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Numericamente non è stata la marcia del milione di uomini che l'islamico Louis Farrakhan, predicatore peraltro politicamente assai sterile, fece convergere su Washington nel 1996. E non è stata - ovvio - nemmeno l'adunata oceanica organizzata da Martin Luther King il 28 agosto del 1963, il giorno del discorso “I have a dream” che mutò per sempre i destini dell'America. Di certo però la prova di forza del Tea Party al National Mall è stata stravinta dagli organizzatori, in primo luogo da quel Glenn Beck, giornalista star della tv di Rupert Murdoch Fox News, che è ormai l'anima del movimento anti tasse statunitense. Ma anche dalla Sarah Palin, ospite fissa alle “adunate” del Tea Party, che sta trovando fra le pieghe della giovane iniziativa un dinamismo ed una linfa vitale impossibili da rinvenire nel Grand Old Party. Dopo sabato, infatti, è chiaro che con questa nuovissima forza politica che preme potentemente dal basso il Partito Repubblicano deve fare i conti, pena serissimi guai elettorali.
Già molti dei candidati tradizionali del Gop sono stati battuti alle recenti primarie per le elezioni di mid-term che si terranno il 2 di novembre. E lo stesso John McCain, icona trasversale classicamente repubblicana ma in grado di attrarre anche le simpatie dei democratici, ha scampato per poco la perdita della possibilità di poter concorrere ancora per il partito dell'elefante ad occupare il seggio senatoriale spettante all'Arizona. Alla fine McCain ha vinto le primarie repubblicane, ma ha dovuto mutare parecchio del suo tradizionale messaggio, puntando su argomenti a lui per nulla congeniali, come la sicurezza e la lotta all'immigrazione. In uno spot su questo tema, ad esempio, ha buttato alle ortiche 30 e passa anni di posizioni progressiste.
Insomma, il Tea Party, che deve l'ironico nome alla rivolta del 1773 dei coloni americani contro le inique tasse della ...
Alla dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sulla necessità, invero pressante, di una riforma fiscale per il nostro Paese (il Cav. avrebbe in mente una radicale semplificazione, con due sole aliquote Irpef al 23 e 33%) il Partito Democratico ha replicato parlando dell'esigenza di abolire gli studi di settore.
Ottime entrambe le proposte. E, per inciso, è uno splendido segnale che i democratici si dicano favorevoli ad una assurda iniquità come gli studi di settore, che nemmeno uno statalista incallito come me riesce a difendere.
Nel 2001, dopo un po' di riforme fiscali serie fatte dagli Stati baltici, la Russia di Putin ha stupito tutti adottando dall'oggi al domani una flat tax con aliquota al 13%, più bassa di ben 4 punti rispetto a quella suggerita nel 1996 dal miliardario candidato alla presidenza americana Steve Forbes. La proposta di Forbes di un'aliquota unica al 17% aveva a suo tempo suscitato molto scandalo, ma appena 5 anni dopo la riforma di Putin l'ha superata di gran lunga con buoni risultati, abbattendo l’evasione.
[caption id="attachment_7359" align="aligncenter" width="370" caption="Steve Forbes"][/caption]
La Norvegia continuerà ad essere governata dal centrosinistra. Secondo gli exit poll diffusi ieri sera dalla tv pubblica Nrk, i laburisti (che sono il primo partito del Paese) ed i loro alleati socialisti e centristi avrebbero ottenuto 85 dei 169 seggi del Parlamento nazionale, contro gli 83 toccati complessivamente ai partiti di destra e l'unico andato alla formazione di sinistra estrema.
La vittoriosa coalizione guidata dal primo ministro Jens Stoltenberg, al governo dal 2006, avrebbe quindi raggiunto la maggioranza, anche se risicata, contro la compagine di centrodestra, fino a qualche giorno fa data per favorita dai sondaggi, che puntava su un programma di liberalizzazioni e riduzione della pressione fiscale proprio nel Paese che a buon diritto può vantare il più efficace sistema di Welfare State al mondo.
La riconferma dei laburisti è frutto dei seri dubbi dei norvegesi verso un centrodestra che si è mostrato troppo frammentato, diviso com'è fra il Partito Conservatore di Erna Solberg, la formazione populista Progress di Siv Jensen (che ha comunque confermato il suo importante ruolo di secondo maggior partito) e due altre formazioni centriste.
Il programma di centrodestra puntava anche su di un più intenso sfruttamento dei giacimenti del mare del Nord, trivellando l'area protetta delle isole Lofoten, e non escludeva un nuovo referendum sull'ingresso del Paese nell'Unione Europea, ipotesi che i norvegesi nella loro storia recente hanno già bocciato due volte, nel 1972 e nel 1994.
Ma la posta in gioco in queste elezioni politiche non era solo il governo nel quinto maggior esportatore di petrolio al mondo, ma anche i destini di quello che è il secondo maggior fondo sovrano, il Norwegian Government Pension Fund.
Costituito nel 1996 in previsione dell'esaurimento delle riserve petrolifere nel mare del Nord e ad oggi stimato in 420 miliardi di dollari (circa 290 miliardi di euro, pari a un credito di ...
La definizione (scontro di Civiltà) per la quale è passato alla storia non era neanche sua, ma di Bernard Lewis, ed è stata malissimo interpretata, fino a farlo stupidamente additare quale guerrafondaio.
Ma in realtà l'accademico americano, morto la vigilia di Natale ad 81 anni, ha soltanto visto lungo, intuendo l'escalation del conflitto fra l'Occidente e l'Islam e fra l'Islam e l'Induismo, e dando alle stampe nel 1996 un saggio, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, che semplicemente è Il tramonto dell'Occidente di fine '900 (e quindi, inevitabilmente, del 2000).
La grande differenza fra Oswald Spengler e Samuel Huntington, però, è nella platea delle rispettive opere. Gli europei del 1918 e del 1922 erano assai più colti, raffinati ed intelligenti degli occidentali odierni. Ovvio quindi che il capolavoro dello storico di Harvard sia stato così spesso travisato.
[caption id="attachment_11840" align="aligncenter" width="300" caption="Samuel P. Huntington"][/caption]