Oggi si è inaugurato il vertice di Copenaghen sul clima, anzi, per l'esattezza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Climate Change Conference). Fino a venerdì 18 sarà tutto un susseguirsi di incontri, sottosummit, minisummit, conferenze stampa e relativi comunicati, in pieno stile clasa descutidora (do you remember Donoso Cortés?). Del resto, non c'è nessun esempio migliore di flatus vocis degli impegni ecologisti dei politici, anche verdi per carità.
Alla fine della faraonica kermesse (a proposito, già è saltata l'idea della sua sostenibilità: 34 mila delegati in luogo dei previsti 15 mila hanno reso vano il tentativo di neutralizzare le emissioni "scaturite" dall'evento), qualunque accordo sarà mai siglato, fra qualche anno ci si accorgerà dell'impossibilità di farlo rispettare (come già accaduto per il celebre protocollo di Kyoto, firmato nel dicembre del 1997 e divenuto appena qualche mese dopo praticamente poco più che carta straccia). Per lo strapotere ancora nettissimo dei Paesi produttori di petrolio e delle compagnie di estrazione e distribuzione, per l'inarginabile sete di energia dei Paesi in via di sviluppo e dei giganti della crescita a doppia cifra (Cina Popolare ed India su tutti), per le difficoltà della comunità scientifica a mettersi d'accordo sul reale stato del pianeta e sulle contromisure per arginare il peggio che potrebbe capitarci entro non molto tempo.
E già, il disaccordo degli esperti in materia, altra questione centrale ... Ne scrivevo qualche settimana fa. Fra ecoscettici ed ecocatastrofisti è difficile, molto difficile, capire dove stia la verità. Il global warming sta davvero sciogliendo i Poli? O gli allarmi sono eccessivi?
In tutta sincerità, in luogo di un megaincontro come questo di Copenhagen, inevitabilmente destinato alla sterilità, avrei preferito una seria, lunga, accesa ma quanto più possibile risolutiva conferenza scientifica per tentare di comprendere davvero le "condizioni di salute" del mondo.
In storiografia si parla ...