Tutti gli articoli su 2009
È da tanto che volevo scriverne, ma non trovavo il tempo. Eppure sicuramente la nuova e bellissima rivista di fantascienza affacciatasi nel panorama editoriale italiano già quasi 2 anni fa (a settembre 2009), grazie all'ennessima ottima intuizione dell'editore abruzzese Marco Solfanelli, merita la massima attenzione. Faccio ammenda segnalando che è in distribuzione il n. 7 di IF Insolito e Fantastico, tutto dedicato alle distopie, ossia le visioni da incubo di un futuro possibile (una sorta di utopia negativa, tanto per tagliare i concetti con l'ascia).
In questo numero, Romolo Runcini offre una sua definizione inedita del termine distopia, seguita da un saggio su Aldous Huxley, un'anticipazione tratta dal terzo volume de La paura e l'immaginario sociale nella letteratura. Il romanzo industriale, di prossima pubblicazione presso l'editore Liguori di Napoli. Carlo Bordoni propone una lettura sociologica de L'Ultimo degli uomini di Margaret Atwood, mentre Domenico Gallo analizza l'Anthony Burgess di Arancia meccanica. Completano la densa sezione saggistica Giuseppe Panella, Gianfranco de Turris e Riccardo Gramantieri, coprendo un percorso che va da George Orwell a Philip Dick, da H. G. Wells a Doris Lessing, da Evgenj Zamjatin a Ira Levin, passando per il Panopticon di Jeremy Bentham. E poi i racconti di Errico Passaro, Renato Pestriniero, Gianfilippo Pizzo, Mario Farneti e Michele Nigro. Completano il numero un'intervista a Douglas Preston, rassegne e recensioni di Antonio Daniele, Claudio Asciuti, Vito Tripi, Walter Catalano, Carlo Menzinger e altri. La splendida copertina è illustrata, come sempre, da Franco Brambilla con una tavola per Next.
Nel frattempo, è già on line WIF, ovvero Worlds of If, il supplemento digitale di IF che propone anticipazioni e tanta narrativa oltre a quelle pubblicata dalla rivista cartacea. Per inciso, IF è distribuita principalmente in abbonamento postale. Ogni copia consta di 128 pagine illustrate ed è in vendita al prezzo di 8 ...
Il percorso che in questi giorni sta per concludersi è partito da lontano alcuni anni fa, frutto di una precisa intuizione di Antonio Pogliese, il poliedrico esperto di economia cui si devono alcune delle idee più innovative mai concretizzatesi a Catania, una per tutte il visionario centro commerciale Etnapolis realizzato da Massimiliano Fuksas. L'intuizione di Pogliese è stata quella di pensare che attraverso una interazione progressivamente sempre più stretta fra i vari club service presenti in città si potesse costituire il nucleo forte attorno al quale organizzare la rinascita della società civile etnea. Secondo step è stato l'allargamento alla componente cattolica, ben radicata a Catania. I prossimi si vedranno.
Intanto, domani (sabato 18 giugno 2011) si terrà l’Hotel Sheraton di Acicastello, dalle 9 alle 13, il convegno “Dall’associazionismo alla società civile. Dal confronto alle proposte”. Organizzato, appunto, da Lions, Compagnia delle Opere, Fidapa, Inner Wheel, Kiwanis, Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Rotary e Soroptmist, l’evento si pone quale fase terminale per il 2011 di un percorso di rinascita della società civile catanese cominciato, come dicevo, almeno un paio d’anni or sono. A partire dal 2009, infatti, l’associazionismo catanese si è confrontato su diversi temi di notevole rilevanza sociale - dalla gestione dell’emergenza rifiuti alla famiglia - anche allo scopo di verificare la concreta possibilità di convergere in modo sistematico, onde poter provare a rappresentare l’idem sentire della locale comunità.
Constatato che vi sono tutte le condizioni per poter presentare alla città il nucleo su cui stratificare nel tempo altri gruppi associativi e per poter legittimamente e con autorevolezza rappresentare i comuni interessi di Catania e dei catanesi, ecco che il convegno di domani può anche essere visto quale vero e proprio atto di (ri)fondazione della società civile etnea. Ovviamente, con la garanzia, data dagli statuti delle singole associazioni aderenti al ...
Davvero un brutto risveglio dopo le vacanze pasquali per i governanti europei, alle prese con dei nuovi dati che fanno tremare. Rispetto al suo Prodotto interno lordo, il deficit pubblico di Atene nel 2010 è salito al 10.5%, sforando di un buon 1.1% le stime del governo ellenico che lo davano al 9.4%. La rilevazione è di Eurostat, l'ufficio statistico europeo, che ha pubblicato la prima notifica dei dati sul deficit e sul debito dei Paesi Ue per l'anno scorso. Tracollo per l'Irlanda, al -32.4%, mentre il Portogallo è al quinto posto con -9.1%. I Paesi più virtuosi sono tutti in Nord Europa: il Lussemburgo, con un deficit tenuto splendidamente sotto controllo all'1.7% del Pil, la Finlandia, con un rapporto al 2.5%, e la Danimarca, al 2.7%.
Ma andiamo più nel dettaglio in questi conti resi noti da Eurostat. La Grecia (con dei rendimenti sui suoi titoli di Stato che segnano nuovi record) sfora ampiamente il deficit anche nel 2010, tanto che Berlino per la prima volta ipotizza il default sul debito ellenico ed un consigliere della Merkel parla apertamente della necessità di una ristrutturazione del debito. Eventualità che dalla Banca Centrale Europea qualcuno definisce addirittura peggiore del collasso della Lehman Brothers. In ogni caso, l'eventualità che Atene annunci a breve un allungamento delle scadenze sul suo debito o un taglio dei rimborsi si fa sempre più concreta di ora in ora. In ogni caso, Eurostat fissa al 10.5% il rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo greco per il 2010, abbastanza al di sopra delle stime governative, che invece lo prevedevano al 9.4%. Peggio c'è solo l'abnorme 32.4% dell'Irlanda. Del resto, per Atene è "business as usual" dopo il 12% di deficit del 2009 che ha procurato un'ondata di panico e di violenza nel Paese.
Contromisure? Il governo ...
La Sicilia, “laboratorio politico” per eccellenza del nostro Paese, sempre più assomiglia all’antro del dottor Faust di goethiana memoria. Basti vedere lo strano caso del 118 regionale, nel quale sono stati calpestati diritti dei lavoratori acquisiti da decenni e decenni, facendo passare il tutto per ristrutturazione e razionalizzazione, con i media che dipingono il medesimo fatto come scandalo alcuni e magnifica riforma altri.
La vicenda, recentemente giunta alla ribalta nazionale, assume due volti a seconda di chi ne siano gli attori: quello dello “scandalo” delle assunzioni e della creazione di un sistema di clientele e quello della “magnificazione” di un servizio che, nell'ottica della riorganizzazione, darà lustro alla sanità siciliana. Due facce di una stessa medaglia, insomma. Ed allora non si comprende affatto perché siano “scandalosi” i circa 3.300 operatori assunti da Sise (Siciliana Servizi Emergenze) fra dicembre 2005 e giugno 2006 (prima si utilizzavano degli interinali) e invece non lo siano gli stessi operatori (ri)assunti in Seus (Siciliana Emergenza-Urgenza Sanitaria).
Ciò che dovrebbe, invece, scandalizzare è il modo in cui si è attuato il passaggio di consegne tra le due società, facendo carta straccia dei più elementari diritti della forza lavoro, trattata alla stregua di un pacco postale da spedire al costo minore possibile. Ma andiamo con ordine e ricostruiamo cronologicamente l’intricata vicenda, anche con l’aiuto di tutta una serie di documenti che Sud è riuscito a recuperare.
La Sise Spa è una società, oggi in liquidazione, a socio unico della Croce Rossa Italiana costituita nel 2001 per la gestione del servizio 118 in Sicilia. 3.300 circa i dipendenti e 100 milioni di euro annui da gestire. Gli autisti/soccorritori, questa la loro qualifica ufficiale, erano stati assunti con un contratto di solidarietà ad orario ridotto a 120 ore/mese (rinnovo convenzione Cri-Regione Siciliana 2006-2008 datata 27 giugno 2006). Tale orario doveva servire a ...
La notizia della morte violenta dell'86enne Nick Rizzuto - padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo - ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L'impressione è che alcuni equilibri si siano rotti e che la morte di Rizzuto possa scatenare una nuova guerra di mafia con un effetto domino che dal Canada potrebbe anche giungere fino all'Italia.
Quello che però si evince chiaramente leggendo le note biografiche di Rizzuto diffuse fra ieri ed oggi dai media è il carattere sempre più globale dei gruppi criminali operanti sullo scenario internazionale. Insomma, mafia italiana ed italo-americana, ma anche Yakuza giapponese, narcos centro e sudamericani, mafie slave (russa, ucraina, bulgara, albanese, kosovaro-albanese, serba e croata) e Triadi cinesi si sono da tempo trasformati in veri e propri soggetti geopolitici, con un peso in taluni casi non molto dissimile a quello delle entità statali entro le quali operano. È il caso, ad esempio, della mafia russa, che nel territorio dell’ex Unione Sovietica dispone di più di 5.000 gruppi malavitosi, dei quali circa 3.500 (molti, per inciso, di origine cecena) operanti all’interno della sola Federazione. Secondo talune stime, queste bande, che generalmente presentano delle loro peculiarità etniche o di specializzazione criminale, sarebbero addirittura in grado di manovrare il 40% del Pil russo.
Enorme è stato anche il peso geopolitico del cartello di Medellin, che ha per decenni inondato il mondo di stupefacenti operandovi profondi mutamenti sociali e considerando l’intero pianeta come un unico immenso mercato. Il narcotraffico, sotto la guida di Pablo Escobar, è divenuto una sorta di global business come mai prima era accaduto ed i narcos colombiani hanno rappresentato per anni un vero Stato nello ...
Chiunque perda una persona cara in un incendio ha più di tutto bisogno di sentirsi dire che non è morta bruciata. «L'ha uccisa il fumo, non il fuoco. È importante questo» dice Leonardo Di Caprio all'inizio del film, raccontando del tragico destino della moglie al nuovo collega dell'Fbi. Certo, è importante questo, vitale per il nostro primigenio bisogno di consolazione, per usare la bellissima frase di Stig Dagerman. E proprio attorno ai meccanismi consolatori della mente umana che ruota l'ottimo Shutter Island di Martin Scorsese, titolo che si può alla buona tradurre con qualcosa tipo "l'isola dei reclusi".
«Ricordatevi di noi, perché anche noi abbiamo vissuto, amato e riso» è la scritta che campeggia all'ingresso dell'impenetrabile manicomio penale di Ashecliffe. Siamo nel 1954, agli inizi della cosiddetta Guerra Fredda, e gli agenti federali Teddy Daniels (un Leonardo Di Caprio bravissimo, nonostante l'improbabile faccia che si ritrova, così infantile, anche ora che cominciano a far capolino le prime rughe, da sembrare uscita da un cartone animato) e il suo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati a Shutter Island per indagare sulla scomparsa di una assassina psicopatica fuggita da una cella blindata. In compagnia di psichiatri alquanto sinistri (Ben Kingsley e Max von Sidow, che vista la splendida forma con la quale ha raggiunto gli 81 anni pare proprio che la sua famosa partita a scacchi con la morte alla fine l'abbia vinta), infermieri, guardie e pazienti, tutti parimenti confinati sull'isola squassata da un uragano, i due agenti capiscono ben presto che nulla è come appare.
Scorsese, che dà davvero una prova di regia maiscola, è nettamente dalla parte dei reclusi, che ci mostra nel loro lato più umano. «Il mio compito è curare i pazienti, non le loro vittime. Non sono qui per giudicare», afferma il personaggio interpretato da Ben Kingsley, ...
Magari fra qualche mese/anno la crisi (quella in corso o l'inevitabile prossima) abbatterà il suo impero come se fosse un castello di carte, ma ad oggi pare proprio che Richard Branson - geniale imprenditore del Surrey, dal 1999 baronetto di Sua Maestà la regina Elisabetta II - sia il genio dell'innovazione più lungimirante del panorama internazionale.
Ad appena 22 anni sir Richard ebbe un immane successo creando la casa discografica Virgin Records, cui si aggiunse poi la Virgin Music, che in poco tempo mise sotto contratto nomi del calibro di Mike Oldfield, Phil Collins, Bryan Ferry, nonché i Sex Pistols e i Culture Club. Oggi Branson è uno degli uomini più ricchi del Regno Unito, con un patrimonio stimato in 4.4 miliardi di dollari ed un gruppo che ormai ha oltre 30.000 dipendenti e circa 11 miliardi di sterline (più o meno 12 di euro) di fatturato.
Fra le sue idee più riuscite, la compagnia aerea Virgin Atlantic e l'avveniristica Virgin Galactic, che progetta viaggi nell'orbita terrestre. È presente inoltre nel business delle carte di credito, del fitness (Virgin Active) delle radio (Virgin Radio), delle bibite, delle assicurazioni pensionistiche, del gioco d'azzardo on line (Virgin Poker) e degli autonoleggi, a riprova di una incredibile versatilità imprenditoriale.
Grande l'interesse di Branson anche per la Formula 1. Nel 2009 le due monoposto Brawn GP, la casa che al suo esordio ha vinto il mondiale, hanno sfoggiato il marchio Virgin. Il brand è poi divenuto sponsor della neonata Manor, che qualche mese dopo Branson ha acquistato per intero, tramutandola in Virgin Racing.
L'ultima sfida di sir Richard pare ora essere sul fronte bancario. Puntando ad acquisire degli asset di alcune banche britanniche nazionalizzate in seguito alla crisi del 2008/2009 (Rbs, Lloyds e Northern Rock), Branson vuole creare la Virgin Bank. Davvero sarebbe il trionfo per un imprenditore ...
Ormai i diretti interessati dovrebbero prendere atto che qualcosa è andato storto nel processo di fusione fra Forza Italia e Alleanza Nazionale. Questo Pdl, che pure alle elezioni politiche del 2008 sembrava una corazzata invincibile, sta facendo acqua da tutte le parti. Personalmente rimango sempre propenso a considerare eccezionali le capacità di tenuta elettorale di Silvio Berlusconi, ma, nonostante le sporadiche dichiarazioni di pace cui non crede proprio nessuno, appare ormai chiara la frattura insanabile fra il premier e Gianfranco Fini.
Al punto in cui siamo, quindi, dopo le regionali, quale che sia l'esito del voto, i due dovrebbero separare i propri destini politici. Per il bene del centrodestra, per il bene di tutti gli elettori, che hanno diritto ad una scelta chiara. Già basta e avanza l'incivile rissosità fra i due opposti schieramenti. Aggiungere anche i veleni interni alla principale forza politica italiana è davvero insostenibile. L'immagine dell'Italia ormai è a pezzi, il Paese ormai è a pezzi. Almeno si ricompattino i ranghi e ognuno faccia apertamente il suo percorso, ultrariformista o ultrapopulista che sia.
Gianfranco Fini, ormai è evidente, pensa ad una formazione riformista spinta. Di mio sono allergico anche solo alla parola "riformista", ma, appunto per fare chiarezza nell'oltremodo confuso scenario politico italiano, è bene che il postfascista per antonomasia compia il passo di un definitivo distacco dal suo sdoganatore di ormai 17 anni fa.
Uno spazio elettorale riformista in Italia Fini lo troverebbe. Magari non vastissimo, ma lo troverebbe. Di certo, però, non può continuare oltre a minare dall'interno la forza politica cui ufficialmente appartiene. Non è serio. Non è decoroso. Non è utile a nessuno. Perché, una volta avvenuto il divorzio fra Fini e il Cav., il quadro politico apparirà molto più chiaro. A beneficio di tutti.
[caption id="attachment_8024" align="aligncenter" width="400" caption="Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini"][/caption]
Con un prevedibile 93.2% dei voti questo week end gli islandesi hanno detto "no" al rimborso a Gran Bretagna e Olanda dei debiti dalla banca di Reykjavik Icesave, travolta dalla crisi globale sul finire del 2008. La cifra non è da poco, soprattutto considerando che la popolazione dell'Isola è di circa 280mila abitanti: 3.8 miliardi di euro persi da chi aveva un conto con la banca online del gruppo Landsbanki, il secondo più importante dell’Islanda prima della catastrofe finanziaria scatenata nel mondo dal crollo di Lehman Brothers.
Londra e Den Haag hanno già provveduto al risarcimento dei propri cittadini e ora chiedono a Reykjavik di essere rimborsati. Addirittura, un agreement del 2009 tra i rispettivi governi aveva stabilito le modalità precise del pagamento, previsto in rate da saldare entro il 2024 e il parlamento islandese (il mitico Althing, fondato nel 930 e a ragione ritenuto il più antico al mondo) aveva approvato un progetto di legge in merito. Ma il presidente Olafur Ragnar Grimsson, spinto dalla volontà popolare, ha (giustamente!) rifiutato di promulgarlo.
Con il referendum gli islandesi hanno chiarito una cosa fondamentale: ritengono sommamente ingiusto il pagamento pubblico dei debiti di una banca privata e sperano che proseguendo nei negoziati si possa giungere ad un accordo più favorevole con Gran Bretagna e Olanda. Secondo Grimsson, che nei convulsi giorni del crac ha rischiato di morire per un infarto, si deve lavorare per un accordo equo, ossia il pagamento della sola quota di garanzia sui depositi, come previsto dalla legislazione internazionale.
Ma il referendum/plebiscito è stato anche l'occasione per gli islandesi, il cui reddito dal 2007 è crollato del 30%, di urlare la propria rabbia sia contro il sistema bancario, nazionale ed estero, che contro la propria classe politica, i reali responsabili della pesante situazione.
Dopo le dimissioni del pessimo premier Geir Haarde, un ...
Se a quest'ora praticamente del mattino sono ancora sveglio a scrivere è solo colpa di Gabriele Muccino e del suo pessimo Baciami ancora. Visto in nottata a Siracusa, ha avuto bisogno come antidoto qualche ora di godimento casalingo del backstage del primo Iron Man di Jon Favreau (regista immenso che adoro!) a mo' di disintossicante dopo 2 ore e 20 minuti di banale retorica semplicemente letale.
Alcune prime considerazioni al volo? 1) Giovanna Mezzogiono ha fatto benissimo a non voler avere nulla a che fare con questo inutile e imbarazzante sequel de L'ultimo bacio, che già nel 2001 non mi aveva affatto entusiasmato, nonostante il successo di pubblico. 2) La zita il prossimo film da vedere insieme lo sceglierà nel 3000 ...
Sul film, poco (molto poco) da dire. Trama insulsa, personaggi bolsi oltre misura, anche se, onore al merito, ottimamente interpretati da un cast davvero eccellente.
Un narcos de noantri beccato al suo primo trasbordo di cocaina dalla Colombia esce di galera e rientra in Italia dopo 10 anni di assenza, portando (+/-) scompiglio nelle già oltremodo scompigliate vite dei suoi amici storici. Tutti 40enni moralmente fallitoni e paranoici. Irresponsabili, depressi, patetici, incapaci di gestire desideri, rabbie, emozioni. Dei bambini di 40'anni, in sintesi estrema. Spaccato fedele della società italiana di oggi, comunque, che Muccino sa indubbiamente dipingere. Contro natura, perversa e pervertita. Perché, sia chiaro, "accollarsi" il figlio che la propria moglie ha fatto con l'amante è innaturale, altro che l'omosessualità che tanto indigna certi mentecatti.
Sarò cinico e volgare, ma durante tutta la proiezione del film mi sono incessantemente chiesto una sola cosa: ma perché chi ha un tale vuoto interiore non se lo fa mettere in culo, così da riempirlo? Traduco in termini meno rozzi: certe paranoie come quelle viste in questo film se le può permettere solo chi non ...
L'anno che va a chiudersi è stato senza dubbio un pessimo anno. La crisi finanziaria esplosa a settembre 2008 è proseguita e, a mio avviso, i timidi cenni di ripresa che alcuni vedrebbero semplicemente non ci sono. L'economia reale è in forte affanno in tutto l'Occidente. E, cosa incredibile, i megamanager un po' ovunque hanno ricominciato a distribuirsi di nuovo bonus da capogiro, senza timore o vergogna. Insomma, per quanto il mio amato modello scandinavo testimoni il contrario, francamente l'idea che il Capitalismo sia irriformabile ogni tanto, credo comprensibilmente, fa capolino ...
Il 2009 si conclude con un'allerta dovuta alla minaccia terroristica come non si riscontrava da anni. Il fallito attentato della vigilia di Natale sul volo Amsterdam-Detroit della Delta Airlines ha palesato nuove modalità di attacco di al-Qaeda ed urgono quindi delle contromosse, anche per ovviare all'ennesimo fallimento dell'Intelligence americana. Si è appena saputo, infatti, che sia dallo Yemen che dalla Nigeria erano state fornite informazioni dettagliate sull'eventualità di un attentato ad opera di un giovane nigeriano. Mesi fa, addirittura, il padre del ragazzo, un ex ministro, disperato, aveva denunciato alla Cia le idee radicali del figlio.
Nonostante simili indicazioni, però, Cia ed Fbi non hanno saputo prevenire l'attacco e solo per miracolo non si è verificata una strage. Segno che qualcosa ancora non è a posto nel meccanismo di difesa antiterroristica americano. Segno che la Sigint (Signals Intelligence) sta nuovamente prendendo il sopravvento sulla Humint (Human Intelligence), condizione, questa, che ha portato alla tragedia dell'Undici Settembre.
Oltre alla progressiva nuova espansione del potere talebano in Afghanistan, dove le forze alleate perdono sempre più il controllo del territorio anche nella capitale Kabul, per anni unica area davvero pacificata del Paese, nel 2009 è da segnalare la rinascita dell'opposizione iraniana, a seguito delle farsesche elezioni presidenziali che hanno visto confermato quale Capo dello ...
La proposta, prevedibile, di una parte, quella più ricca e geopoliticamente rilevante, dei Paesi in via di sviluppo aderenti al cosiddetto G77 è che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore e che le nazioni di forte e antica industrializzate riducano del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 (ben 8 volte di più di quanto loro richiesto da Kyoto).
È questo, parrebbe, il contenuto del "Copenhagen accord (draft)", la bozza di intesa diffusa dal quotidiano parigino Le Monde ed elaborata da cinque Paesi denominati "Basic" dalle loro iniziali (Brasile, Sudafrica, Sudan, India e Cina, con il Sudan, ovviamente, nel ruolo di zerbino di Pechino). Insomma, un passo un po' più concreto di una semplice piattaforma di discussione del G77, i Paesi in via di sviluppo, in risposta alla bozza di accordo dei Paesi sviluppati che proprio non è piaciuta (il Guardian ne aveva pubblicato delle anticipazioni qualche giorno fa).
Nel testo, da un punto di vista politico assai accorto, con parti vincolanti e sezioni interpretabili (nella secolare tradizione diplomatica mandarina), si chiederebbe che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore oltre la sua data di scadenza del 2012. Si richiederebbe altresì ai Paesi industrializzati la riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni dei gas serra rispetto al livello del 1990. L'aumento delle temperatura globale, dicono la Cina ed i suoi sodali, non deve superare i 2 gradi Celsius. Gli Stati-atollo avevavo indicato 1.5 gradi (parametro che vorrebbero vincolante).
Insomma, uno sforzo considerevolmente maggiore dei Paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni (Kyoto si limitava ad indicare al 2012 l'obettivo del 5%) se si vuole evitare il peggio.
Inoltre, i Paesi del G77 chiedono che il Kyoto Protocol venga sottoscritto o ratificato anche dalle nazioni che non l'hanno ancora fatto. Gli Usa, ad esempio, lo hanno sì sottoscritto nel 1997, ma sia ...
È di nuovo "turbo Japan"? L'economia nipponica sembrerebbe aver ripreso a correre forte. Il Pil dell'Arcipelago, infatti, sta crescendo del 4.8% su base annua, ben più delle previsioni (3%) e qualcosa in più anche rispetto a quello statunitense, che è al 3.5%. Su base trimestrale, poi, il dato è ancora più confortante: + 1.2%, il doppio di quanto previsto.
Certo, le preoccupazioni che il Paese possa ricadere nella recessione vi sono, ma per ora il premier Yukio Hatoyama, praticamente il primo esponente del Partito Democratico nipponico a guidare il Paese da 55 anni a questa parte, si gode il buon momento, frutto, sia detto, anche del pacchetto di stimoli per l'economia varato dall'immediato predecessore, il cattolico Taro Aso, che alla guida del suo esecutivo liberaldemocratico aveva in qualche modo incardinato le politiche di ripresa.
Visto il buon successo degli stimoli ideati da Aso, Hatoyama pare essere intenzionato a proseguire su questa strada, con un ulteriore pacchetto da 20 miliardi di euro destinati a "sollecitare" la crescita economica.
Il governo democratico, quindi, sembra reggere la prova dei primi mesi. Gli analisti hanno sempre considerato il Dpj inadatto a guidare il Paese in un frangente di crisi e recessione, ma per adesso Hatoyama sembra lavorare nel solco di Aso.
È chiaro, dovrà al più presto mettere mano alle sue tante promesse elettorali, dalla promozione del lavoro a tempo indeterminato a scuola e sanità gratis per tutti, dallo stimolo ai consumi individuali alla riduzione del potere della burocrazia, ma con una economia più sana di quella del 2008 e dei primi mesi del 2009 riuscirà forse a portare avanti più serenamente il suo progetto socialdemocratico (ovvero populista per i detrattori). A meno che la recente crescita non si riveli un flop. Rompendo il turbo ...