Tutti gli articoli su America

Romney, spuntano dei conti alle Cayman

Scritto da: il 19.01.12 — 2 Commenti
Brutto colpo all'immagine del favorito tra i repubblicani per la sfida a Barack Obama di novembre. Mitt Romney, questo è lo scoop dell'Abc, alle Cayman ha dei conti correnti, con depositi per oltre 10 milioni di dollari. Tutto legale, per carità, ma la notizia negli Usa non è piaciuta affatto. Non si sapeva nulla di questi soldi ed il fatto che lo abbia scoperto una televisione è assai grave in America. "Occultare" un particolare del genere proprio cozza contro l'etica diffusa, che detesta in maniera assoluta i politici che mentono o cercano di tacere notizie non esaltanti su se stessi. Inoltre, nell'attuale fase storica, la ricchezza di un candidato può davvero essere da ostacolo per arrivare alla Casa Bianca. La gente fatica a fidarsi di un uomo ultraricco come Romney che, per inciso, paga solo il 15% di tasse sul reddito, un terzo rispetto ad un normale salariato. Tutto ciò grazie agli sgravi voluti da Bush jr per i magnati a stelle e strisce, mai aboliti da Obama per l'ostruzionismo feroce in merito dei repubblicani al Congresso. Romney si è già dichiarato favorevole  a mantenerli, suscitando il sospetto che potrebbe essere un inquilino della White House con qualche conflitto d'interessi. Inaccettabile per molti elettori americani.

La finanza globale e il corto circuito banche-Stati

Scritto da: il 19.08.11 — 0 Commenti
L'ennesimo crollo delle Borse all'odierna chiusura dei mercati non è certo stato una sorpresa. Ormai sono centinaia e centinaia i miliardi di euro di capitalizzazione che sono andati in fumo in pochi giorni solo nel Vecchio Continente. Soprattutto le banche, in Italia come nel resto d'Europa e negli Usa, sembrano essere in gravi difficoltà. Eppure proprio gli istituti di credito in America sono stati i beneficiari - prima con Bush jr e poi con Obama - dei più sostanziosi aiuti erogati dopo il crac di Lehman Brothers di quasi 3 anni fa. Al punto in cui siamo, un ragionamento salta all'occhio. Era evidente tempo fa, ma lo diviene sempre più in questi giorni: il problema (ovvero uno dei tanti problemi dell'economia mondiale oggi) è che siamo in presenza di Stati che hanno salvato banche che hanno nel loro portafoglio ingenti quantità di titoli di Stato proprio di quegli Stati che le hanno salvate. Un corto circuito che sta mettendo a dura prova l'intero sistema della finanza globale. Ma anche i rapporti fra gli stessi istituti di credito rischiano di andare in loop. In tal senso, un chiaro segnale viene dalla Banca Centrale svedese, con il suo capo economista, Lars Frisell, che sta tentando di preparare gli istituti di credito del suo Paese ad una eventuale crisi europea. «Il mercato interbancario rischia di collassare», ha dichiarato ieri Frisell, squarciando il (sottile) velo oltre il quale troppo a lungo si è preferito non guardare. Considerato come il mercato interbancario sia quello tramite il quale le banche si finanziano prestandosi denaro le une con le altre, è ovvio che un suo eventuale collasso causerebbe per gli istituti europei una grave crisi di liquidità. Con, da un lato, un (ulteriore) drammatico credit crunch di cui farebbero le spese i cittadini e, dall'altro, un tracollo delle varie Borse ...

Finora pochi i contraccolpi finanziari delle crisi in atto: perché?

Scritto da: il 26.03.11 — 1 Commento
Né la guerra in Libia o il terremoto in Giappone con annessa crisi nuclerare, né il (pericoloso) tracollo governativo in Portogallo o il collasso delle vendite immobiliari negli States hanno pesato sull'andamento dei mercati azionari. Tutt'altro! Rialzi vi sono stati ieri a chiusura di settimana a Wall Street, come pure nelle Borse europee. Tutto ciò potrebbe sembrare strano e in contraddizione con i turbinosi eventi - sia geopolitici che strettamente economici - come, appunto, la guerra in Libia (i cui tempi si prospettano oggi ben più lunghi che 10 giorni fa), l'attentato a Gerusalemme di mercoledì 23 scorso o le dimissioni del premier portoghese José Socrates. Addirittura, quest'ultimo accadimento ha fatto volare i rendimenti dei titoli di Stato lusitani ai massimi storici (e pure quelli dell'Irlanda). Preoccupazioni per il peggiorare del quadro geopolitico globale sono state espresse solo dai prezzi del greggio (salito ai nuovi massimi di questo periodo, ossia a 105.5 dollari il Wti a New York e 115.4 $ il Brent a Londra), dall'ennesimo record dell'oro (oggi a 1.440 $ l'oncia) ed anche dell'argento (a 37,3 $ l'oncia). In una simile situazione, il rialzo dei mercati azionari, per quanto non eclatante, potrebbe sembrare un paradosso. Invece una ratio in qualche modo c'è. Anzi, sono possibili almeno 2 diverse spiegazioni. Una prettamente tecnica ed una teoretica (o ideologica che dir si voglia). La prima vede gli operatori finanziari puntare sulla possibilità che in America possa esservi a breve una nuova massiccia immissione di liquidità da parte della Fed tramite l'acquisto di titoli di Stato o di bond, il quantitative easing o Qe tanto caro a Ben Bernanke, (forse giustamente) incurante di chi lo connette ad una paventata iperinflazione che finora non si è vista. Insomma, c'è chi scommette che con l'economia in affanno la Federal Reserve interverrà "iniettando" ancora una volta molta liquidità. Ovvio ...

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

L’impennata del terrore globale è il solito tentativo di al-Queda di condizionare il voto americano

Scritto da: il 02.11.10 — 0 Commenti
Il terrorismo globale ispirato da Osama bin Laden sta in questi giorni sferrando un articolato attacco agli Usa ed al resto del mondo con il tentativo, ormai usuale, di condizionare l'esito della elezioni statunitensi. La strategia dei pacchi bomba spediti per aereo dallo Yemen (per inciso, negli anni Settanta ed Ottanta lo Yemen era diviso fra Sud comunista e Nord filo capitalista, l'America contribuì pesantemente alla vittoria di Sana'a contro al-Sha'ab e la riunificazione ci ha consegnato l'odierna Repubblica squassata da forti pulsioni islamiste), l'attentato di qualche giorno fa in pieno centro ad Istanbul e la strage nella chiesa siriaco-cristiana di Baghdad sono chiaramente parte di un piano organico tendente ad alzare il livello di terrore fra la gente e la pressione sui governanti degli Stati interessati al fenomeno jihadista. Purtroppo, in genere, il tentativo di al-Qaeda di condizionare il voto americano riesce anche. Si ricordi, ad esempio, il risultato delle presidenziali del 2004 dopo il destabilizzante messaggio video di Osama, un messaggio che sicuramente diede a George Walker Bush qualche energia (e qualche argomento) in più per battere l'avversario, il moderato JFKerry. Oggi, però, davvero si fatica a credere che i repubblicani negli Stati Uniti abbiano bisogno del disgustoso endorsement dei terroristi islamici. Obama e i democratici sembrano perfettamente in grado di perdere da sé le elezioni di mid-term. La loro odierna debolezza non ha proprio bisogno di ulteriori "spinte in discesa" ... Sana'a, capitale dello Yemen unificato: la città vecchia

C’era un tassista in coma … Oltre alla Giustizia …

Scritto da: il 16.10.10 — 9 Commenti
Sarò subitaneamente schietto e brutale, senza tanti giri di parole: credo che la sola riforma della Giustizia che serva al Paese sia nella direzione della più assoluta ferocia di Stato. Gli episodi di cieca violenza cui ormai quotidianamente si assiste in Italia - ma è chiaro che la considerazione si può estendere all'Occidente intero, basti pensare al problema delle gang giovanili negli Stati Uniti - non lasciano più spazio a sterili garantismi di sorta. L'oscena vicenda di Avetrana, che si complica ogni giorno di più, portandosi anche dietro un'orrida ombra necrofila, la feroce aggressione di gruppo ad un tassista a Milano, in coma da giorni fra la vita e la morte, l'uccisione dell'infermiera a Roma ad opera di un balordo recidivo dopo un banale litigio in fila alla cassa della metropolitana, le ore di  paura vissute a Genova per  il bestiale comportamento degli ultras della nazionale serba, le quotidiane violenze, a sfondo sessuale o meno, contro donne indifese, la microcriminalità diffusa ormai a macchia d'olio soprattutto al Sud stanno sancendo il definitivo fallimento della liberaldemocrazia. Attenzione, non ho detto della democrazia tout court, per carità, ma della sua variante liberale, cosa diversa. Variante liberale che (inevitabilmente?) porta con sé un lassismo, un ipergarantismo, una "cura" dei diritti del reo che depotenziano alla base qualsivoglia condanna. Non è così, ad esempio, per le socialdemocrazie nordiche, dove l'assoluta certezza della (anche rigida) pena fa sì che pure l'individuo più instabile ed antisociale possibile ci pensi a lungo prima di dar sfogo alla sua natura. Prevengo l'usuale obiezione: una cosa è un Paese da 5-10 milioni di abitanti, una cosa è un colosso demografico. Bene, lunghi dall'essere una scusante, tale argomentazione è un'aggravante: appunto perché l'Italia ha circa 60 milioni di individui che circolano sul suo territorio che la gestione del loro comportamento dovrebbe essere ...

In America è proprio ora di un nuovo Tea Party

Scritto da: il 30.08.10 — 2 Commenti
Numericamente non è stata la marcia del milione di uomini che l'islamico Louis Farrakhan, predicatore peraltro politicamente assai sterile, fece convergere su Washington nel 1996. E non è stata - ovvio - nemmeno l'adunata oceanica organizzata da Martin Luther King il 28 agosto del 1963, il giorno del discorso “I have a dream” che mutò per sempre i destini dell'America. Di certo però la prova di forza del Tea Party al National Mall è stata stravinta dagli organizzatori, in primo luogo da quel Glenn Beck, giornalista star della tv di Rupert Murdoch Fox News, che è ormai l'anima del movimento anti tasse statunitense. Ma anche dalla Sarah Palin, ospite fissa alle “adunate” del Tea Party, che sta trovando fra le pieghe della giovane iniziativa un dinamismo ed una linfa vitale impossibili da rinvenire nel Grand Old Party. Dopo sabato, infatti, è chiaro che con questa nuovissima forza politica che preme potentemente dal basso il Partito Repubblicano deve fare i conti, pena serissimi guai elettorali. Già molti dei candidati tradizionali del Gop sono stati battuti alle recenti primarie per le elezioni di mid-term che si terranno il 2 di novembre. E lo stesso John McCain, icona trasversale classicamente repubblicana ma in grado di attrarre anche le simpatie dei democratici, ha scampato per poco la perdita della possibilità di poter concorrere ancora per il partito dell'elefante ad occupare il seggio senatoriale spettante all'Arizona. Alla fine McCain ha vinto le primarie repubblicane, ma ha dovuto mutare parecchio del suo tradizionale messaggio, puntando su argomenti a lui per nulla congeniali, come la sicurezza e la lotta all'immigrazione. In uno spot su questo tema, ad esempio, ha buttato alle ortiche 30 e passa anni di posizioni progressiste. Insomma, il Tea Party, che deve l'ironico nome alla rivolta del 1773 dei coloni americani contro le inique tasse della ...

Il mondo di Obama

Scritto da: il 19.08.10 — 8 Commenti
L'ultima brigata da combattimento statunitense sta abbandonando un Iraq in fiamme, dove la strage quotidiana miete ormai sistematicamente decine e decine di vittime. Gli Usa hanno scoperchiato un infernale vaso di Pandora con il repubblicano Bush jr e se ne vanno dal martoriato Paese mesopotanico con il democratico Obama, lasciando un cumulo di macerie e condizioni generali di vita ben peggiori di quelle, pur terribili, che vi erano durante il regime degli Hussein. Inflessibile Obama nel realizzare il suo progetto di disimpegno americano dai teatri caldi del mondo, divenuti incandescenti a causa delle cieche scelte del suo predecessore. Anche dall'Afghanistan - dove comunque, a differenza che in Iraq, la guerra di Bush ha avuto una sua ratio -  gli Usa andranno via. Del resto, i talebani stanno in ogni caso vincendo il lungo conflitto di logoramento, quindi per Washington è certo meglio tirarsi fuori il prima possibile da un pantano stile Vietnam. E che dire del sì del presidente democratico alla costruzione di una moschea a New York nei dintorni di Ground Zero? Barack Hussein Obama ha successivamente modificato il senso della sua iniziale dichiarazione, sostenendo - come un qualsiasi premier italiano! - d'essere stato frainteso, ma rimane come una rasoiata nei confronti delle vittime dell'Undici Settembre il suo appoggio ad un progetto assolutamente irrispettoso della memoria storica americana ed occidentale tout court. Il tutto mentre in America dall'inizio dell'anno ha appena chiuso la banca n. 110, chiaro segno che la crisi finanziaria, per arginare a quale Obama è stato preferito a John McCain, è tutt'altro che archiviata. Insomma, il mondo di Obama pare davvero essere abbastanza diverso da quel che sognavano le anime belle che lo hanno appoggiato a spada tratta durante la campagna elettorale. Ha un solo merito il presidente in carica: essere (quasi) di colore ed aver quindi seppellito l'idea oscena che ...

Se la Cina sorpassa il Giappone è proprio tempo di archiviare il Pil

Scritto da: il 17.08.10 — 2 Commenti
Secondo i dati diffusi dal governo postmaoista, nel secondo trimestre 2010 la Repubblica Popolare Cinese ha registrato un Pil di 1.339 miliardi di dollari, contro i 1.288 miliardi del Giappone. Leggendo i dati su base semestrale diffusi da Tokyo, invece, il Pil nipponico a metà anno risulta essersi attestato a 2.578 miliardi di dollari, contro i 2.532 miliardi di Pechino. L'economia giapponese starebbe comunque rallentando, considerato come in un anno la crescita sia stata solo dello 0,4% (+0,1% su base trimestrale). Tale fase di stabilizzazione rende assai probabile l'ipotesi di un definitivo sorpasso della Cina sul Giappone a fine 2010 per quanto riguarda i valori assoluti dell'intero anno. Quella cinese si appresterebbe a divenire quindi la seconda economia del mondo, alle spalle della statunitense, ma certo molto dietro. Su base annua infatti si può ancora ragionare attorno ad un gap che vede 5.000 miliardi circa di dollari dell'economia cinese e quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana. Insomma, anche con gli attuali tassi di crescita, a Pechino occorreranno circa dieci anni, se non di più, per raggiungere Washington. Per quanto fondato su basi a mio avviso fragili, lo sviluppo cinese è oggi certo impetuoso, nessuno lo nega. Più o meno a inizio millennio la Rep Pop era la settima economia al mondo, poi ha cominciato a correre forte, nel 2007 ha superato la Germania, conquistando il terzo posto, e a fine 2010 si piazzerà quasi certamente seconda. Per completezza d'informazione è bene dire che per la fine dell'anno gli esperti stimano di vedere la Germania al quarto posto e a seguire Francia, Regno Unito, Italia e Brasile. Questo, ovviamente, in base al Pil, un indicatore che proprio evidenziando il sorpasso cinese sul Giappone mostra ormai tutti i suoi clamorosi limiti. Intanto, considerando come la popolazione cinese sia più o meno 10, ma ...

Obama mette una donna a capo dell’Intelligence spaziale

Scritto da: il 09.08.10 — 4 Commenti
Una donna (preparatissima e dal curriculum "stellare") è stata nominata direttore della National Geospatial-Intelligence Agency (Nga), la branca dei servizi segreti statunitensi che si occupa di monitorare lo Spazio, ma soprattutto di utilizzare a fini di controllo militare i satelliti geostazionari puntati sulla Terra. Si tratta di Letitia A. Long, di origini indonesiane, laurea in Ingegneria Elettrica al Virginia Tech e master in Ingegneria Meccanica alla Catholic University of America, già direttore dell'Office of Naval Intelligence (Oni), sottosegretario alla Difesa per l'Intelligence e vicedirettore della Defense Intelligence Agency (Dia). [caption id="attachment_8762" align="aligncenter" width="243" caption="Letitia Long con l'ex direttore della National Intelligence Dennis Blair"][/caption]

Modelli istituzionali a confronto

Scritto da: il 13.04.10 — 0 Commenti
Archiviate con un grosso - e probabilmente anche insperato - successo le elezioni regionali di fine marzo, ecco riesplodere lo scontro di potere dentro il Pdl, con il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini divisi su tutto, ora anche sulle riforme istituzionali. All'accelerazione di Berlusconi sul presidenzialismo Fini risponde con una frenata e con la riproposizione del modello francese, anche come legge elettorale. Per comprendere meglio le opzioni possibili, ecco sintetizzate le più diffuse forme istituzionali dell'Occidente. Parlamentarismo italiano In Italia vige un sistema parlamentare con un presidente del Consiglio che viene incaricato dal presidente della Repubblica (che è il capo dello Stato), riceve l'appoggio della maggioranza del Parlamento (formato dal Senato e dalla Camera dei Deputati) e governa il Paese appunto forte di tale appoggio. Il premier ha poteri sì esecutivi, ma limitati dai poteri anche di controllo, oltre che legislativi, del Parlamento. Il presidente della Repubblica ha funzioni di garanzia, rappresenta lo Stato, nomina il presidente del Consiglio del Ministro (il nostro premier) e promulga le leggi. Cancellierato tedesco Come nel nostro Paese, anche nel sistema parlamentare tedesco il presidente della Repubblica, eletto appunto dal Parlamento, è una carica di mera garanzia che deve solo assicurare l'equilibrio dei vari poteri e promulgare le leggi che il Bundestag approva. La Germania è una federazione di Stati, in tedesco lender, ognuno con forte autonomia locale, dove il governo centrale, anche detto federale, è guidato da un cancelliere/primo ministro, che in genere è il leader del partito uscito vincente alle elezioni politiche. Sempre come in Italia, però, il cancelliere è proposto dal presidente al Parlamento, che lo deve votare. In base alla Costituzione, il cancelliere detta l'azione di governo e fissa le direttive politiche generali. Anche in Germania, se il cancelliere non ha più i numeri per governare, è il presidente della Repubblica ...

La spy story attorno a Di Pietro? Cl già ne parlava nel ’92

Scritto da: il 03.02.10 — 12 Commenti
Ormai è una vera e propria spy story quella che ruota attorno ad Antonio Di Pietro. La sua foto seduto a tavola accanto a Bruno Contrada (appena 9 giorni prima del clamoroso arresto per mafia di quest'ultimo) di fatto potrebbe anche non voler dire proprio nulla, ma le ipotesi in merito ormai si rincorrono. Segnalo due interessanti ricostruzioni della vicenda, quella di Felice Cavallaro sul Corriere della Sera di ieri e quella odierna a firma Orpheus sul quotidiano on line il legno storto. Sul Corsera di oggi vi è poi una intervista a Di Pietro in cui il leader dell'Idv spiega a Felice Cavallaro la sua posizione. Sulla vicenda Di Pietro/Cia ricordo una cosa ben precisa. Nel 1992 ero fuoriuscito da un anno scarso da Comunione e Liberazione, il movimento cattolico nel quale avevo militato per circa 7 anni, ma, per credo comprensibili motivi affettivi, ero rimasto assai vicino all'ambiente degli universitari ciellini di Bologna, nel quale avevo tutti i miei amici. L'esplosione di Tangentopoli fu uno choc per il Movimento, soprattutto al Centro Nord, e le reazioni della galassia ciellina non sempre furono lucidissime. Fra le varie voci che circolavano allora a Cl, una mi sembrava di pura fantapolitica, ma oggi è da rileggere con estrema attenzione, quanto meno perché risulta essere la primissima ipotesi di una ricostruzione che a distanza di quasi 20'anni sta sempre più emergendo con una certa forza mediatica. L'azione di Antonio Di Pietro e, più in generale, l'intera operazione Mani Pulite, in quei giorni erano lette dentro Cl (anche) come un tentativo da parte americana di riassestare gli equilibri politici italiani e renderli più consoni alle esigenze geopolitiche Usa post '89. Il ragionamento era questo: per quasi 50'anni la Democrazia Cristiana e la Chiesa cattolica sono state per Washington un alleato prezioso. Ora, nel mondo nuovo successivo ...

Nota sabatina/11

Scritto da: il 30.01.10 — 0 Commenti
Sebbene non si sia guadagnata titoloni sulle prime pagine della stampa mondiale, la notizia del(l'ennesimo) file audio registrato da Osama bin Laden e fatto pervenire ad al-Jazeera è di grande interesse. Non solo perché (potrebbe) conferma(re) che il puppetmaster del terrorismo islamista è vivo nonostante i gravi problemi di salute che lo affligono (è in dialisi da oltre 10 anni), ma anche e soprattutto per i contenuti del messaggio. Contenuti che rappresentano, come molti hanno notato, una vera e propria "svolta verde" del leader di al-Qaeda. Per la prima volta bin Laden ha parlato di economia e di ambiente (nei 25 precedenti messaggi, sia video che solo audio, dall'11 settembre 2001 in poi aveva solo parlato di politica e religione), accusando gli Stati Uniti di essere  sia all'origine della crisi finanziaria globale che il cuore dei disastri ambientali con cui l'uomo deve confrontarsi. Addiruttura, bin Laden ha chiamato a sostegno delle sue tesi il noto filofoso statunitense Noam Chomsky, rifacendosi alla teoria di quest'ultimo che legge le politiche americane in parallelo con quelle della Mafia. L'interesse verde di bin Laden, comunque, evidenzia, se mai ve ne fosse stato bisogno, l'antimodernismo intrinseco dell'ideologia ambientalista. Non mi sorprende, insomma, che il burattinaio del terrore mondiale si sia palesato quale fervente ecologista, il tratto si addice benissimo al personaggio. Ad Haiti - che non ha più su di sé i riflettori dei media mondiali nonostante un numero di morti per il terremoto che alla fine del computo a mio avviso sarà non troppo dissimile da quello dello tsunami asiatico di fine 2004 - impazzano intanto le bande formate dai criminali che il sisma ha liberato. Il disgraziatissimo Paese è ormai una vera e propria No Man's Land e davvero poco possono i soldati americani intervenuti a portare soccorso. La definitiva destabilizzazione della Repubblica caraibica, per inciso, ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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