Tutti gli articoli su Berlino

Eurodefault?

Scritto da: il 27.04.11 — 0 Commenti
Davvero un brutto risveglio dopo le vacanze pasquali per i governanti europei, alle prese con dei nuovi dati che fanno tremare. Rispetto al suo Prodotto interno lordo, il deficit pubblico di Atene nel 2010 è salito al 10.5%, sforando di un buon 1.1% le stime del governo ellenico che lo davano al 9.4%. La rilevazione è di Eurostat, l'ufficio statistico europeo, che ha pubblicato la prima notifica dei dati sul deficit e sul debito dei Paesi Ue per l'anno scorso. Tracollo per l'Irlanda, al -32.4%, mentre il Portogallo è al quinto posto con -9.1%. I Paesi più virtuosi sono tutti in Nord Europa: il Lussemburgo, con un deficit tenuto splendidamente sotto controllo all'1.7% del Pil, la Finlandia, con un rapporto al 2.5%, e la Danimarca, al 2.7%. Ma andiamo più nel dettaglio in questi conti resi noti da Eurostat. La Grecia (con dei rendimenti sui suoi titoli di Stato che segnano nuovi record) sfora ampiamente il deficit anche nel 2010, tanto che Berlino per la prima volta ipotizza il default sul debito ellenico ed un consigliere della Merkel parla apertamente della necessità di una ristrutturazione del debito. Eventualità che dalla Banca Centrale Europea qualcuno definisce addirittura peggiore del collasso della Lehman Brothers. In ogni caso, l'eventualità che Atene annunci a breve un allungamento delle scadenze sul suo debito o un taglio dei rimborsi si fa sempre più concreta di ora in ora. In ogni caso, Eurostat fissa al 10.5% il rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo greco per il 2010, abbastanza al di sopra delle stime governative, che invece lo prevedevano al 9.4%. Peggio c'è solo l'abnorme 32.4% dell'Irlanda. Del resto, per Atene è "business as usual" dopo il 12% di deficit del 2009 che ha procurato un'ondata di panico e di violenza nel Paese. Contromisure? Il governo ...

Vento (forte) di destra sulla Finlandia

Scritto da: il 18.04.11 — 0 Commenti
Un forte vento di destra soffia su di una delle più avanzate democrazie del mondo, la Finlandia. I risultati delle elezioni politiche di ieri non lasciano dubbi, il Paese per il momento ha accantonato l'opzione socialdemocratica, preferendo dare fiducia a conservatori e nazionalisti. La spiegazione di tutto ciò è relativamente semplice, i finlandesi hanno detto no ai salvataggi illimitati di chi non rispetta le regole comunitarie che vogliono i conti dei Paesi membri rigorosamente in ordine. Non a caso, la campagna elettorale è stata tutta incentrata sul caso Portogallo, da poco salvato dalla bancarotta dai denari comunitari. La vittoria dei conservatori, in sé assolutamente normale, è stata però accompagnata dal vero e proprio trionfo degli ultranazionalisti denominatisi "Veri finnici", dato anomalo per la moderata Finlandia. Di fatto la mappa del potere all'interno della Repubblica ne esce completamente ridisegnata. La Coalizione Nazionale, appunto il partito conservatore, ha conquistato il 20.4% dei consensi, i socialdemocratici il 19.1% e gli ultranazionalisti "Veri Finlandesi" il 19%, diventando così la terza forza politica del Paese grazie al loro carismatico leader, Timo Soini, fautore di una aggressiva visione populista, euroscettica e xenofoba. Gli europeisti del Keskus (Centro), lo storico partito del premier uscente Mari Kiviniemi, sono invece crollati al 15.8%. Non si può dire che siano spariti, ma solo nel caso in cui si dovesse decidere di escludere i nazionalisti dal governo potrebbero risultare determinanti. Sicuramente forti saranno le conseguenze del voto finlandese anche a livello di istituzioni comunitarie, con la Bce che sarà ancora più isolata di prima nel tenere a bada le voglie di Berlino che spinge per una ristrutturazione dei debiti dei Paesi a rischio senza troppo guardare alle conseguenze sociali. Inoltre, la Finlandia potrebbe ora, come accaduto in Francia ed Olanda con il referendum sulla Costituzione europea, bloccare il ...

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

Democracy Index, la libertà è di casa (solo) in Scandinavia

Scritto da: il 03.02.11 — 0 Commenti
Non sembra affatto una delle più vive democrazie del mondo quella italiana, tutt'altro. Lo sostiene un'accurata ricerca dell'Università di Zurigo e del Social Science Research Center di Berlino, che hanno messo a punto il Democracy Index, una sorta di "barometro della democrazia", un indice che analizza le trenta democrazie storicamente più avanzate al mondo, almeno in linea teorica. I criteri utilizzati riguardano cento dati empirici con i quali si tenta di "misurare" come nei vari Paesi i cittadini vivono i principi libertà, uguaglianza e controllo sul potere. La ricerca è stata brillantemente ripresa dal sito Web Spiegel Online International (in inglese) del settimanale tedesco Der Spiegel. L'analisi verte sugli anni che vanno dal 1995 al 2005 e colloca l'Italia al 22° posto. Ovviamente, nell'elenco vi sono tutti gli Stati dell'Europa occidentale. L'Italia è terzultima nel Vecchio Continente, ma "si piazza" meglio di Gran Bretagna e Francia. A determinare il pessimo risultato italiano, la limitata libertà di stampa. I piani alti della classifica, è comprensibile, sono appannaggio dei Paesi nordici. La Danimarca risulta essere la democrazia più solida, seguita a ruota dalla Finlandia e dal Belgio, dove però l'ingovernabilità sta facendo seri danni alla convivenza civile. Seguono Islanda, Svezia, Norvegia, Canada, Olanda, Lussemburgo ed Usa, mentre la Germania è undicesima (molte donne presenti in Parlamento e netta separazione fra i poteri dello Stato). In basso Inghilterra e Francia, in 26a e 27a posizione. Chiudono la "classifica" la Polonia, il Sudafrica ed il Costarica. Interessante notare come l'Inghilterra sia considerata una democrazia non solidissima soprattutto a causa del sistema elettorale uninominale maggioritario, che per i ricercatori svizzero-tedeschi «potrebbe alterare il responso della volontà popolare». Stesso discorso per la Francia, che ha un basso numero di partiti in Parlamento sempre a causa del sistema elettorale maggioritario, per quanto a doppio turno. Mappa del Democracy Index ...

WikiLeaks Files, una tempesta in una tazzina di caffè

Scritto da: il 29.11.10 — 0 Commenti
Molto nervosismo nei giorni scorsi per le temutissime (anche troppo) rivelazioni di WikiLeaks, il sito creato dall'australiano Julian Assange che riesce ad ottenere documenti riservati e notizie sensibili sulle strategie e le scelte dei governi del mondo per immetterle on line. Sulla moralità di simili operazioni ogni dubbio è lecito, visto che in determinati casi è stata seriamente messa a repentaglio la vita di soldati ed agenti occidentali impegnati in incandescenti scenari di guerra, ma certo su quest'ultima massiccia fuga di notizie è stata l'esagerazione a farla da padrona assoluta. Perché a ben leggere la marea di documenti riservati delle Ambasciate statunitensi con la quale l'irresponsabile Assange ha inondato le redazioni dell'intero pianeta vi sono infatti molte ovvietà e pochi scoop. Insomma, altro che «11 settembre della diplomazia», come - un po' troppo ansiosamente - il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha definito la giornata di ieri.  Tutto sommato una tempesta in un bicchier d'acqua. Anzi, vista l'isteria collettiva scatenatasi, in una tazzina di caffè ... Ma proviamo a fare un piccolo elenco delle rivelazioni più banali e di quelle di contro più inedite e interessanti pubblicate da WikiLeaks. BanalityLeaks 1) Da anni si poteva notare una (neanche tanto) vaga rassomiglianza fra Gheddafi e Michael Jackson (tutte le facce "plastificate" un po' hanno qualcosa in comune). Che il leader libico faccia uso di butulino antirughe è quindi una notizia, oltre che inutile in sé, di una ovvietà assoluta, probabilmente la più esilarante fra quelle diffuse da Assange. 2) Non è che si potesse mai pensare ad una profonda stima della corrente amministrazione americana nei confronti del premier italiano Berlusconi, sostanzialmente considerato un incapace. Quando uno parte con il piede sbagliato (l'infelicissima frase sull'Obama «abbronzato» pronunciata durante la campagna 2008 per la Casa Bianca) poi è difficile assai recuperare. Ovvio che i giudizi tranchant ...

La Fiat come Berlino

Scritto da: il 16.09.10 — 1 Commento
Marchionne: «Ora ci sono due Fiat». Come Berlino durante la Guerra Fredda, Fiat Est e Fiat Ovest ...

Benedetto il giorno, maledetto il giorno. 20′anni fa “crollava” il Muro di Berlino

Scritto da: il 09.11.09 — 2 Commenti
Lo scrittore americano di fantascienza e fantapolitica Whitley Strieber ha scritto in un suo recente romanzo oltremodo visionario (2012. L'apocalisse, un libro che inizia benissimo, ma proseguendo si ingarbuglia fino all'inverosimile) che «i nuovi mondi esistono in due luoghi: le rovine di quelli vecchi e le menti dei sopravvissuti». Un pensiero che sembra perfetto per la Storia tedesca in numerose sue fasi, il 1918 ed oltre, il 1945 ed oltre, il 1989 ed oltre, fino ad un oggi inoltrato. Francamente, non saprei dire se il 9 novembre di vent’anni fa, data che si è celebrata in queste ultime settimane fino alla noia, sia stato un giorno benedetto o maledetto. I fatti dell’epoca, gli avvenimenti di quelle convulse ore sono oltremodo noti. Da mesi il blocco comunista perdeva pezzi e i vari regimi erano alle corde. Polonia ed Ungheria avevano già attuato una forma di transizione verso la democrazia e da lì a poco anche la Romania avrebbe archiviato il regime del satrapo Ceausescu. Il 9 novembre, a Berlino, nel corso di una conferenza stampa, il portavoce della Sed, il partito unico comunista, Günter Schabowski, annunciò la decisione del governo di Egon Krenz (Erich Honecker si era dimesso da presidente il 18 ottobre) di concedere ai cittadini tedesco-orientali dei permessi per viaggiare nella Germania Ovest: «Considerato che la presente situazione è per noi non più controllabile – affermò il portavoce - abbiamo deciso di adottare nuove regole che permetteranno ad ogni cittadino della Germania Est di spostarsi liberamente». Ad un certo punto, il giornalista italiano Riccardo Ehrman, corrispondente dell’Ansa, forse su suggerimento di una sua fonte anonima nota solo come “il sottomarino”, chiese di conoscere con esattezza il momento di entrata in vigore del rivoluzionario provvedimento. Colto alla sprovvista, Schabowski, per inciso appena rientrato dalle ferie e probabilmente male informato sulle ultime decisioni governative, rispose: ...

Pressata dalla crisi l’Irlanda dice sì al Trattato di Lisbona, ma in Europa il fronte degli scettici è ancora forte

Scritto da: il 03.10.09 — 0 Commenti
Nel giugno del 2008 gli irlandesi avevano bocciato il Trattato di Lisbona con un 53% di voti sfavorevoli. Ad un anno di distanza sembrano proprio aver cambiato idea, approvandolo con un sonoro 67.1% di sì. Che cosa è accaduto nel frattempo? Semplice, la crisi economica globale ed il conseguente "sboom" dell'Irlanda, che hanno fatto passare in secondo piano il timore di perdere la sovranità su temi importanti  come l'aborto, la politica fiscale o la tradizionale neutralità del Paese. Un Paese colpito da una violentissima recessione, tanto che ha dovuto essere salvato dalla bancarotta dalla Banca Centrale Europea. Il campo dei contrari all'accordo di Lisbona accusa il colpo, ma è ancora forte in Europa, a partire dalla Repubblica Ceca presieduta da Vaclav Klaus, campione supremo degli euroscettici. In Gran Bretagna c'è poi in attesa David Cameron, leader di quei conservatori che sicuramente vinceranno le elezioni politiche previste in Uk nella prossima primavera. Cameron non solo da premier indirà un apposito referendum sul Trattato, ma addirittura è il leader di un partito la cui base in larga maggioranza è favorevole all'uscita del Paese dall'Unione Ma che cosa dice l'accordo di Lisbona di così dirompente da suscitare simili levate di scudi? I suoi punti più importanti riguardano la nomina di un presidente dell'Unione che rimarrebbe in carica per due anni e mezzo e di un ministro degli Esteri con reali poteri di direzione. Inoltre, il Trattato prevede un netto aumento delle materie sulle quali il Consiglio Europeo potrà decidere a maggioranza e non più all'unanimità, dando all'Ue maggiori autorevolezza e governabilità. Sul primo nome che andrebbe a ricoprire la carica di presidente europeo non mancano poi le tensioni già da ora. L'ex premier britannico Tony Blair, che dopo aver lasciato Downing Street si è anche convertito al cattolicesimo, è in pole position, sostenuto da Parigi, Berlino e ...

Berlin, Usain Bolt 200m 19.19 world record

Scritto da: il 21.08.09 — 2 Commenti
[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=M9iRgb7hQnQ[/youtube]

Berlin, Usain Bolt 100m 9.58 world record

Scritto da: il 16.08.09 — 0 Commenti
[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=DPq-T93bK4k[/youtube]

È morto Ralph Dahrendorf

Scritto da: il 18.06.09 — 1 Commento
È morto il filosofo anglotedesco Ralf Dahrendorf, uno dei maggiori pensatori del Novecento, esperto di conflitti e società. Era nato ad Amburgo il primo maggio del 1929. In Italia pubblicava i suoi saggi con la casa editrice Laterza. Dahrendorf aveva studiato filosofia, filologia classica e sociologia ad Amburgo e Londra negli anni tra il 1947 e il 1952. Dal 1958 è stato docente di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza. Dal 1969 al 1970 è stato membro del Bundestag, il Parlamento tedesco, per il Freie Demokratische Partei, i liberali tedeschi, nonché segretario di Stato. Nel 1970 è entrato a far parte della Commissione europea a Bruxelles. Dal 1974 al 1984 Dahrendorf è stato direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 ha lavorato ad Oxford. Dal 1988 era cittadino britannico e nel 1993 era stato nominato Lord dalla regina Elisabetta II con il titolo di Baron Dahrendorf of Clare Market in the City of Westminster. Negli ultimi anni insegnava Teoria Politica e Sociale al Wissenschaftzentrum fur Sozialforschung di Berlino. Ralph Dahrendorf

Opel, and the winner is: Vladimir Putin

Scritto da: il 30.05.09 — 0 Commenti
Alla fine quella che Sergio Marchionne ha definito una «soap opera brasiliana» si è conclusa con la vittoria di Magna, il gruppo di componentistica austro-canadese (per inciso, il Canada in questa vicenda avrebbe comunque "vinto", perché l'ad di Fiat è mezzo canadese, avendo da decenni anche la cittadinanza di Ottawa). Dopo l'annuncio di ieri pomeriggio dell'accordo con General Motors, infatti, nella notte è giunto anche l'ok di Berlino. Sarà dunque Magna ad acquisire il controllo di Opel. Ma è davvero così? Proviamo ad andare un po' più a fondo alla questione. In realtà, a ben leggere gli accordi, a Magna va solo il 20% di Opel, il cui 35% rimane a General Motors. Un altro 10% va ai sindacati tedeschi (ottimo segnale verso la partecipazione e cogestione dei lavoratori anche nei colossi industriali, ma la percentuale è ancora bassa). Ma a chi va il restante 35%? Stando a quel che al momento si è capito (perché ancora molti sono i punti oscuri della vicenda), dovrebbe andare alla banca russa semistatale Sberbank, presieduta da German Gref, economista e politico russo di chiare origini tedesche, un fedelissimo di Putin che in Russia è stato ministro dell'Economia e del Commercio dal maggio 2000 al settembre 2007. In tal modo, dopo alcuni tentativi andati frustrati, si realizza il sogno di Putin di essere in qualche modo presente in una grossa compagine dell'economia occidentale. Ed il tutto, in aggiunta, con una garanzia di prestito da 5 miliardi di euro da parte dello Stato tedesco (ossia dei suoi contribuenti). Inoltre, l'accordo raggiunto prevederebbe anche una sorta di cooperazione fra la Opel e la Gaz, indebitata casa automobilistica russa di proprietà dell'oligarga Oleg Deripaska, il magnate dei metalli. Che utilità possa avere una simile partnership per Opel è un mistero di davvero difficile interpretazione. Ma non è finita qui, perché da alcune indiscrezioni di stampa (lo ...

Deutsche Bank in forte affanno

Scritto da: il 15.01.09 — 2 Commenti
Ieri la Borsa di Francoforte ha confermato il pessimo momento della Deutsche Bank, che nel solo quarto trimestre del 2008 ha accumulato una perdita netta per 4.8 miliardi e che chiuderà il bilancio dello scorso anno con un passivo netto di circa 3.9 mld, molto oltre le previsioni degli esperti, che comunque non ritengono per ora necessario un aumento di capitale. La situazione è però critica ed il governo di Berlino cerca rapide soluzioni. Se da un lato i rumors su di una eventuale parziale nazionalizzazione dell'istituto di credito sembrerebbero infondati, dall'altro Deutsche Postbank, controllata al 31% dallo Stato tedesco, sta entrando in DB con una quota dell'8%, facendo parlare gli analisti di una forma indiretta di nazionalizzazione escogitata dalla kanzlerin Angela Merkel. Che possa essere proprio quello di Deutsche Bank il prossimo crac globale ci pare inverosimile, ma certo gli scricchiolii si cominciano a sentire ... Il quartier generale della Deutsche Bank a Francoforte
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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