un partito unico del centrodestra, mentre Casini inizialmente si era detto favorevole, salvo poi scambiarsi i ruoli, aderendo An al Pdl e rompendo invece l’Udc la storica alleanza della Casa delle Libertà), si è definitivamente spezzato. Al momento a Fini rimane la salda special relationship con il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, che pare intenzionato a prestargli i suoi uomini in Senato, dove non è da escludersi l’ipotesi di un gruppo congiunto finiani-lombardiani (Alleanza per l’Autonomia, o per le Autonomie, non sarebbe un pessimo brand …). Inoltre, Fini è da sempre in buoni rapporti con il leader ombra del Pd, Massimo D’Alema. Ritorna quindi in auge l’ipotesi di un’asse D’Alema-Fini-Lombardo-Rutelli. Con Casini – intento a far evolvere l’Udc nel più marketable Partito della Nazione – nel ruolo di ago della bilancia. Un ruolo che, da forlaniano d’acciaio, gli calza a pennello.

Gianfranco Fini

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