Tutti gli articoli su 2050

Geopolitica dell’immediato

Scritto da: il 19.12.11 — 0 Commenti
Secondo alcuni esperti di vicende internazionali il futuro del mondo si giocherebbe nel Mediterraneo, soprattutto dopo la stagione delle cosiddette “Primavere arabe”, le rapide rivoluzioni che hanno abbattuto i regimi autoritari ancora al potere appena un anno fa in una vasta area del Maghreb e del Medio Oriente. Tale tesi sarebbe condivisibile qualora si desse per certo il destino “qaedista” di Tunisia, Egitto e Libia (altrove i “giochi” sono lungi dall’essere chiusi e quindi è meglio tenere per ora fuori dai nostri ragionamenti Yemen, Bahrein e soprattutto Siria). Un fenomeno come al-Qaeda è infatti così devastante per gli equilibri globali che la sua affermazione nel Mediterraneo trasformerebbe il Mare Nostrum nello scenario geopolitico più delicato del pianeta, anche più del Centro Asia atomico. Fortunatamente però, nonostante la sostituzione avvenuta di regimi dittatoriali sì ma laici e “socialisteggianti” con democrazie a governo islamico, ancora non è detta l’ultima parola sul futuro di medio termine dei Paesi “liberati”. Sarà un futuro islamista oltre che islamico? E lo sarà in maniera radicale? Le differenze e le sfumature sono sempre da valutare con attenzione in questi casi. I partiti islamici che hanno appena vinto le elezioni potrebbero anche rivelarsi più simili alla nostra vecchia Democrazia Cristiana che al modello talebano. Vero è che in Tunisia e Libia già di parla apertamente di introduzione della sharia, ma la tendenza potrebbe anche rientrare. Ipotesi non solidissima, ma nemmeno da scartare a priori. Nel frattempo, nonostante l’estrema attenzione mediatica sulla situazione mediterranea, nell’immediato il baricentro del mondo è ancora saldamente il Nord del pianeta. Un libro recente, 2050 di Laurence Smith (Einaudi) fornisce dati spietati sulla supremazia economica della zona artica. Che addirittura aumenterà nei prossimi 40’anni, relegando l’area sudeuropea e nordafricana ad un ruolo di marginalità e povertà. Magari verrà un giorno in cui il peso del Mediterraneo nel ...

2050, odissea nella ricchezza (per il Nord del pianeta)

Scritto da: il 27.09.11 — 4 Commenti
L'analisi previsionale di medio-lungo corso è disciplina di grande fascino. Non è semplice cercare di comprendere come sarà il mondo fra 30, 50 o 100 anni, ma già il solo sforzo in tal senso è degno di attenzione. Nel pieno solco della bella tradizione statunitense in campo forecast, per così dire, colpisce la pubblicazione, per i tipi della Einaudi di Torino, di 2050. Il futuro del nuovo Nord, lucida e netta ipotesi su come potrà essere la Terra fra circa 40'anni. Ne è autore Laurence C. Smith, docente di Geografia e di Scienze della Terra e dello Spazio alla University of California in Los Angeles, la mitica Ucla. Per inciso, il geografo californiano nel 2007 ha presentato un dettagliato rapporto al Congresso degli Stati Uniti sui probabili effetti del cambiamento climatico sul Nord del pianeta. Il suo lavoro ha avuto poi grande risalto al Fourth Assessment Report dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite. Lo studio di Smith individua quattro precise forze motrici destinate a cambiare il mondo: innanzitutto la tendenza demografica, poi la crescente domanda di risorse naturali, i cambiamenti climatici in corso e la globalizzazione. Chiaro che con la popolazione mondiale in vorticosa crescita il costo delle risorse naturali, dal petrolio alla stessa vitalissima acqua, non può che aumentare. Che futuro è ragionevole ipotizzare per l'umanità, quindi? Le previsioni di Smith per certi versi sono molto dure:  le Nazioni più vicine al Circolo Polare Artico diventeranno sempre più ricche, potenti, politicamente stabili ed influenti, mentre i Paesi più vicini all'Equatore dovranno affrontare i drammatici problemi della carenza idrica e dell'invecchiamento della loro abnorme popolazione, costretta a vivere in megalopoli sempre meno umane e per di più minacciate perennemente da alluvioni, in un rapporto sempre più rischioso con mari e fiumi. A Nord, invece, soprattutto in Scandinavia e Canada, la ...

Danimarca, addio al petrolio. A meno che …

Scritto da: il 05.10.10 — 4 Commenti
Addio della Danimarca al petrolio e agli altri combustibili fossili? Copenhagen intenderebbe raggiungere entro il 2050 la piena indipendenza dai detestati idrocarburi. L'ambizioso obiettivo è stato delineato in un rapporto della Commissione governativa danese sul clima e i suoi mutamenti. «L'esecutivo che guido studierà con attenzione le raccomandazioni del rapporto e presenterà un percorso con una data per liberarci dai combustibili fossili. Un piano per una transizione come questa toccherà ogni settore della società e implicherà scelte molto difficili», ha dichiarato il primo ministro, il liberale Lars Løkke Rasmussen. Al momento, la Danimarca produce già 3 mila megawatt eolici, in gran parte tramiti impianti offshore, che dovrebbero arrivare a 18 mila nei prossimi 40'anni. Ma come disincentivare l'energia prodotta da combustibili fossili? Semplice, le tasse relative dovrebbero crescere dalle attuale 5 corone danesi (più o meno 0.67 euro al cambio corrente) per gigajoule a 50 entro il 2030. Ulteriori interventi previsti riguarderanno la costruzione di una capillare rete di punti di ricarica per auto elettriche (sarebbe la prima insieme a quella di Israele), il miglioramento del sistema di distribuzione dell'energia (tramite l'installazione nelle case dei cittadini danesi di contatori "intelligenti" di ultimissima generazione), il potenziamento della produzione di energia solare, geotermica e da biomasse. Secondo il rapporto della commissione sul clima, l'impresa non è né impossibile, né particolarmente onerosa. La diminuzione dei costi per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, infatti, pare sia vicina. Questo, insieme alla prevedibile crescita dei prezzo del petrolio nel medio-lungo periodo, renderà «sorprendentemente limitato», recita lo studio danese, la spesa complessiva di una conversione dall’attuale modello produttivo ad uno scenario di sostenibilità energetica. Chiaro che anche il senso di responsabilità dei cittadini sarà necessario, essendo pure prevista la limitazione dei consumi come fattore essenziale per il raggiungimento dello scopo ultimo. Ovviamente, ma il governo danese in merito mantiene il ...

Global warming, come si evolverà

Scritto da: il 10.09.09 — 2 Commenti
Che caratteristiche avrà da qui ad alcuni decenni il riscaldamento globale? Ora è possibile rispondere ad una simile domanda grazie all'approfondita ricerca (Higher trends but larger uncertainty and geographic variability in 21st century temperature and heat waves) dell'Oak Ridge National Laboratory dell'Università di Notre Dame e del National Center for Atmospheric Research, coordinata da Auroop R. Ganguly e Lawrence Buja ed appena pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). Lo studio afferma che, senza nulla togliere all'importanza del fenomeno da più parti considerato assai grave, è ancora troppo presto per poter dire con certezza quali scenari si concretizzeranno nel medio periodo a livello regionale fra quelli proposti dai modelli climatologici dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Secondo gli scienziati, fino al 2030, confrontando fra loro i vari modelli modelli e le rispettive reazioni ad ipotetici mutamenti delle condizioni iniziali, non sarà possibile distinguere i diversi scenari. Se poi la tendenza dovesse malauguratamente volgere al peggio, addirittura non sarà possibile distinguere fra i due scenari più estremi delineati dall'Ipcc fino al 2050. Insomma, «i margini di incertezza - si legge sui Pnas - sono sufficientemente ampi da far apparire, al loro limite inferiore, il riscaldamento quasi insignificante fino al 2050, ma molto significativo a scala regionale». Questo perché gli effetti climatici si distribuiranno in maniera per nulla uniforme: negli Usa, ad esempio, il maggiore aumento di temperatura lo subirà la costa del Pacifico, mentre nel Midwest saranno concentrati le peggiori ondate di caldo. Un pessimo segnale viene poi dallo studio globale delle ondate di calore, che ha evidenziato come la loro intensità monitorata negli ultimi anni vada oltre le previsioni del modello pensato per il caso peggiore possibile per il decennio in corso. I dati in possesso dei ricercatori non fanno escludere un aumento del fenomeno che vada oltre le precedenti previsioni.

Se sparisce Auyuittung, la “terra che non scioglie mai”

Scritto da: il 02.09.08 — 56 Commenti
Lo scioglimento dei Passaggi a Nord Ovest ed a Nord Est è soltanto l'ultimo dei segnali di quella che si può a ragione definire una crisi globale dell'ecosistema dell'Artico. Gli scienziati del National Snow and Ice Data Center (Nsidc), istituto americano proprio specializzato in questo tipo di ricerche, hanno diffuso uno studio in base al quale risulta che l'estensione complessiva del ghiaccio al Polo Nord è assai vicina a ritoccare ulteriormente il primato negativo del 2007 di 4.14 milioni di chilometri quadrati. Ossia più di un milione di metri cubi in meno rispetto all'estate del 2005. Insomma, in appena due anni, i ghiacciai dell'Artico si sono sciolti per una estensione pari a quattro volte l'Italia. Alcuni esempi pratici di quel che sta accadendo nell'area? Circa un mese fa dei turisti sono stati allontanati in fretta e furia dal Parco Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola del Nunavut canadese, ad Ovest della Groenlandia. Il ghiaccio si stava sciogliendo troppo velocemente, mettendo a repentaglio la sicurezza. Ironia della sorte, Auyuittung, in inuit, significa proprio terra che non scioglie mai. E proprio vero che non bisogna mai dire mai ... E che dire dei nove orsi polari costretti a nuotare perché rimasti senza un solida base su cui poggiare (e vivere) dopo l'immane crollo nel ghiacciaio Petermann, in Groenlandia? Per inciso, in una zona che non sembrava patire particolarmente gli effetti del riscaldamento globale. In ogni caso, quel che davvero stupisce i geologi ed i climatologi è la contemporanea apertura del Passaggio a Nord Ovest, tutt'intorno al Canada, e del Passaggio a Nord Est, sul versante della Russia. Pare, ma qui i pareri non sono concordi, che non accadesse da circa 125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era glaciale erano tutti e due bloccati, ma qualche testimonianza medievale discorde la si può trovare. Comunque, nel 2005 si ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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