Tutti gli articoli su 1974

La Grecia è rossa … Ma (purtroppo) anche un po’ bruna

Scritto da: il 07.05.12 — 0 Commenti
Ma che cosa pensavano gli usuali partiti greci (centrodestra e centrosinistra), di poter vincere le elezioni più delicate della storia del Paese dopo il macello sociale che hanno messo in atto negli anni e nei mesi scorsi? I classici politici di governo non sono riusciti a raccogliere abbastanza consensi per formare una coalizione dopo il voto di ieri ed ora siamo al paradosso di Antonis Samaras, il leader di Nuova Democrazia (il partito conservatore) che ha l'incombenza, più che l'incarico, di formare il nuovo esecutivo. Nuova Democrazia, per inciso, ha avuto il 18.8% dei voti, con il premio è arrivata appena a 108 deputati, ma ce ne vogliono 151 per un governo. I conservatori di Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok, le formazioni che si sono alternate alla guida della Grecia negli ultimi decenni e che sono, fattore non da poco, gli unici fra i partiti maggiori a sostenere il programma di salvataggio/strozzinaggio targato Ue-Fmi che sta affondando la Grecia, hanno ottenuto insieme meno del 33% dei voti e solo 150 dei 300 seggi parlamentari a disposizione. Un governo di coalizione nazionale solo con loro andrebbe quindi in minoranza ad ogni stormir di fronda. Per riuscire a rinnovare la loro gracile "grande coalizione" dovranno quindi ottenere l'appoggio di altre formazioni, ma l'impresa appare davvero ardua. Ogni possibile intreccio sembra infatti destinato ad avere vita governativa assai breve. Il rischio è che la Grecia precipiti in una infinita incertezza politica. Il che potrebbe avvicinare il collasso del debito europeo complessivo. Samaras ha in queste ore invocato un governo di unità nazionale per l'Europa con l'intento di mantenere il Paese nella zona euro, obiettivo condiviso anche dal leader del Pasok Evangelos Venizelos. Di contro, i partiti minori che hanno vinto le elezioni sono tutti contro il piano di salvataggio Ue-Fmi. Il problema è che ...

Enigma alawita e paradosso siriano

Scritto da: il 04.08.11 — 0 Commenti
Il particolare magari è sconosciuto ai più, ma il regime siriano che alcuni, probabilmente non a torto, ritengono faccia parte a pieno titolo del cosiddetto “Asse del Male”, del tutto islamico islamico non è, quanto meno non in senso ortodosso. A prescindere dal fatto che Damasco è da decenni retta da una élite baathista almeno formalmente laica, il dato sorprendente è come di tale élite facciano parte molti alawiti, in un numero che proporzionalmente è davvero assai alto. Ma chi sono gli alawiti (o alauiti che dir si voglia)? Storicamente, essi rappresentano un gruppo religioso mediorientale (null’altro che una setta per i mussulmani sunniti) diffuso principalmente in Siria. Bashar al-Assad, l’attuale presidente siriano, è un alawita, come, ovviamente, il padre Hafez al-Assad, nonché molti membri della nomenklatura siriana, una vera e propria lobby che da decenni ormai detiene il potere nel Paese mediorientale. A lungo gli alawiti sono stati chiamati nusairi, namiriya o ansariyya, ma col il passare del tempo, nusairi è divenuto un termine spregiativo ed ormai essi preferiscono essere chiamati alawi (termine ufficialmente riconosciuto dai francesi quando nel 1920 occuparono la regione), soprattutto per sottolineare il legame con Ali, il cugino-cognato del Profeta Mohammad la cui figura è alla base dello scisma sciita. L'origine della setta è da sempre oggetto di aspre divergenze d’opinione fra gli esperti. Secondo talune fonti, essi erano in origine dei nusayri, un gruppo scismatico degli sciiti duodecimani (IX secolo), ma gli alawiti fanno risalire le loro origini all'undicesimo imam sciita Hasan al-Askari (m. 873) ed al suo braccio destro Ibn Nusayr (m. 868). In realtà, pare che la setta sia stata organizzata in un secondo momento da un seguace di Ibn Nusayr, tale al-Khasibi, morto ad Aleppo intorno al 969. Un nipote di al-Khasibi, al-Tabarani, si sarebbe trasferito a Latakia, sulla costa siriana, e lì avrebbe ...

“Hammamet”, OGGI a Catania si discute sull’ora finale di Craxi

Scritto da: il 27.04.10 — 2 Commenti
OGGI, martedì 27 aprile, alle ore 17.30, al Palazzo della Cultura di Catania, via Vittorio Emanuele 121, verrà presentato il libro Hammamet di Massimiliano Perrotta. Moderati da Carlo Lo Re, interverranno Salvo Andò (rettore dell’Università Kore di Enna), Giuseppe Barone (preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Catania), Fabio Fatuzzo (assessore alla Cultura del Comune di Catania), Fernando Gioviale (docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Catania), Giovanni Iozzia (Associazione Amici della Fondazione Craxi) e Nello Musumeci (dirigente nazionale de La Destra). Sarà presente l’autore. In questa breve tragedia contemporanea si confrontano le ragioni e gli errori di Bettino Craxi, ma anche le ragioni e gli errori di chi lo avversò e oggi prova a rileggere quegli anni con equanimità. Lontano dalla patria, stanco, malato, Craxi mette ordine tra i frantumi, tracciando un bilancio della propria controversa vicenda politica ed umana. Perrotta si è avvalso della consulenza storica di Mattia Feltri, autore nel 2003 di una dettagliata inchiesta giornalistica sugli anni della caduta della cosiddetta prima Repubblica. L’introduzione di Hammamet è di Gianni Pennacchi. Nato a Catania nel 1974, Massimiliano Perrotta vive a Roma. Ha scritto e diretto spettacoli teatrali (Gli specchi e, appunto, Hammamet) e video (Expo, Bonaviri ritratto e Mineo). Ha pubblicato Cornelia Battistini o del fighettismo (La Cantinella, 2006) e la versione teatrale del racconto Fine di una giornata di Sebastiano Addamo (La Cantinella, 2008). Ufficio Stampa 340/14.06.795 Info: www.sikeliana.com - www.massimilianoperrotta.it E-mail: info@sikeliana.com Sikeliana Via Madonna della Pietra, 8 95044 Mineo (Catania) Tel.: 0933/98.17.76

Divorzio alla spagnola, per la prima volta applicata in Italia la formula breve

Scritto da: il 13.06.09 — 14 Commenti
Arriva anche da noi il cosiddetto "divorzio breve", ottenuto in meno di un anno dalla richiesta da una coppia (lei fiorentina, lui spagnolo) senza prima passare dalla separazione di tre anni prevista dalla legislazione italiana. La sentenza è del Tribunale di Firenze, che per la prima volta in Italia ha applicato integralmente una legge (la n. 15/2005, voluta da Zapatero) di un Paese dell'Unione Europea assai diversa da quella nazionale che regolamenta il tema. La coppia italo-iberica si era sposata poco più di un anno fa in Italia, dove, sino ad ora, il divorzio senza separazione era possibile solo in casi assai singolari, tipo la condanna di un coniuge all'ergastolo o comunque per reati molto gravi. Non che non vi fossero stati altri casi di divorzi veloci in Italia, ma erano stati ottenuti solo tramite sentenze già emesse in altri Paesi, ovvero, ottenuto il divorzio all'estero, ai coniugi questo viene riconosciuto anche in Italia. Stavolta è stata invece applicata una legge non italiana direttamente in territorio italiano. Secondo un sondaggio Eures (2007), il 63.5% degli italiani vede favorevolmente l'approvazione del "divorzio breve" per le coppie che non hanno figli. Introdotto in Italia nel 1970 con la legge n. 898 (la cosiddetta legge Fortuna-Baslini) e confermato dalla vittoria del "no" al referendum abrogativo del 1974, il divorzio nel 1987 è stato profondamente ripensato, riducendo da 5 a 3 anni il tempo della separazione per giungere alla sentenza. Con l'applicazione della legge Zapatero ora questa "tempistica" rischia di essere nei fatti superata, trasformando il matrimonio in un impegno leggero leggero che si può cancellare senza stare troppo a pensarci su. Davvero deleterio in una società sempre più atomizzata ed immatura come quella italiana.

I 90´anni di Helmut Schmidt, un´occasione per riflettere sui destini della Socialdemocrazia

Scritto da: il 23.12.08 — 0 Commenti
Oggi, proprio mentre mi trovo a girovagare per la Germania (al momento sono nel campus universitario di Erlangen, in Franconia), Helmut Schmidt compie 90´anni. Il Paese mi sembra spaccato fra chi non ricorda nemmeno la figura del grande premier socialdemocratico e chi rimpiange amaramente una simile personalità politica. Sui giornali, alcune prime pagine, ma anche molta minimizzazione dell´evento. E dire che Schmidt, cancelliere tedesco-occidentale dal 1974 al 1982, è stato senza dubbio uno dei padri della Germania contemporanea, tenace costruttore del Welfare State tedesco che ancora - la cosa mi pare evidente parlando qua e là con la gente - sopravvive contro ogni trend e pronostico. Il genetliaco di Schmidt rappresenta certo una buona occasione per fare il punto sul destino della Socialdemocrazia nordeuropea, modello a lungo odiato, a lungo amato, ma mai realmente compreso dagli europei del Sud. Oggi, a 26 anni dalle dimissioni di Schmidt ed a quasi 23 dall´assassinio del premier svedese Olof Palme, la capillare costruzione edificata dai socialdemocratici scandinavi, olandesi, tedeschi in qualche modo resiste. Agli attacchi di una classe politica conservatrice che in tutto l´Occidente l´ha additata quale forma di criptocomunismo da abbattere. Agli attacchi di una Globalizzazione inarrestabile che tutto ha mutato del nostro mondo, nei fatti e nella percezione che si ha di esso. Certo, di tagli un po´ovunque - in Svezia, Finlandia, Germania - il Welfare State ne ha subiti e ne subirà. Ma morto il Comunismo e sempre meno accettabile la Liberaldemocrazia avvelenata dalla bestia trionfale del Capitale, la Socialdemocrazia, rimane, per esclusione, l´unica speranza di chi non vuole arrendersi e consegnare il mondo ai banchieri di Wall Street o ai "padroni della ferriera", da Seattle alla Brianza.  Almeno come mera pratica di governo, sganciata dagli esiti sociali ultraprogressisti (o falsamente progressisti che dir si voglia) che si possono osservare in Nord Europa, sia chiaro. Perché di fronte a talune ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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