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Premesso che ormai è chiaro come il sole che i disordini di giorno 11 in Libia ed Egitto sono stati dei veri e propri attentati terroristici e per nulla delle proteste di piazza, sono andato a visionare il cortometraggio Innocence of Muslims che, secondo errate ricostruzione della prima ora, sarebbe stato alla base dei sommovimenti di due giorni fa a Bengasi e al Cairo, sommovimenti così bene organizzati (con tanto di lanciarazzi!), da far pensare ad un progetto a lungo studiato proprio per assassinare l'ambasciatore americano in Libia, John Stevens.
Bene, credevo si trattasse del trailer di un film un minimo serio, mentre è un inguardabile sketch di poco più di 5 minuti, ideato e realizzato con il palese scopo di offendere i credenti musulmani tramite una banalissima parodia del Profeta Mohammed (in italiano tradizionalmente tradotto con Maometto, da "mal commetto"). Una porcheria indegna, recitata da cani, messa su in maniera sommamente dilettantesca.
Il punto della questione è però un altro. Se un sottoprodotto del genere fosse stato realizzato su Gesù Cristo, sul patriarca Abramo o su Buddha, cristiani, ebrei e buddisti in generale si sarebbero fatti quattro belle risate, sommergendo di fischi gli autori. Per buona parte degli islamici, però, ciò non accade, e la loro reazione all'irriverenza nei confronti del proprio credo è spesso incontrollabilmente violenta. Inammissibile portato dei 600 e passa anni di evoluzione che separano la civiltà cristiana da quella islamica (quella ebraica è "over quota", essendo vecchia di oltre 7.000 anni).
Il tutto, coniugato alla sconvolgente miopia geopolitica dell'amministrazione Obama nel "seguire" le vicende delle cosiddette Primavere arabe, ci consegna un mix esplosivo di rara violenza. Proprio quando l'Iran degli ayatollah è ad un passo dall'ottenere la bomba atomica. Chi può (ossia Israele). Intervenga. E in fretta anche.
[caption id="attachment_12255" align="aligncenter" width="300"] John Stevens[/caption]
L'economista miliardario puntava a un successo netto, al di là di ogni sospetto, ed invece è arrivata una vittoria non esaltante. L'unica nota positiva del Super Martedì per Romney è l'aver conquistato, pur se di stretta misura, l’Ohio, uno Stato chiave nel sistema delle primarie americane. Nello specifico, Romney ha vinto in Alaska, Idaho, Ohio, Massachusetts (dove è stato ottimo governatore), Vermont e Virginia, mentre a Rick Santorum sono andati North Dakota, Oklahoma e Tennessee. In Georgia, invece, ha vinto con un ampio margine Newt Gingrich, che, pur non avendo più alcuna chance di ottenere la nomination, rimarrà in corsa, togliendo a Santorum i consensi di una parte della destra religiosa (che non ama affatto il mormone laico Romney).
Venendo ai numeri per la nomination, Romney è sempre più in vantaggio sugli altri, anche se ancora si è molto lontani dalla fine, essendo stati assegnati, Super Tuesday incluso, appena un terzo dei delegati. Gli Stati più popolosi, infatti, California, New York e Texas, voteranno soltanto a primavera inoltrata. Romney di fatto archivia la prima fase delle primarie, con quasi metà degli Stati (23) che hanno votato, con circa 350 delegati, contro i 130 di Santorum, mentre Gingrich è a quota 110 e Ron Paul a 64. Insomma, sono tutti lontanissimi dai 1.144 necessari per essere certi della vittoria alla convention repubblicana di Tampa prevista per fine agosto. A fare bene i calcoli, comunque, mentre Romney potrebbe ancora raggiungere quota 1.144, l’obiettivo è ormai sfumato per Santorum.
Nelle prossime settimane andranno a votare altri Stati del Sud non grandissimi: Alabama, Kansas, Louisiana e Mississippi. Per Romney saranno ancora momenti terribili, in attesa di potersi misurare in California e a New York, Stati che con buona probabilità lo vedranno invece vincente. Sullo sfondo, un Barack Obama gongolante per la debolezza di tutti i candidati ...
Allunga il mormone laico Mitt Romney sul cattolico integralista Rick Santorum, che però in alcuni Stati sembra ormai riuscire a battersi ad armi quasi pari con il ricchissimo rivale in queste soporifere primarie repubblicane, non a caso definite dalla Cnn come una sorta di guerra al senso comune degli americani. In Michigan, dove è nato e dove il padre George Wilcken è stato governatore dal 1963 al 1969, Romney ha avuto il 41% dei voti contro il 38% di Santorum il 12% di Ron Paul e il 7% di Newt Gingrich (sempre più in difficoltà). In Arizona Romney ha invece vinto facilmente, raggiungendo il 48% dei consensi contro il 26% andato a Santorum, il 16% a Gingrich e 8% a Paul.
A questo punto, è sempre più evidente che le sorti delle primarie si decideranno nel cosiddetto "supermartedì" del 6 marzo, con gli elettori di 10 Stati che si recheranno a votare per scegliere quale fra i candidati repubblicani sfiderà a novembre l'incumbent Obama. Santorum (la cui debolezza in materia di economia diventa ogni giorno che passa più imbarazzante, prova ne sia la disarmante dichiarazione di qualche giorno fa sulla crisi globale originata dall'aumento del prezzo della benzina) potrebbe anche recuperare su Romney e Gingrich tenterà il tutto per tutto per rimanere in corsa. Scarse le chance del libertario oltranzista Ron Paul, che farebbe bene a lasciare la corsa quanto prima, risparmiando qualche dollaro per la vecchiaia.
[caption id="attachment_11743" align="aligncenter" width="300" caption="Rick Santorum e Mitt Romney"][/caption]
Grande rimonta di Rick Santorum nei tre caucus di stanotte (ora italiana) per la nomination repubblicana alle presidenziali Usa del 6 novembre prossimo. Dopo l'esordio vinto al fotofinish (e solo dopo un attento riconteggio) in Iowa il 3 gennaio, l'ultra conservatore di origini italiane era in difficoltà, ma con un brillante colpo di reni si è reimposto all'attenzione dei media e dell'elettorato, vincendo in Missouri, in Minnesota e in Colorado.
L'ex senatore della Pennsylvania si è aggiudicato il 55% delle preferenze nel Missouri, dove Romney è arrivato al 25% e Ron Paul al 12% (qui Newt Gingrich non si è presentato). In questo Stato vi è da dire che l'esito dei caucus non è vincolante per l'assegnazione dei delegati, ma la schiacciante vittoria del cattolico di ferro ha comunque una grande valenza simbolica. Nel Minnesota, Santorum ha avuto circa il 45% dei voti. Secondo Paul con il 27%, terzo Romney con un mortificante il 17% ed appena l'11% per Gingrich. In Colorado Santorum ha invece superato il 40% dei suffragi, con Romney quasi al 35%, terzo Gingrich con il 12.8% ed ultimo Paul con l'11.7%.
La riscossa di Santorum è un chiaro segnale di come la destra religiosa americana si stia compattando attorno al candidato più affine ai suoi ideali. Ancora è presto per mettere in discussione sia la leadership di Romney che il ruolo di sfidante più accreditato di Gingrich, ma è certo che i telepredicatori degli States da questo momento in avanti faranno di tutto per promuovere Santorum, indifferenti di fronte alla considerazione che mai e poi mai potrebbe battere Barack Obama.
[caption id="attachment_11687" align="aligncenter" width="300" caption="Rick Santorum accanto ad un manifesto con le parole chiave della sua campagna: fede, famiglia, libertà"][/caption]
Nella corsa alle primarie repubblicane la Florida stanotte è andata a Mitt Romney, con il 46.4% dei voti. «Sono pronto a guidare il partito e gli Stati Uniti - ha dichiarato il magnate - sta finendo l’era di Obama e sta cominciando un’era di prosperità: leadership vuol dire assunzione di responsabilità, non accampare sempre delle scuse». In ogni caso, il suo avversario più temibile non molla. «La partita è tutt’altro che conclusa», ha dichiarato Newt Gingrich. E i numeri potrebbero anche dargli ragione.
A ben vedere, infatti, una metà buona dell’elettorato repubblicano è assai al di là della classica moderazione di Romney, considerato dai più un elegante miliardario del Massachusetts e poco altro. Ora, se Romney in Florida ha avuto il 46.4% dei consensi, mettendo assieme il suo 31.9% di Gingrich ed il 13.4 di Santorum si ha un 45.3% che fotografa un Grand Old Party davvero diviso a metà.
Certo, le prossime tappe delle primarie, a cominciare dal Nevada sabato 4, sono sulla carta più favorevoli a Mitt Romney (tranne che negli Stati del Sud), ma il voto della destra religiosa, finora appannaggio del cattolico Rick Santorum, spostandosi su Gingrich potrebbe fare la differenza e riaprire una partita che Romney per prima sa bene essere ancora lunga.
Fiammata per Newt Gingrich, brutto colpo per Mitt Romney alle primarie repubblicane in South Carolina, dove l'ex speaker della Camera ha battuto senza sconti l'ormai ex favorito tra i candidati del Grand Old Party, staccandolo di 12 punti percenutali ed incassando il 40% delle preferenze contro il 28% del rivale. A questo punto, la corsa per la nomination presidenziale nel Grand Old Party è riaperta. Di certo di ciò è contento Barack Obama, che vede indebolirsi l'unico candidato che alla Casa Bianca viene considerato in grado di impensierire il presidente in carica, appunto l'ex governatore del Massachusetts Romney, ottimo esperto di economia. Tutti i sondaggi, infatti, in caso di sfida Obama-Gingrich, danno l'incumbent nettamente vincente.
Ora il "circo" repubblicano si sposta in Florida, il prossimo Stato dove si voterà per le primarie (il 31 gennaio), il primo Stato di grandi dimensioni ad esprimersi. Romney parla ancora da frontrunner, ma anche Gingrich sta cominciando a parlare come se avesse vicina la nomination, alzando i toni anche troppo sopra le righe contro il presidente. «Sono pronto a sfidare Obama - afferma - anche perché dopo il disastro compiuto finora pensate quanto potrebbe essere radicale, ancora più a sinistra, Barack Obama se venisse rieletto per un secondo mandato».
Vanno male le cose sia per l'ultracattolico di orgini italiane Rick Santorum, terzo con il 17% dei voti nonostante la "propulsione" della vittoria al riconteggio in Iowa (altro colpo non da poco per Romney), che per l'ultralibertario Ron Paul, quarto ed ultimo con il 13% delle preferenze. Entrambi non pare intendano ritirarsi dalla corsa (soprattutto Santorum, che è politicamente giovane ed ha bisogno di farsi conoscere per le future campagne), ma il voto in South Carolina sembra aver sancito come il reale avversario di Romney sia Gingrich e non gli altri due "superstiti".
[caption id="attachment_11603" align="aligncenter" width="300" caption="Newt ...
Brutto colpo all'immagine del favorito tra i repubblicani per la sfida a Barack Obama di novembre. Mitt Romney, questo è lo scoop dell'Abc, alle Cayman ha dei conti correnti, con depositi per oltre 10 milioni di dollari. Tutto legale, per carità, ma la notizia negli Usa non è piaciuta affatto. Non si sapeva nulla di questi soldi ed il fatto che lo abbia scoperto una televisione è assai grave in America. "Occultare" un particolare del genere proprio cozza contro l'etica diffusa, che detesta in maniera assoluta i politici che mentono o cercano di tacere notizie non esaltanti su se stessi.
Inoltre, nell'attuale fase storica, la ricchezza di un candidato può davvero essere da ostacolo per arrivare alla Casa Bianca. La gente fatica a fidarsi di un uomo ultraricco come Romney che, per inciso, paga solo il 15% di tasse sul reddito, un terzo rispetto ad un normale salariato. Tutto ciò grazie agli sgravi voluti da Bush jr per i magnati a stelle e strisce, mai aboliti da Obama per l'ostruzionismo feroce in merito dei repubblicani al Congresso. Romney si è già dichiarato favorevole a mantenerli, suscitando il sospetto che potrebbe essere un inquilino della White House con qualche conflitto d'interessi. Inaccettabile per molti elettori americani.
Dopo l’Iowa Mitt Romney ha conquistato con il voto di stanotte anche il New Hampshire, avvicinandosi alla nomination repubblicana per la Casa Bianca. Ma se in Iowa l'economista mormone aveva battuto Rick Santorum per soli 8 striminziti voti, in New Hampshire ha prevalso in maniera netta: 39% davanti al 24% del libertario Ron Paul ed al 17% di Jon Hunstman, con Newt Gingrich e l'ultraconservatore Rick Santorum ad appena il 9% e Rick Perry in fondo con appena l’1%.
Romney ha festeggiato la vittoria con un possente attacco a Barack Obama: «Il presidente vuole radicalmente trasformare l’America, mentre io voglio restaurarla, lui si ispira alle capitali europee io alle città della nostra nazione, lui ha aumentato il debito io pareggerò il bilancio, lui ha perso la tripla AAA io la riprenderò, è il momento di batterci per l’America che amiamo». Un proclama che davanti ad una platea osannante è stato facile fare, ma che il presidente in carica, negli eventuali futuri confronti televisivi, non faticherà troppo a smontare.
Ora si passa in South Carolina, per il turno di primarie del 21 gennaio. Favoriti potrebbero essere i più conservatori, ma ovvio che se Romney dovesse cominciare a vincere anche a Sud avrebbe la nomination in tasca.
A ben ragionare, comunque, nonostante l'attuale secondo posto, Ron Paul non è il vero competitor del mormone. Ha sicuramente ragione Ari Fleischer, ex portavoce di George W. Bush, quando afferma che «l’unico che ancora può ostacolare la corsa di Romney è Newt Gingrich». L'ex speaker della Camera ha tanta esperienza. Ed è l'unico vero politico di caratura nazionale oltre al favorito. Outsider assoluti come Santorum e Paul non possono reggere a lungo la sfida, nemmeno economicamente, ed alla fine la corsa sarà a due.
Finisce sostanzialmente in parità fra Mitt Romney (25% dei consensi, con appena 8 voti in più del rivale) e Rick Santorum il caucus dell'Iowa. Il primo round delle primarie repubblicane vede di fatto appaiati il ricchissimo economista mormone, ex governatore di successo del Massachusetts, e l'estremista cattolico, ex senatore della Pennsylvania. Insomma, si è sì assistito ad una straordinaria performance di Santorum, finora ignorato dagli analisti, ma a ben vedere questa è assai normale in uno Stato noto per le idee di destra religiosa della maggioranza della sua popolazione.
Di sicuro, però, c'è da dire che il discorso pronunciato da Santorum, di origini italiane, è stato più appassionato, di timbro obamiano direi quasi. Romney, di contro, non è sembrato trascinare le masse con il suo eloquio. La domanda a questo punto è: quanta strada potrà percorrere Santorum? Di certo i conservatori tenteranno di fare quadrato attorno a lui per sconfiggere il laico e liberale Romney, ma ciò significherebbe condannare alla sconfitta il Grand Old Party, essendo Romney l'unico dei candidati repubblicani in grado di impensierire il presidente in carica Obama.
Quanto agli altri, tranne che per Ron Paul (21%) e Newt Gingrich (circa il 13%), i giochi sembrano già conclusi. Rick Perry (10%) pare quasi sicuro che abbandonerà la campagna. E Michele Bachmann, repubblicana di origini norvegesi, assai vicina al Tea Party, con uno striminziato 5%, è davvero lontanissima dalle aspettative. Anche la sua corsa potrebbe finire qui. Inutile bruciare altro denaro in una impresa disperata.
[caption id="attachment_11497" align="aligncenter" width="300" caption="Rick Santorum"][/caption]
Quattro anni fa l'Iowa premiò il repubblicano conservatore religioso Mike Huckabee, governatore e pastore insieme, impostosi a sorpresa nel suo caucus, la consultazione che inaugura la stagione delle primarie nell'anno delle elezioni presidenziali statunitensi. L'Iowa è uno Stato fatto di tantissimi villaggi sparsi nelle Grandi Pianure. La tradizione gli conferisce l'onore del "primo colpo" e quindi per qualche settimana ha addosso gli occhi di tutto il mondo, ma non è che i suoi risultati siano in sé e per sé chissà quanto importanti. Possono esserlo a livello psicologico, ma poi, nelle settimane successive, i reali "valori in campo" emergono e si affermano.
Il Partito Repubblicano è oggi dominato da Mitt Romney, il mormone ex governatore del Massachusetts, che sarà molto probabilmente lo sfidante del presidente in carica Barack Obama ai primi di novembre. L'altro nome di spicco del Grand Old Party in corsa per la candidatura alla Casa Bianca è l'ex speaker della Camera Newt Gingrich, un uomo che a metà anni Novanta per un bel po' di tempo ha avuto in mano gli Usa più di Bill Clinton senza però riuscire a concretizzare in alcun modo potere e popolarità. Fino a qualche mese or sono i sondaggi erano benevoli nei suoi confronti, nonostante una campagna elettorale confusionaria, ma ad un certo punto è partita un'azione fortemente denigratoria che lo ha sbriciolato.
Ufficialmente la gran mole di pubblicità anti Gingrich non ha nulla a che fare con Romney. È stata invece organizzata da Restore Our Future, un comitato d'azione politica, in sigla Pac, di quelli che una recente sentenza della Corte Suprema Usa ha autorizzato a diffondere qualsiasi messaggio politico, anche attaccando personalmente i candidati. E a differenza di questi, un Pac è senza limiti nella possibilità di raccogliere fondi e non ha nemmeno obbligo di trasparenza per quanto riguarda l'identità dei ...
La notizia è certamente la più importante degli ultimi giorni, anche se la stampa occidentale l'ha quasi del tutto ignorata: la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone hanno deciso di abbandonare il dollaro per il loro interscambio commerciale, utilizzando le rispettive valute nazionali, renminbi e yen, per circa il 60% dell'export Pechino-Tokio. Si tratta di una scelta che potrebbe avere ripercussioni pesantissime sullo scenario finanziario mondiale ed anche su quello geopolitico. Il rischio è di una guerra monetaria contro il dollaro che finisca con il coinvolgere anche l'euro, proprio in un momento di debolezza delle due monete.
La mossa sino-nipponica in parte è il risultato della richiesta generale di un riassestamento delle maggiori valute mondiali. Gli stessi Usa lo hanno più volte chiesto alla Cina, ma certo non intendevano pressare per l'abbandono del dollaro, tutt'altro. Gli Stati Uniti da anni reclamano una rivalutazione del renminbi, ma Pechino nicchia per difendere il suo export, anzi non è da escludersi addirittura una svalutazione del renminbi entro la fine del 2012. Cosa che farebbe impennare le merci cinesi nel mondo, spazzando via qualsiasi eventuale pessimismo in merito alla possibilità dei prodotti Made in China di "sprintare" ancora sui mercati globali.
La Rep Pop rappresenta per l'Impero nipponico il partner commerciale in assoluto più importante. Fra i due Paesi vi sono scambi per 26.5 trilioni di yen (ovvero 3.340 miliardi di dollari), con un trend al rialzo che in 10 anni li ha visti triplicare. Ovvio, quindi, che Tokio (con un debito pubblico che è il più alto al mondo) debba necessariamente concedere qualcosa a Pechino, anche accorgendosi dell'eventuale danno derivante all'alleato americano nell'assecondare i desiderata del colosso post maoista. E dalla decisione di usare renminbi e yen per l'interscambio Cina-Giappone un vulnus per gli Usa già si può intravedere: i due Paesi asiatici avranno meno ...
Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l'effetto Grecia in tutta l'eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno perso rispettivamente il 5.38% ed il 5%. Spread Btp-Bund a 459, ma sotto pressione anche i titoli bancari, con Unicredit e Intesa-San Paolo a lungo sospesi per eccesso di ribasso (alla fine, -14.22% per UniCredit e -15.65% per Intesa). Insomma, è stato l'ennesimo giorno di (ormai) ordinaria follia sui mercati. È utile chiedersi ancora perché?
Posto che la responsabilità di quanto sta accadendo non è possibile addossarla per intero alla speculazione internazionale (che ha un suo ruolo sì, ma entro certi limiti), è evidente come la situazione corrente sia l'esito di una serie di concause. Probabilmente, oltre 20'anni dopo il crollo del cosiddetto socialismo reale, il capitalismo è anch'esso a fine ciclo. Il che sta accadendo anche - coincidenza terribile - in un momento di leadership nazionali e globali non all'altezza della situazione. Obama non è Clinton, Sarkozy non è Mitterrand, Berlusconi non è Spadolini, la Merkel non è Kohl, Barroso non è Delors. Bisogna prenderne atto.
Ovvio che ormai i problemi delle città italiane sono irrisolvibili se non a livello centrale a Roma, così come i problemi italiani sono irrisolvibili se non a livello centrale a Bruxelles e quelli europei sono irrisolvibili se non a livello globale. Detto questo, è chiaro che il nostro Paese, lo scrivo da mesi e mesi, paga sempre più una crisi di credibilità senza precedenti per l'Italia repubblicana. Ma non è che Europa ed Usa stiano poi tanto meglio.
Ad esempio, vien da chiedersi che senso abbia aver istituito la figura di ...
Una conservatrice non da poco, che si presenta all'America come l'alfiere della Costituzione, della famiglia e della libertà. È la congresswoman repubblicana del Minnesota Michele Bachmann, che ha lanciato ufficialmente la corsa alla White House da Waterloo (in questo caso la pronuncia è uoterluu). Certo, il nome della cittadina non è il massimo del buon auspicio, ma che ci può fare la deputata? A Waterloo, nell'Iowa (per inciso, storicamente il primo Stato americano a tenere le primarie per i candidati alla presidenza), c'è nata 55 anni fa. E delle sue origini del Midwest lei è davvero molto fiera.
Repubblicana e membro del Tea Party, da giovane è stata democratica (fu una volontaria della campagna per l'elezione di Jimmy Carter nel 1976) ed oggi chiarisce la sua identità assolutamente non liberal. Di Barack Obama dice semplicemente che «non merita di essere rieletto presidente perché ha allontanato da noi il sogno americano, visto che il debito nazionale aumenta, acquistare una casa diventa sempre più difficile e il costo della benzina continua a salire».
I sondaggi, che già sono partiti, descrivono la lady - a questo punta un'antagonista dichiarata della Sarah Palin - impegnata in un testa a testa in Iowa, dove a febbraio del 2012 inizieranno le primarie repubblicane, con Mitt Romney, il mormone esperto di economia al momento favorito nel Grand Old Party. Grosso handicap di Romney, però, è la grinta, un po' deficitaria. Mentre Michele Bachmann non ha paura di dire che sì, è possibile battere Barack Obama nel 2012.
Costante il riferimento della Bachmann a Daniel Webster, il senatore federalista del Massachusetts che ad inizio '800 difendeva a spada tratta diritti costituzionali degli Stati americani dalla presunta invadenza del governo centrale. Identica la sfida che oggi la "leghista" Bachmann lancia ad Obama, reo di non difendere i cittadini dal potere del governo. ...