Tutti gli articoli su crisi economica

Corea del Nord, la sfida nucleare di un regime disconnesso dalla realtà

Scritto da: il 12.03.13 — 0 Commenti
Il regime nordcoreano ha denunciato come «completamente nullo» il trattato del "cessate il fuoco" con la Corea del Sud firmato nel 1953. Pesantemente infastidito dalle esercitazioni degli Stati Uniti proprio con la Corea del Sud, Kim Jong-un ha annunciato di essere pronto «a entrare in guerra con Seul». L'erede di Kim Jong-il è addirittura arrivato a minacciare un attacco nucleare contro i due Paesi alleati. «Nessuno può prevedere che cosa accadrà adesso nella penisola coreana», ha scritto il Rodong Sinmun, quotidiano ufficiale del Partito comunista di Pyongyang, evidenziando che «ora è il momento della battaglia finale». Tecnicamente le due Coree non hanno mai firmato un vero e proprio trattato di pace, rimanendo quindi in guerra. Nulla di eccessivamente anomalo, per carità. Nemmeno Giappone e Unione Sovietica dopo la fine del secondo conflitto mondiale hanno firmato la pace e, in linea molto teorica, ancora oggi Tokio e Mosca sarebbero in guerra. Ma è ovvio che si tratta di cavilli della Storia. Nel caso coreano, però, preoccupa la retorica visionaria di Pyongyang. Vero che i nordcoreani hanno dichiarato nullo il cessate il fuoco del '53 circa una dozzina di volte in 20 anni, ma oggi il loro regime ha la bomba atomica. Ed è guidato da un giovane dalle idee assai confuse, per non dire del tutto disconnesso dalla realtà. Il suo popolo è alla fame e, invece di aprire il Paese al mondo esterno, lo chiude ancora di più, minacciando una crisi internazionale. In Corea del Nord la gente vive nel terrore e non sembra esservi una minima opposizione al totalitarismo. Ma fino a quando il mostruoso sistema potrà reggere? E che cosa accadrà quando collasserà? L'ipotesi più probabile è un tumultuoso riversarsi di masse umane nell'opulenta Corea del Sud. Dove, però, al momento quasi nessuno pensa più alla riunificazione, a lungo vagheggiata. ...

Il pessimismo ben temperato dei finnici

Scritto da: il 17.08.12 — 1 Commento
Il governo finlandese sostiene di essere preparato ad ogni immaginabile evoluzione della crisi economico/finanziaria in corso, compresa l’eventuale implosione dell’unione monetaria. Lo ha evidenziato il ministro degli Esteri di Helsinki, Erkki Tuomioja (socialdemocratico molto a sinistra, già presidente del Consiglio Nordico nel 2008), in un’intervista data al prestigioso quotidiano inglese Daily Telegraph oggi in edicola. «La Finlandia - ha dichiarato Tuomioja - ha un piano operativo per ogni eventualità», compresa una spaccatura dell’Eurozona, anche se si tratta di «qualcosa che nessuno auspica, nemmeno gli euroscettici Veri Finlandesi, figuriamoci il governo. Però dobbiamo essere preparati». Tuomioja ha però anche completato il suo ragionamento sottolineando che vi è la consapevolezza che «una rottura dell’Eurozona nel breve e nel medio termine periodo costerebbe più che gestire la crisi». Come dire, pessimismo sì, ma ben temperato. [caption id="attachment_12183" align="aligncenter" width="300" caption="Erkki Tuomioja"][/caption]

Contro gli Usa guerra monetaria di Cina e Giappone

Scritto da: il 29.12.11 — 2 Commenti
La notizia è certamente la più importante degli ultimi giorni, anche se la stampa occidentale l'ha quasi del tutto ignorata: la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone hanno deciso di abbandonare il dollaro per il loro interscambio commerciale, utilizzando le rispettive valute nazionali, renminbi e yen, per circa il 60% dell'export Pechino-Tokio. Si tratta di una scelta che potrebbe avere ripercussioni pesantissime sullo scenario finanziario mondiale ed anche su quello geopolitico. Il rischio è di una guerra monetaria contro il dollaro che finisca con il coinvolgere anche l'euro, proprio in un momento di debolezza delle due monete. La mossa sino-nipponica in parte è il risultato della richiesta generale di un riassestamento delle maggiori valute mondiali. Gli stessi Usa lo hanno più volte chiesto alla Cina, ma certo non intendevano pressare per l'abbandono del dollaro, tutt'altro. Gli Stati Uniti da anni reclamano una rivalutazione del renminbi, ma Pechino nicchia per difendere il suo export, anzi non è da escludersi addirittura una svalutazione del renminbi entro la fine del 2012. Cosa che farebbe impennare le merci cinesi nel mondo, spazzando via qualsiasi eventuale pessimismo in merito alla possibilità dei prodotti Made in China di "sprintare" ancora sui mercati globali. La Rep Pop rappresenta per l'Impero nipponico il partner commerciale in assoluto più importante. Fra i due Paesi vi sono scambi per 26.5 trilioni di yen (ovvero 3.340 miliardi di dollari), con un trend al rialzo che in 10 anni li ha visti triplicare. Ovvio, quindi, che Tokio (con un debito pubblico che è il più alto al mondo) debba necessariamente concedere qualcosa a Pechino, anche accorgendosi dell'eventuale danno derivante all'alleato americano nell'assecondare i desiderata del colosso post maoista. E dalla decisione di usare renminbi e yen per l'interscambio Cina-Giappone un vulnus per gli Usa già si può intravedere: i due Paesi asiatici avranno meno ...

La Champions League (che va cambiata!) metafora della crisi: una squadra svizzera elimina l’avanguardia (mediatica) della classe operaia inglese

Scritto da: il 08.12.11 — 1 Commento
Da sempre sostengo che lo sport è l'evoluzione della guerra tribale combattuta con altri mezzi e che il calcio è una grande metafora della vita. Ieri sera ho avuto piena conferma di ciò. Con il 2-1 casalingo il Basilea ha battuto ed eliminato il Manchester United. Ossia, una squadr(ett)a svizzera di una città nota al mondo per le sue banche e per aver dato il nome alle (più che stringenti) regole del mercato finanziario globale ha buttato fuori dal calcio continentale la squadra che negli ultimi venti e passa anni ha rappresentato nel mondo la metropoli simbolo della classe operaria inglese. Guidata da quel Ferguson di scozzesissime, umili (da ragazzo fece pure lo scaricatore di porto) e cattoliche origini divenuto poi sir Alex (uomo di intelligenza, equilibrio e saggezza introvabili nel disgustoso universo del calcio contemporaneo), il Manchester United negli anni è stato una bandiera anche dell'orgoglio operaio, con tifosi ovunque al mondo, specie nell'Irlanda repubblicana. Ora, da finalista dell'ultima edizione, si ritrova fuori dalla Champions ad opera di una marginalissima squadra svizzera. In tempi di crisi economica imperante, con le banche a governare di fatto le politiche degli Stati, l'accidente calcistico è inevitabile che diventi simbolo di altro. Ma un'ulteriore riflessione si impone. Dopo la serata di ieri è ovvio come la formula della Champions League vada rivista, cambiata, sostituita, abbattuta. Prima possibile. La trasformazione della Coppa dei Campioni in Champions League nel 1992 è stata l'inizio della degenerescenza assoluta del calcio, della sua trasformazione da sport bello ed avvincente in mero strumento del dio denaro, in follia collettiva senza ratio alcuna. Che alla Coppa Campioni possano partecipare squadre che non hanno vinto il proprio campionato nazionale, ad esempio, è semplicemente grottesco, una pazzia che andava rifiutata da subito. Certo, in quegli anni faceva comodo ai tanti magnati proprietari dei più importanti ...

Crisi, per uscirne occorre mettere l’uomo giusto al posto giusto a tutti i livelli

Scritto da: il 01.11.11 — 0 Commenti
Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l'effetto Grecia in tutta l'eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno perso rispettivamente il 5.38% ed il 5%. Spread Btp-Bund a 459, ma sotto pressione anche i titoli bancari, con Unicredit e Intesa-San Paolo a lungo sospesi per eccesso di ribasso (alla fine, -14.22% per UniCredit e -15.65% per Intesa). Insomma, è stato l'ennesimo giorno di (ormai) ordinaria follia sui mercati. È utile chiedersi ancora perché? Posto che la responsabilità di quanto sta accadendo non è possibile addossarla per intero alla speculazione internazionale (che ha un suo ruolo sì, ma entro certi limiti), è evidente come la situazione corrente sia l'esito di una serie di concause. Probabilmente, oltre 20'anni dopo il crollo del cosiddetto socialismo reale, il capitalismo è anch'esso a fine ciclo. Il che sta accadendo anche - coincidenza terribile - in un momento di leadership nazionali e globali non all'altezza della situazione. Obama non è Clinton, Sarkozy non è Mitterrand, Berlusconi non è Spadolini, la Merkel non è Kohl, Barroso non è Delors. Bisogna prenderne atto. Ovvio che ormai i problemi delle città italiane sono irrisolvibili se non a livello centrale a Roma, così come i problemi italiani sono irrisolvibili se non a livello centrale a Bruxelles e quelli europei sono irrisolvibili se non a livello globale. Detto questo, è chiaro che il nostro Paese, lo scrivo da mesi e mesi, paga sempre più una crisi di credibilità senza precedenti per l'Italia repubblicana. Ma non è che Europa ed Usa stiano poi tanto meglio. Ad esempio, vien da chiedersi che senso abbia aver istituito la figura di ...

Marchionne centra perfettamente il problema: il dramma dell’Italia è la credibilità zero degli ultimi anni

Scritto da: il 28.09.11 — 9 Commenti
«La cosa importante è riacquistare credibilità a livello internazionale. Questo è essenziale, altrimenti è inutile parlare di crescita». Parole sacrosante quelle dell'amministratore delegato del Fiat Group, Sergio Marchionne, un uomo che lo scenario mondiale lo conosce più che bene, facendone autorevolmente parte da parecchio tempo. Marchionne ha perfettamente centrato il punto: la drammatica crisi di credibilità internazionale del nostro Paese da almeno un paio d'anni in qua, una crisi di credibilità che i grotteschi scandali a sfondo sessuale in cui è incappato il premier Berlusconi hanno amplificato, ma non certo creato. Per carità, la crisi è globale, la speculazione è sempre un rischio reale, tanti Stati, anche membri Ue, sono messi molto peggio di noi, ma mai l'Italia, dal secondo dopoguerra in avanti, è stata così isolata sullo scacchiere internazionale. A parte uno sparuto gruppo di ministri che hanno un loro appeal personale, il corrente governo italiano viene scarsamente consultato dai partner europei, per non dire ignorato, e di fatto by-passato nelle decisioni importanti da prendere nel consesso internazionale. Ed ancora stiamo a perdere tempo elaborando "ricette" di crescita e manifesti per uscire dalla crisi? [caption id="attachment_11146" align="aligncenter" width="300" caption="Sergio Marchionne"][/caption]

Crisi globale, gli stress test sono davvero utili?

Scritto da: il 09.08.11 — 0 Commenti
In questi giorni di blow back della crisi finanziaria globale, con le Borse che tracollano un po' ovunque in Occidente, mi chiedo il senso e l'utilità degli stress test, ossia di quelle simulazioni della Federal Reserve e della Bce per capire se le banche più grandi del mondo abbiano o meno capitale sufficiente per reggere l'impatto di mutate condizioni del quadro macroeconomico (ovviamente mutate in peggio). La mia è null'altro che una impressione, per carità, ma credo che gli stress test non servano a molto. Faccio un esempio pratico. Santander, colosso bancario spagnolo, li ha superati di slancio per incappare poco dopo nel caustico giudizio di Moody's, che a fine luglio ha minacciato di ridurre il suo rating. Vero è che non se ne può più della tirannia delle agenzie di valutazione (dietro le quali vi sono convenienze intrecciate e spesso anche palesi conflitti d'interesse), ma è mai possibile pensare che la bordata sia stata sparata del tutto a caso? L'affanno dell'economia spagnola targata Zapatero è palese e temere che la più grossa banca del Regno possa subire qualche conseguenza non mi sembra un'ipotesi fantascientifica. Gli stress test avranno tenuto conto del friabile tessuto economico complessivo spagnolo prima di promuovere Santander? Non è dato saperlo ... Detto questo, do libero sfogo ad un'altra sensazione: l'autunno 2011 non sarà una bella stagione per gli istututi di credito italiani, soprattutto per i colossi. L'Italia ormai è alle corde, questo è evidente, e la crisi non potrà non coinvolgere (anche e soprattutto) quelle nostre banche che hanno fatto la scelta dell'elefantiasi. Solo il patrimonio immobiliare e la diversificazione degli investimenti nei mercati emergenti potrebbero essere in qualche modo in grado di attutuire il colpo, ma non è da escludersi che prima di Natale il panorama bancario italiano possa essere sconvolto da qualche brutto scivolone. Riflessione ulteriore: ...

Galan e i festival del cinema in Italia

Scritto da: il 25.03.11 — 1 Commento
La prima mossa di Giancarlo Galan da ministro della Cultura è clamorosa: un attacco frontale alla Festa del Cinema di Roma. Per il manager patavino l'Italia dovrebbe avere un solo festival cinematografico, quello di Venezia. Personalmente lo dico da anni ed oggi non posso che apprezzare la presa di posizione di Galan. Certo, però, che cancellare la kermesse romana non sarà semplice, né indolore. L'idea di Walter Veltroni - che da sindaco di Roma volle fortemente il Festival capitolino, poi divenuto Festa - era da fermare subito. Si trattava di una proposta debole ed inconsistente, una idea semplicemente sbagliata, ad di là della collocazione a destra, al centro o a sinistra di chi l'ha espressa. Ho difficoltà anche solo ad ipotizzare la scena di un sindaco di Parigi che immagini di far concorrenza a Cannes organizzando un suo festival parallelo di grande respiro internazionale, così come ha fatto Veltroni. Sarebbe sommerso dalle critiche. Ora però, dopo parecchi anni di attività della struttura romana, il pensiero deve innanzitutto andare a chi lavora attorno alla Festa. Che ha anche sviluppato un indotto considerevole. Insomma, è verissimo che il festival del cinema italiano per antonomasia è quello di Venezia, su cui occorrerebbe puntare tutte le energie e che, come detto da Galan «è strampalata la concorrenza di Roma». Ma ormai la Festa del Cinema romana è una realtà, con una sua economia e tanta gente che vi lavora. In tempi di crisi come questi abolirla avrebbe effetti drammatici per molte persone. Basta e avanza la sacrosanta critica espressa dal ministro. La Festa è una pirlata, ma ormai tocca tenercela. Giancarlo Galan

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

Irlanda, siglato accordo per un governo trasversale

Scritto da: il 08.03.11 — 0 Commenti
I leader dei due partiti vincitori alle elezioni politiche irlandesi, il Fine Gael (di centrodestra) ed il Labour Party (di centrosinistra) hanno siglato un accordo per formare un governo di coalizione. Si tratterà di un esperimento trasversale che in Italia sarebbe impensabile, ma che in genere è diffuso in giro per l'Europa. Enda Kenny, segretario del Fine Gael, sarà il nuovo primo ministro. Difficile il suo compito dopo il lungo governo del Fianna Fail, la formazione che ha subito una pesante sconfitta alle urne per essere stata giudicata responsabile della pesante crisi economica che ha colpito il Paese nel 2010. Kenny sembra l'uomo nuovo della politica irlandese, ma l'assoluto rigore che serve a Dublino non lo aiuterà di sicuro nei rapporti con la gente, esasperata da mesi e mesi di pesanti ristrettezze. La "tigre celtica" ha le unghie spuntate ed il miracolo degli anni '90 di cui l'Irlanda è stata protagonista (osannato dai media internazionali, ma oggettivamente dalle basi assai fragili, perché fondato su salari del tutto inadeguati dei lavoratori, sfruttati a livelli indegni per il nostro continente) è davvero difficile che possa ripetersi nel breve periodo.

L’Irlanda verso un governo di coalizione

Scritto da: il 28.02.11 — 0 Commenti
Il Fine Gael, formazione di centrodestra, è divenuto il maggiore partito irlandese, mentre l'ex partito di maggioranza, il Fianna Fail è uscito dalle elezioni di venerdì 25 con il proprio consenso sostanzialmente dimezzato. Secondo i dati ufficiali il Fine Gael ha avuto 59 seggi (oltre il 36%), insufficienti ad ottenere la maggioranza assoluta. La prospettiva ora è quella di un governo di coalizione con il Labour Party, che ha ottenuto 31 seggi (poco sotto il 20%). L’Irlanda aspetta quindi a giorni il nuovo esecutivo che la guiderà. Il futuro del Paese, che è uno dei più colpiti dalla crisi globale in atto, sarà affidato a un governo di coalizione che, con buona probabilità, avrà Enda Kenny come premier. Il centrosinistra ha quindi pagato assai caro il collasso finanziario dell'ormai ex tigre celtica, passata dall’essere considerata un modello di sviluppo all'urgente operazione di salvataggio di Bruxelles per evitare il default dello Stato. Il Fianna Fail, che un po' troppo tardivamente aveva adottato una politica di “lacrime e sangue” per salvare il salvabile, dopo 14 anni al governo è crollato da 78 a 25 seggi in Parlamento, registrando con il 17.4% il peggior risultato elettorale dalla sua fondazione. Chiunque governi, però, Dublino non potrà certo cambiare rotta sul fronte dei tagli e del rigore necessario per poter accedere al prestito di 85 miliardi di euro concesso dall'Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale. La speranza è che il "conto" non sia pagato solo dalla povera gente, ma magari anche da qualche speculatore arricchitosi negli anni del boom economico. Enda Kenny

La Svezia torna ad essere una potenza economica

Scritto da: il 19.02.11 — 2 Commenti
In un'Europa che (eccezion fatta per la Germania) arranca per uscire dalla crisi, la Svezia ha una economia che cresce con forza, tanto da costringere la Riksbank (la Banca Reale, ossia la banca centrale del Regno Vichingo Settentrionale) ad alzare i tassi d'interesse (dall'1.25% all'1.50%) per tenere sotto controllo l'inflazione. La banca centrale svedese ha anche rivisto al rialzo le stime di crescita dell'economia del Paese per il primo trimestre 2012 (dal 2.2% al 2.5%), nonché per il primo trimestre 2013 (dal 3.1% al 3.2%). Per il 2012 la Riksbank prevede che il Pil svedese crescerà ad un tasso medio del 2.4% (2.3% era la precedente valutazione). Per il 2011 la stima di crescita è addirittura del 4.4%. Insomma, l'economia della Svezia va davvero a gonfie vele e pare aver definitivamente abbandonato il momento buio del Pil in contrazione di circa 8 punti percentuali, causata dalla contrazione della domanda mondiale cui Stoccolma è molto legata. Ottima la risposta della banca centrale per constratare la crisi: triplicare gli asset in bilancio da 200 a 708 miliardi di corone (ricordiamo che il Paese non ha adottato l'euro), dando preziosa liquidità con scadenze assai più lunghe della norma.

Dopo il caso Irlanda ci può salvare solo l’E-bond

Scritto da: il 13.12.10 — 2 Commenti
Grecia: fallen. Irlanda: fallen. In ordine, i prossimi Stati membri dell'Unione Europea a collassare potrebbero essere: Portogallo, Spagna, Ungheria e Italia. Solo che il contribuente tedesco, azionista di maggioranza dell'intera Ue, non accetterà di salvare nessun'altro dopo il Portogallo. Insomma, se non il prossimo degli Stati del Vecchio Continente che andrà in crisi, di certo quello immediatamente successivo avrà il default come unica prospettiva. In questo scenario drammatico, mi sembra che davvero i bond europei o E-bond che dir si voglia, proposti, tra gli altri, dal presidente dell'eurogruppo Jean-Claude Juncker e dal ministro dell'Economia italiano Giulio Tremonti (si veda «E-bonds would end the crisis», in The Financial Times, 5 dicembre 2010), possano rappresentare una solida soluzione alla crisi in atto, una delle poche che è realistico ipotizzare. Dei titoli di debito denominati in euro che verrebbero emessi da un'apposita agenzia dell'Ue farebbero dell'Europa unita una realtà davvero solida al pari degli Usa, sul cui debito nessuno al mondo si sogna di speculare. Ma la scelta è tutta politica e in materia, si sa, Bruxelles non eccelle ... Giulio Tremonti
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