In America è proprio ora di un nuovo Tea Party

Scritto da: il 30.08.10
Articolo scritto da . Carlo Lo Re, giornalista e saggista, è un esperto di politica estera e terrorismo internazionale. Rientrato da qualche anno in Sicilia dopo un quasi ventennale “tour” d'Italia e d'Europa, vive a Catania, dove si occupa di economia e comunicazione.

Numericamente non è stata la marcia del milione di uomini che l’islamico Louis Farrakhan, predicatore peraltro politicamente assai sterile, fece convergere su Washington nel 1996. E non è stata – ovvio – nemmeno l’adunata oceanica organizzata da Martin Luther King il 28 agosto del 1963, il giorno del discorso “I have a dream” che mutò per sempre i destini dell’America. Di certo però la prova di forza del Tea Party al National Mall è stata stravinta dagli organizzatori, in primo luogo da quel Glenn Beck, giornalista star della tv di Rupert Murdoch Fox News, che è ormai l’anima del movimento anti tasse statunitense. Ma anche dalla Sarah Palin, ospite fissa alle “adunate” del Tea Party, che sta trovando fra le pieghe della giovane iniziativa un dinamismo ed una linfa vitale impossibili da rinvenire nel Grand Old Party. Dopo sabato, infatti, è chiaro che con questa nuovissima forza politica che preme potentemente dal basso il Partito Repubblicano deve fare i conti, pena serissimi guai elettorali.

Già molti dei candidati tradizionali del Gop sono stati battuti alle recenti primarie per le elezioni di mid-term che si terranno il 2 di novembre. E lo stesso John McCain, icona trasversale classicamente repubblicana ma in grado di attrarre anche le simpatie dei democratici, ha scampato per poco la perdita della possibilità di poter concorrere ancora per il partito dell’elefante ad occupare il seggio senatoriale spettante all’Arizona. Alla fine McCain ha vinto le primarie repubblicane, ma ha dovuto mutare parecchio del suo tradizionale messaggio, puntando su argomenti a lui per nulla congeniali, come la sicurezza e la lotta all’immigrazione. In uno spot su questo tema, ad esempio, ha buttato alle ortiche 30 e passa anni di posizioni progressiste.

Insomma, il Tea Party, che deve l’ironico nome alla rivolta del 1773 dei coloni americani contro le inique tasse della madre Patria inglese, sta cambiando rapidamente i tratti della destra americana. I democratici lo dipingono come un fenomeno ambiguo, estremista, ultraconservatore e financo razzista. Ma intanto Alveda King, nipote di Martin Luther King, guarda con grande simpatia al fenomeno ed interviene alle sue convention. Intanto il movimento cresce in maniera assai rapida, si struttura sempre più tramite il Freedom Works, il suo braccio operativo sul territorio, e attrae consensi in quella classe media (la “Middle America”) che sta scomparendo, stretta fra la marea di poveri di una nazione che da decenni ormai non riesce a garantire standard dignitosi di sussistenza ai suoi cittadini e la minoranza ricca che la crisi economica esplosa nel settembre 2008 ha reso ancora più potente.

I democratici, dicevo, lo dipingono come un fenomeno di estremismo conservatore e razzista. Ma in realtà quello del Tea Party è solo un classico, almeno per gli Usa, moto populista, con profonde venature libertarie ed ultraliberiste che non sembra ad oggi essere connotato in maniera reazionaria, anche se il pericolo di una deriva in tal senso oggettivamente esiste. Il Tea Party chiede un governo minimo ed una economia che sia non condizionata dalla pressione fiscale e dalla mano pubblica. In sintesi estrema, chiede meno tasse. Ovvero un fisco più leggero, ma anche più responsabile, che sappia creare un Welfare State mirato ed indirizzato ad aiutare e proteggere chi realmente merita di essere aiutato e protetto.

Per ora la novità ha portato scompiglio prevalentemente fra le file del Gop. Ma – sia chiaro – non è solo il Partito Repubblicano che deve temere il Tea Party, che per certi versi può essere considerato dalla sua base alla stregua di un provvidenziale ritorno alle origini. Anche Barack Obama deve iniziare a confrontarsi con questo più che ostico avversario. Il presidente democratico si ritrova accerchiato da una serie di critiche alla sua idea di spesa pubblica alle quali dovrà trovare risposte adeguate per le elezioni presidenziali del 2012. Che quasi sicuramente vedranno Sarah Palin a contendergli la rielezione. Con dalla sua un argomento elettorale come quello anti tasse che di certo consensi non ne ha mai fatti perdere da nessuna parte al mondo.

Rimane da capire se il Tea Party si strutturerà come autonoma terza forza del panorama politico americano con Beck e la Palin come leader riconosciuti o se rimarrà in ambito repubblicano con l’intento di indirizzare le scelte del Gop. Quel che non è riuscito al Reform Party dei ricchissimi Ross Perot e Steve Forbes, ossia scardinare il secolare bipartitismo americano, riuscirà ad un movimento spontaneo dalle caratteristiche così liquide? Troppo presto per dirlo. Per ora di sicuro c’è che il Partito Repubblicano, condizionato dal Tea Party in modo pesante, sta cambiando velocemente pelle.

Sarah Palin


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