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Com'era nelle previsioni, è Ayman al-Zawahiri il nuovo capo di al-Qaeda. Lo ha reso noto la tv al-Arabiya, amplificando un comunicato jihadista diffuso via Internet. Il medico egiziano è stato a lungo il vice di Osama bin Laden, ucciso il 2 maggio in un blitz delle forze speciali americane ad Abbotabad, non lontano da Islamabad, in Pakistan. Appena qualche giorno fa, aveva registrato una ulteriore dichiarazione di odio nei confronti dell'Occidente, giurando di portare avanti la lotta contro gli Stati Uniti e i loro alleati nel mondo musulmano.
«Il comando generale di al-Qaeda annuncia, dopo consultazioni, la designazione dello sciecco Ayman al-Zawahiri alla guida dell'organizzazione», si legge nel comunicato pubblicato su alcuni siti Web islamisti. Nel testo si riafferma che il network del terrore fondamentalista porterà avanti la Jihad, la guerra santa contro Stati Uniti e Israele, colpendo anche gli alleati degli "infedeli", specie in Arabia Saudita.
Ayman al-Zawahiri
L'operazione Odissey Dawn (Alba dell'Odissea o Odissea all'Alba che dir si voglia) scatenata da Francia e Gran Bretagna contro la Libia di Gheddafi, ha degli sponsor assolutamente interessati in alcuni Paesi della Lega Araba. Diciamo pure che il dittatore di Tripoli, per decenni laico e tutto sommato di sinistra, non è mai piaciuto ai componenti della Lega. Da tempo, poi, con il marcare ripetutamente l'identità africana della Libia a scapito di quella araba, Gheddafi di fatto era un intruso nel consesso degli Stati arabi. E così oggi c'è chi, come l'Arabia Saudita, sorride largamente che qualcuno abbia tolto dal fuoco il "castagnone" Gheddafi.
Ryad ha infatti tutto da guadagnare dall'eliminazione del Colonnello, anche e soprattutto dal punto di vista economico. Non solo vien fatto fuori un leader (più o meno) laico che a lungo ha tenuto testa al tentativo di infiltrazione wahhabita dei sauditi, ma viene anche spazzato via un pericoloso rivale sul mercato del petrolio.
Senza Gheddafi, infatti, l'Arabia Saudita si avvicinerà alla completa egemonia sui flussi petroliferi, facendo il buono ed il cattivo tempo, decidendo i prezzi del greggio e stabilendo politiche e strategie petrolifere almeno per tutto il mondo arabo. Anche per questo un giorno, sicuramente non troppo lontano, l'Occidente potrebbe pentirsi di aver così frettolosamente optato per la definitiva rimozione dal potere del raìs di Tripoli.
Mappa dei Paesi aderenti alla Lega Araba
Ovvio che se regnanti ed eredi al trono sono tutti già belli avanti negli anni e di salute malferma, le guerre di successione sono certo più frequenti. È quello che sta accadendo in Arabia Saudita, con il peggioramento delle condizioni di salute di re Abdullah, 86 anni, operato qualche giorno fa al Presbyterian di New York per un'ernia al disco che potrebbe anche essere qualcos'altro. L'emergenza ha costretto il fratellastro più "piccolo", Sultan, 82 anni, erede designato, a lasciare in fretta il Marocco (dove si trovava in convalescenza dopo un secondo intervento per un cancro al colon) e fare rientro a Ryad.
La crisi dinastica saudita è quindi ufficialmente aperta. Un sorta di remake di quella che vissuta nel 2004-2005 per l'avvicinarsi alla dipartita dell'allora regnante Fahd (ma il fratellastro Abdullah era comunque già reggente dal 1995, anno di un primo ictus che colpì Fahd), ma con qualche elemento di caos in più.
Vediamo alcune delle mosse recentemente fatte sullo scacchiere saudita. Intanto qualche tempo fa re Abdullah ha nominato il proprio figlio Mitab vicecomandante della Guardia Nazionale, sostituendo il fratello Badr ormai in fin di vita. La posizione è molto importante per il controllo dell'Arabia e l'incarico assume una valenza ancora maggiore se si considera che l'erede di Abdullah, Sultan, ben difficilmente sopravviverà al tumore che da tempo lo affligge.
Altra nomina di peso recentemente fatta da Abdullah è quella del fratello Najaf, 77 anni, da 30 ministro degli Interni, a responsabile dei pellegrinaggi alla Mecca, carica di grande valore simbolico. Najaf è un integralista wahabita-salafita assolutamente dogmatico. Ideologicamente non distante da al-Qaeda, ne persegue con accanimento i membri solo per ragioni di Stato, ossia per preservare il Regno dai progetti eversivi di Osama bin Laden.
Nella contesa dinastica saudita, infatti, non si può dimenticare l'elemento di grande importanza rappresentato da al-Qaeda, il ...
Molto nervosismo nei giorni scorsi per le temutissime (anche troppo) rivelazioni di WikiLeaks, il sito creato dall'australiano Julian Assange che riesce ad ottenere documenti riservati e notizie sensibili sulle strategie e le scelte dei governi del mondo per immetterle on line. Sulla moralità di simili operazioni ogni dubbio è lecito, visto che in determinati casi è stata seriamente messa a repentaglio la vita di soldati ed agenti occidentali impegnati in incandescenti scenari di guerra, ma certo su quest'ultima massiccia fuga di notizie è stata l'esagerazione a farla da padrona assoluta. Perché a ben leggere la marea di documenti riservati delle Ambasciate statunitensi con la quale l'irresponsabile Assange ha inondato le redazioni dell'intero pianeta vi sono infatti molte ovvietà e pochi scoop. Insomma, altro che «11 settembre della diplomazia», come - un po' troppo ansiosamente - il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha definito la giornata di ieri. Tutto sommato una tempesta in un bicchier d'acqua. Anzi, vista l'isteria collettiva scatenatasi, in una tazzina di caffè ...
Ma proviamo a fare un piccolo elenco delle rivelazioni più banali e di quelle di contro più inedite e interessanti pubblicate da WikiLeaks.
BanalityLeaks
1) Da anni si poteva notare una (neanche tanto) vaga rassomiglianza fra Gheddafi e Michael Jackson (tutte le facce "plastificate" un po' hanno qualcosa in comune). Che il leader libico faccia uso di butulino antirughe è quindi una notizia, oltre che inutile in sé, di una ovvietà assoluta, probabilmente la più esilarante fra quelle diffuse da Assange.
2) Non è che si potesse mai pensare ad una profonda stima della corrente amministrazione americana nei confronti del premier italiano Berlusconi, sostanzialmente considerato un incapace. Quando uno parte con il piede sbagliato (l'infelicissima frase sull'Obama «abbronzato» pronunciata durante la campagna 2008 per la Casa Bianca) poi è difficile assai recuperare. Ovvio che i giudizi tranchant ...
Sembra incredibile, ma con tutta l'instabilità del Paese, con centinaia di morti ammazzati al mese, con una emergenza continua dovuta alla massiccia presenza di al-Qaeda in Iraq ormai da sei anni, c'è chi ripensa al nucleare e spende tempo ed energie (e probabilmente anche un bel po' di denaro pubblico) per riavviare un programma atomico di cui certo non vi è bisogno nella martoriata Mesopotamia, in linea teorica fra i principali produttori al mondo di petrolio.
Secondo indiscrezioni rivelate dal Guardian e confermate dal Riformista, funzionari governativi iracheni avrebbero infatti chiesto aiuto alla Francia per rimettere in funzione i reattori nucleari del Paese.
Nell'attuale caos mediorientale, con numerosi Stati (in primo luogo l'Arabia Saudita) che stanno valutando di avviare programmi atomici di contrasto a quello iraniano, l'ultima cosa che serve, ma proprio l'ultima, è un simile progetto anche in Iraq.
Il principe Mohamed Ben Nayef, membro della famiglia reale saudita e responsabile della lotta al terrorismo nel Regno, è sopravvissuto a un attentato suicida nel suo ufficio a Jedda.
Fortunatamente, il principe, che è anche viceministro dell'Interno, ha solo riportato lievi ferite e nessuna delle persone che erano con lui ha subito dei danni. Il kamikaze morto era un terrorista ricercato che aveva chiesto di incontrare il principe per potersi consegnare.
Da quando, nel 2003, al-Qaeda ha cominciato la sua violenta campagna contro la monarchia saudita, questo è il primo tentativo di colpire un membro della famiglia reale, segno che la strategia del network terroristico sta puntando sempre più in alto nel suo progetto di destabilizazione del Regno.
Osama bin Laden, lo sottolineo da anni, ha un obiettivo primario cui tutto è sottoposto: inserirsi nelle (perenne, vista l'età assai alta dei membri della famiglia reale "papabili" per il trono) contesa dinastica saudita per condizionare in maniera più diretta possibile la politica di Ryad.
[caption id="attachment_5658" align="aligncenter" width="425" caption="Mappa dell'Arabia Saudita"][/caption]
Questo documentario di Lorella Zanardo, Marco Malfi e Cesare Cantù è semplicemente sconvolgente, davvero da buttare il pc per aria ed uscire di casa a fare la rivoluzione. Quasi quasi c'è da pensare che l'Arabia Saudita rispetti di più la donne di quanto lo faccia l'Occidente!
Che tristezza ... Ora capisco perché da anni alla tv vedo solo le news e null'altro ...
Davvero, come si dice nel documentario, rischiamo di morire sconosciuti a noi stessi ...
Cliccate qui: http://www.ilcorpodelledonne.net/documentario/index.html
Era ovvio che Osama bin Laden, se la voce registrata nell'audio messaggio di oggi è realmente la sua, non poteva lasciarsi scappare l'occasione di dire qualcosa nel giorno dell'arrivo del presidente americano nella "sua" Arabia Saudita. Ma è altrettanto ovvio come la sua figura sia ormai quella di una sorta di fantasma.
Sono infatti ormai anni che Osama non invia messaggi video, ma solo audio. Di sicuro, ammesso e non concesso che sia ancora davvero vivo, per le certamente pessime condizioni di salute che delle immagini non potrebbero non evidenziare.
In ogni caso, ad al-Qaeda, un network di cellule eversive che sostanzialmente applicano al terrorismo internazionale le regole del franchising commerciale, fa comodo che ancora nel mondo circoli almeno la voce del fondatore, per perpetuarne la leggenda.
Osama è quindi ormai ridotto ad uno spettro che si aggira per il Web. Uno spettro che tenta di impensierire Obama, ma che in effetti rappresenta una porzione ben piccola del problema islamista. Perché ormai la sua creatura è cresciuta e si è ramificata così bene da poter fare a meno di lui. Come in Pakistan, dove gli integralisti potrebbero anche riuscire a mettere le mani sull'arsenale atomico di Islamabad. Eventualità assai più devastante dell'effetto - simbolicamente non da sottovalutare, per carità - di un messaggio del leader ogni tanto.
Osama bin Laden
Damasco nelle ultime settimane sembra essere al centro dei più importanti giochi diplomatici mediorientali, con politici e funzionari di Stati Uniti, Unione Europea ed Arabia Saudita a fare la spola fra le proprie e la capitale siriana. Tutti Paesi, benineteso, che fino ad un anno fa circa osteggiavano fortemente il regime alawita.
L'ultimo fiero avversario (o forse ex avversario, ma è ancora presto per affermarlo con certezza) che si è recato a Damasco è stato oggi il ministro degli esteri saudita Saud al-Faysal, che si è incontrato con il presidente Bashar al-Assad, a confermare le recenti indiscrezioni su di un avvicinamento fra i due Paesi.
Insomma, da un lato l'apertura di Washington a Damasco dell'ultima fase della presidenza Bush jr e dall'altro il progressivo disgelo tra Ryad e Damasco, i cui rapporti più o meno dal 2005 erano assai tesi a causa delle gravi lacerazioni in Libano tra filo-occidentali (appoggiati pure da Ryad) e filo-iraniani (sostenuti da Damasco).
A metà febbraio, comunque, vi erano già stati segnali concreti di distensione con la visita in Siria del capo dei servizi di Intelligence sauditi, il principe Abd al-Aziz al-Muqrin.
Appare quindi finito l'isolamento internazionale del regime siriano, voluto nel 2004 da Bush jr e dal presidente francese Jacques Chirac e scardinato l'anno scorso dal nuovo inquilino dell'Eliseo, Nicolas Sarkozy.
Del resto, in un Medio Oriente in preda agli estremismi più virulenti, davvero la chiusura preconcetta dell'Occidnete nei confronti del laico Bashar al-Assad appariva incomprensibile. Oltre che sommamente autolesionista.
Bashar al-Assad
Sembrava un errore insuperabile ed invece l'ormai celebre discorso di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006 ha aperto davvero, inaspettatamente, un nuovo corso nelle relazioni fra la Santa Sede ed il mondo islamico. A questo punto, considerati alcuni ultimi segnali, Joseph Ratzinger potrebbe essere il primo Papa a visitare la penisola arabica. Ai primi di luglio, infatti, il pontefice bavarese ha ricevuto un invito ufficiale dal re del Bahrein, Hamad. Ed un anno fa aveva ricevuto un analogo invito da parte del vicepremier del Qatar.
A queste aperture il Vaticano può sommare i mutati rapporti con l'Arabia Saudita, il cui re Abdullah è il custode dei luoghi sacri dell'Islam. Al recente forum interreligioso di Madrid, organizzato proprio da Abdullah, era presente il cardinale Jean-Louis Tauran, che ha avviato con la Casa Reale - in piena fase riformista - le trattative per la costruzione di una chiesa cattolica in Arabia Saudita.
Perché a Ratisbona, come nota Il Foglio di mercoledì scorso, Ratzinger «ha cambiato il paradigma islam-cristianesimo, passando da un modello di dialogo inefficace ad una diretta e rispettosa sfida. Ratisbona, infatti, ha modificato la dinamica del dialogo intereligioso e ha aperto un confronto dentro il mondo islamico, esattamente come era nelle intenzioni di Benedetto XVI».
Ratzinger ed Abdullah, si sono recentemente incontrati a Roma. Sarebbe splendido che si incontrassero di nuovo, stavolta alla Mecca. Perché di sicuro un simile viaggio papale scuoterebbe alle radici il fondamentalismo islamista. Magari nel breve periodo potrebbe attizzare gli animi dei più beceri fra gli integralisti, ma il dialogo fra Ryad e la Chiesa può solo avere esiti positivi per il mondo intero.