Il voto in Israele, un’analisi

Scritto da: il 11.02.09
Articolo scritto da . Giornalista e saggista catanese. Dopo 18 anni altrove (prevalentemente a Bologna e a Roma, con una puntata a Turku, in Finlandia, e numerosi viaggi per il nord Europa) , è rientrato a CT e cerca, insieme ad alcuni amici, di capire (prima) e spiegare (poi) i meccanismi socio-politici che presiedono al "funzionamento" del microverso dell'Isola. Senza comunque dimenticare il resto del globo, dove ogni giorno accadono eventi che spessissimo sono (di molto) piú importanti di quelli siciliani ed etnei ... Con questo blog, chiamato "The Lo Re Report" in onore del fantastico "The Colbert Report" dell'umorista americano Stephen Colbert, Lo Re - che si sta sentendo profondamente scemo a scrivere di se stesso in terza persona - intende dare agli amici e conoscenti interessati alle sue analisi (non oltre i 24, uno in meno dei lettori del Manzoni, per carità) uno strumento piú agile e dinamico del sito, che per sua natura (nonché per ignavia del Lo Re stesso) è certo ben statico.

Ribaltando i sondaggi della vigilia, con il 23% dei voti Tzipi Livni è riuscita a superare, anche se di appena un paio di punti percentuali, che si traducono in un solo seggio di differenza (28 per Kadima contro 27 per il Likud, ne avevano rispettivamente 28 e 12) il suo rivale Benjamin Netanyahu (21%), che pure già scalpita (e non a torto, come vedremo) per divenire lui il nuovo premier dello Stato ebraico.

Il collasso per i laburisti di Ehud Barak è totale. Con il 10% (13 seggi, ne avevano 18) è il peggior risultato della loro storia. Entreranno in un governo di coalizione con Kadima? Probabilmente sì, ma la domanda da porsi è un’altra: quanto possono realmente essere utili per la Livni i loro 13 seggi?

Grosso risultato, invece, stavolta come previsto dai sondaggi, per Israel Beitenu, la destra estremista laica guidata da Avigdor Lieberman. Con il 12% ottiene 15 seggi (ne aveva 11) e rischia di essere, anzi, è il nuovo ago della bilancia della politica israeliana.

Di grande interesse è poi il dato elettorale inerente la destra religiosa. Shas, Yahaduth HaTorah, Ihud Leumi e HaBait HaYehudi (gli ultimi due assai radicali) insieme ottengono 23 seggi (19% complessivo), che sommati ai 15 dei nazionalisti di Lieberman fanno 38 seggi, nonché il 31% di consenso.

Sarà pure, in una certa misura, un voto di protesta, ma in ogni caso è come dire che un israeliano su tre davvero non ne può più di come i partiti moderati hanno fin qui guidato il Paese.

Va da sè che il 31% dei voti dato a formazioni estremiste, laiche o religiose che siano, è anche un implicito avallo a soluzioni militari stile la recente operazione “Piombo fuso”, preferite a tentativi di dialogo a torto o a ragione percepiti come sterili.

Fermo restando che da nessuna parte al mondo né è consigliabile, né è di fatto possibile governare con la metà più uno dei seggi in Parlamento, non sarà facile per la Livni o per Netanyahu arrivare a mettere insiemi 61 parlamentari (la Knesset ha 120 membri).

Tzipi Livni
Tzipi Livni

Insomma, il quadro politico israeliano dopo queste elezioni è davvero assai frammentato. Il rischio concreto è lo stallo e per la Livni non si intravedono grossi margini di mavovra.

Il tracollo laburista, infatti, non consente di ipotizzare alcuna soluzione di centrosinistra. Nell’ipotesi da fantapolitica, infatti, di una coalizione che vada dal centro di Kadima alla sinistra comunista di Hadash ed a quella sionista di Meretz, passando per il partito arabo Balad e per la lista araba unita Raam-Taal, il totale dei seggi si ferma a 55.

O la Livni tenta quindi la strada dell’alleanza con il Likud (insieme hanno 55 seggi e non sarebbe impossibile rinvenire qualche “puntello”) ovvero forse è meglio che a formare il governo ci pensi Netanyahu, che ha realisticamente margini di manovra più ampli e chance più concrete di successo (sono infatti 65 i seggi totali delle destre). E che, a ben vedere, forse forse è il vero vincitore di queste confuse elezioni.

Benjamin Netanyahu

Benjamin Netanyahu

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