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Helle Thorning Schmidt è la prima donna a divenire capo del governo in Danimarca. Il suo partito, i socialdemocratici, dopo 10 anni di opposizione, ha di fatto vinto le elezioni politiche. In realtà, con il 25% circa dei suffragi (89 seggi di coalizione su 179 a disposizione), non sono primi, perché i liberali del premier in carica, Lars Loekke Rasmussen, hanno avuto il 26.15 %, ma gli alleati di Rasmussen, i conservatori ed il Partito del Popolo Danese (di estrema destra) hanno avuto un tale calo da rendere impossibile la riproposizione della coalizione (che ha guadagnato 86 seggi complessivi). A breve, quindi, Rasmussen si dimetterà e lascerà subentare la Schimdt.
Ma c'è di più. A ben leggere i risultati, i socialdemocratici hanno conseguito il peggior risultato dal 1903 ad oggi. Pure il Partito Socialista Popolare, alleato dei socialdemocratici, ha perso diversi punti, mentre avanzano i radicali (destra) e la Lista dell'Unità (formazione di estrema sinistra), capeggiati da due giovani donne, Margrethe Vestergaard e Johanne Schmidt Nielsen. Insomma, a Copenhagen al governo va una somma di debolezze di centrosinistra, solo appena appena meno debole di quella del centrodestra. Sulla tenuta si vedrà, ma in genere in Scandinavia le legislature giungono sempre alla scadenza naturale.
Già europarlamentare, Helle Thorning Schmidt è alla guida dei socialdemocratici danesi dal 2005. Elegantissima e di classe, è sposata con l'inglese Stephen Kinnok, figlio dell'ex leader laburista britannico Neil Kinnok, dal quale ha avuto 2 figlie.
[caption id="attachment_11109" align="aligncenter" width="300" caption="Helle Thorning Schmidt"][/caption]
La geopolitica del Polo Nord si è infiammata all'improvviso: la Danimarca, infatti, si prepara a rivendicare la sovranità sul Polo Nord che, grazie alle sue risorse naturali, con il progressivo scioglimento dei ghiacci in atto potrebbe diventa un unico immenso giacimento di idrocarburi. Copenhagen sembra voler affrettare di molto i tempi, anticipando gli Stati Uniti e, soprattutto, la Russia. Per questo motivo i danesi sarebbero già pronti a varare una strategia pensata insieme ai propri territori autonomi dell'Artico, ossia Groenlandia e isole Far Oer, sugli sviluppi che con buona probabilità interesseranno l'area nei prossimi dieci anni circa.
Il quotidiano danese Information è entrato in possesso della bozza di un documento riservato con i dettagli del piano. Subito dopo il ministro degli Esteri di Copenhagen, Lene Espersen, ha confermato le indiscrezioni con un comunicato ufficiale in cui preannuncia che a breve la strategia del Paese nordico sull'Artico sarà ultimata e resa pubblica. La Espersen ha precisato che si sta cercando di seguire regole comuni sul piano internazionale: «Questo porta ad avanzare tutte le richieste possibili su quanto riteniamo di poter documentare ci appartenga. Lo stesso fanno del resto anche gli altri paesi dell'Artico».
Nel documento citato da Information si legge che la Danimarca starebbe per chiedere alle Nazioni Unite la sovranità di «una piattaforma continentale che comprenda cinque aree intorno alle Far Oer e alla Groenlandia e fra queste anche lo stesso Polo Nord». La richiesta dovrebbe essere inviata alle Nazioni Uniti entro il 2014, il termine massimo in entro cui i cinque Paesi polari (oltre alla Danimarca il Canada, gli Stati Uniti, la Russia e la Norvegia) devono avanzare le loro eventuali richieste.
Al momento nessuno può acquisire la sovranità sul Polo Nord, sebbene la Russia abbia già cercato di farlo, piazzando nel 2007 una propria bandiera sui fondali del Mare Artico, proprio ...
Com'era immaginabile, la Nokia ha annunciato drastici tagli all'occupazione. Un primo nefasto risultato del tardivo accordo con Microsoft per avere sui suoi smartphone il sistema operativo Windows Phone 7. La multinazionale finlandese, all'interno di un colossale piano di contrazione dei costi (ridurre di un miliardo di euro entro il 2013 le spese operative rispetto al 2010), taglierà 4.000 posti di lavoro entro la fine del 2012 (esulteranno i seguaci della profezia Maya ...), con licenziamenti soprattutto in Danimarca, Finlandia e Regno Unito. Le trattative con i sindacati sono già state avviate.
Ovviamente, brutte notizie sono giunte anche per chi lavora su Symbian, la piattaforma perdente di questi anni fin qui utilizzata da Nokia e che verrà sostituita da Windows Phone 7. Lo sviluppo del software, insieme ai relativi 3.000 dipendenti, verrà trasferito alla Accenture, in attesa di capire come poter riposizionare il personale. La collaborazione prevede anche che Accenture fornisca alla Nokia software per la mobilità, i servizi commerciali ed operativi anche per la piattaforma Windows Phone, divenendo di fatto il partner privilegiato per le attività di sviluppo degli smartphone, nonché primario fornitore di servizi.
Dopo i pessimi segnali dei mesi scorsi, analizzati a fondo su questo blog, simili mosse del colosso di Espoo erano scontate. Ora si tratta di salvaguardare quanti più lavoratori possibili, anche in previsione del fatto che non è da escludersi che il mercato punisca sempre più i prodotti di fascia alta Nokia, preferendo gli ormai indispensabili tablet. Per inciso, ancora in merito non pervengono segnali dai finnici. Che si stiano definitivamente arrendendo alla superiorità di Apple, Samsung e Rim?
Davvero un brutto risveglio dopo le vacanze pasquali per i governanti europei, alle prese con dei nuovi dati che fanno tremare. Rispetto al suo Prodotto interno lordo, il deficit pubblico di Atene nel 2010 è salito al 10.5%, sforando di un buon 1.1% le stime del governo ellenico che lo davano al 9.4%. La rilevazione è di Eurostat, l'ufficio statistico europeo, che ha pubblicato la prima notifica dei dati sul deficit e sul debito dei Paesi Ue per l'anno scorso. Tracollo per l'Irlanda, al -32.4%, mentre il Portogallo è al quinto posto con -9.1%. I Paesi più virtuosi sono tutti in Nord Europa: il Lussemburgo, con un deficit tenuto splendidamente sotto controllo all'1.7% del Pil, la Finlandia, con un rapporto al 2.5%, e la Danimarca, al 2.7%.
Ma andiamo più nel dettaglio in questi conti resi noti da Eurostat. La Grecia (con dei rendimenti sui suoi titoli di Stato che segnano nuovi record) sfora ampiamente il deficit anche nel 2010, tanto che Berlino per la prima volta ipotizza il default sul debito ellenico ed un consigliere della Merkel parla apertamente della necessità di una ristrutturazione del debito. Eventualità che dalla Banca Centrale Europea qualcuno definisce addirittura peggiore del collasso della Lehman Brothers. In ogni caso, l'eventualità che Atene annunci a breve un allungamento delle scadenze sul suo debito o un taglio dei rimborsi si fa sempre più concreta di ora in ora. In ogni caso, Eurostat fissa al 10.5% il rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo greco per il 2010, abbastanza al di sopra delle stime governative, che invece lo prevedevano al 9.4%. Peggio c'è solo l'abnorme 32.4% dell'Irlanda. Del resto, per Atene è "business as usual" dopo il 12% di deficit del 2009 che ha procurato un'ondata di panico e di violenza nel Paese.
Contromisure? Il governo ...
Non sembra affatto una delle più vive democrazie del mondo quella italiana, tutt'altro. Lo sostiene un'accurata ricerca dell'Università di Zurigo e del Social Science Research Center di Berlino, che hanno messo a punto il Democracy Index, una sorta di "barometro della democrazia", un indice che analizza le trenta democrazie storicamente più avanzate al mondo, almeno in linea teorica. I criteri utilizzati riguardano cento dati empirici con i quali si tenta di "misurare" come nei vari Paesi i cittadini vivono i principi libertà, uguaglianza e controllo sul potere.
La ricerca è stata brillantemente ripresa dal sito Web Spiegel Online International (in inglese) del settimanale tedesco Der Spiegel. L'analisi verte sugli anni che vanno dal 1995 al 2005 e colloca l'Italia al 22° posto. Ovviamente, nell'elenco vi sono tutti gli Stati dell'Europa occidentale. L'Italia è terzultima nel Vecchio Continente, ma "si piazza" meglio di Gran Bretagna e Francia. A determinare il pessimo risultato italiano, la limitata libertà di stampa.
I piani alti della classifica, è comprensibile, sono appannaggio dei Paesi nordici. La Danimarca risulta essere la democrazia più solida, seguita a ruota dalla Finlandia e dal Belgio, dove però l'ingovernabilità sta facendo seri danni alla convivenza civile. Seguono Islanda, Svezia, Norvegia, Canada, Olanda, Lussemburgo ed Usa, mentre la Germania è undicesima (molte donne presenti in Parlamento e netta separazione fra i poteri dello Stato). In basso Inghilterra e Francia, in 26a e 27a posizione. Chiudono la "classifica" la Polonia, il Sudafrica ed il Costarica.
Interessante notare come l'Inghilterra sia considerata una democrazia non solidissima soprattutto a causa del sistema elettorale uninominale maggioritario, che per i ricercatori svizzero-tedeschi «potrebbe alterare il responso della volontà popolare». Stesso discorso per la Francia, che ha un basso numero di partiti in Parlamento sempre a causa del sistema elettorale maggioritario, per quanto a doppio turno.
Mappa del Democracy Index ...
Il Parlamento europeo in seduta plenaria ha finalmente adottato il bilancio generale Ue per l'anno finanziario 2011. Gli europarlamentari, dopo essersi accapigliati per mesi, hanno approvato a larga maggioranza gli importi proposti dalla Commissione nel nuovo progetto di bilancio, presentato il 26 novembre, ossia 141.8 miliardi di euro in stanziamenti d'impegno e 126.5 miliardi in pagamenti.
Nonostante il difficile momento di grave crisi economica globale, i due rami dell'autorità di bilancio europea hanno quindi deciso in maniera si può dire responsabile di trovare un accordo, evitando l'applicazione del regime dei dodicesimi e proponendo, al contempo, un aumento degli impegni di pagamento del 2.91 % rispetto al bilancio 2010.
In effetti, le cifre del nuovo bilancio rispecchiano in toto l'accordo informale che era stato raggiunto durante la Conciliazione, accordo con il quale il Parlamento aveva ottenuto il 100 % degli aumenti sulle linee indicate come prioritarie nel voto della sessione plenaria di ottobre: ricerca, istruzione, gioventù, mobilità, processo di pace in Medio Oriente e Palestina.
Durante i negoziati per il bilancio, il Parlamento aveva anche sollevato anche una serie di questioni politiche inerenti l'implementazione delle disposizioni di bilancio contenute nel Trattato di Lisbona e, in particolare, le norme che prevedono il pieno coinvolgimento del Parlamento nella futura discussione sulla revisione delle prospettive finanziarie.
Dopo un lungo ed acceso negoziato, cominciato il 27 ottobre, la delegazione del Parlamento ha ottenuto un accordo che prevede un impegno delle prossime 4 presidenze di turno (Ungheria, Polonia, Danimarca e Cipro) sul suo coinvolgimento nel prossimo dibattito sul Quadro Finanziario Pluriennale. Resta irrisolta, invece, la questione della mobilitazione del meccanismo di flessibilità sopra lo 0.03 % dell'Rnl a maggioranza qualificata (e non all'unanimità), per finanziare le spese improvvise o le nuove competenze comunitarie riconosciute all'Ue dal Trattato di Lisbona.
Gli Stati membri dell'Unione Europea
Addio della Danimarca al petrolio e agli altri combustibili fossili? Copenhagen intenderebbe raggiungere entro il 2050 la piena indipendenza dai detestati idrocarburi. L'ambizioso obiettivo è stato delineato in un rapporto della Commissione governativa danese sul clima e i suoi mutamenti. «L'esecutivo che guido studierà con attenzione le raccomandazioni del rapporto e presenterà un percorso con una data per liberarci dai combustibili fossili. Un piano per una transizione come questa toccherà ogni settore della società e implicherà scelte molto difficili», ha dichiarato il primo ministro, il liberale Lars Løkke Rasmussen.
Al momento, la Danimarca produce già 3 mila megawatt eolici, in gran parte tramiti impianti offshore, che dovrebbero arrivare a 18 mila nei prossimi 40'anni. Ma come disincentivare l'energia prodotta da combustibili fossili? Semplice, le tasse relative dovrebbero crescere dalle attuale 5 corone danesi (più o meno 0.67 euro al cambio corrente) per gigajoule a 50 entro il 2030.
Ulteriori interventi previsti riguarderanno la costruzione di una capillare rete di punti di ricarica per auto elettriche (sarebbe la prima insieme a quella di Israele), il miglioramento del sistema di distribuzione dell'energia (tramite l'installazione nelle case dei cittadini danesi di contatori "intelligenti" di ultimissima generazione), il potenziamento della produzione di energia solare, geotermica e da biomasse.
Secondo il rapporto della commissione sul clima, l'impresa non è né impossibile, né particolarmente onerosa. La diminuzione dei costi per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, infatti, pare sia vicina. Questo, insieme alla prevedibile crescita dei prezzo del petrolio nel medio-lungo periodo, renderà «sorprendentemente limitato», recita lo studio danese, la spesa complessiva di una conversione dall’attuale modello produttivo ad uno scenario di sostenibilità energetica. Chiaro che anche il senso di responsabilità dei cittadini sarà necessario, essendo pure prevista la limitazione dei consumi come fattore essenziale per il raggiungimento dello scopo ultimo.
Ovviamente, ma il governo danese in merito mantiene il ...
Nell'eterno scontro fra vichinghi e celti la bioarcheologia interviene con una scoperta dal sapore ecumenico: i vichinghi che si stabilirono nel sud della Groenlandia in pieno Medio Evo, per quanto geneticamente scandinavi, avevano nelle vene delle marcate tracce di sangue celtico. L'analisi del dna di un tomba vichinga vicino a una chiesetta vecchia di 1.000 anni nella parte meridionale della Terra Verde ha infatti mostrato che i membri dell'insediamento avevano una forte componente celtica.
Degli archeologi danesi stanno attualmente conducendo il primo approfondito studio mai realizzato sulle colonie vichinghe in Groenlandia, che risalgono all'anno 985 d. C. L'analisi degli scheletri rinvenuti durante gli scavi ha rivelato che il sangue nordico dei coloni è stato mescolato con sangue celtico, probabilmente di gente proveniente dalle isole britanniche.
Si è sempre saputo che i normanni, viaggiando molto, mescolavano il proprio codice genetico con le popolazioni con cui venivano in contatto. Ad esempio, i primi abitanti delle Isole Fær, oggi protettorato danese in pieno Mare del Nord, a metà strada fra le Shetland e l'Islanda, avevano tracce di geni celtici. Ora si ha la prova di ciò anche per quanto riguarda i "settlers" groenlandesi.
Con buona probabilità, tali tracce celtiche provengono prevalentemente da donne irlandesi o scozzesi condotte più a nord al seguito dei guerrieri vichinghi.
In ogni caso, evidenziano gli archeologi, da un punto di vista culturale, gli insediamenti in Groenlandia risultano essere assolutamente scandinavi.
[caption id="attachment_8849" align="aligncenter" width="466" caption="Mappa dei raid vichingi in Irlanda nell'alto Medio Evo"][/caption]
Non esistono più le squadre cuscinetto. Cominciamo con una banalità qualunquista oltremodo evidente queste note (più o meno) geopolitiche sul campionato mondiale di calcio ospitato dal Sud Africa. In un football come quello odierno, iperatletico, con giocatori che 20-30'anni fa avrebbero potuto calcare le pedane del body building, i valori sono molto livellati. Anche “grazie” ad allenatori che non convocherebbero Pelè o Maradona. Per convinzione tattica e fors'anche per l'umano desiderio di dimostrare a tutti la validità del proprio personale modello. Dunga, ad esempio, in carriera roccioso e ringhioso mediano-centrocampista, vorrebbe in campo per il Brasile 10 mediani su 11 stile Oriali, rimpiangendo l'esigenza di schierare per forza un portiere. Figura mitica del calcio Lele Oriali, ma forse più di 2 per squadra con le sue caratteristiche no, proprio non occorre averli ...
In questi giorni nessuna delle cosiddette grandi sta brillando, anzi molte arrancano e sono già con un piede fuori dalla competizione. È il caso della Francia (immeritatamente presente al mondiale al posto della “scippata” Irlanda”), della Spagna (una squadra senza spina dorsale ottima da iscrivere ad un campionato femminile, specchio fedele della crisi del Paese, vicino ad una quasi bancarotta stile Grecia) e dell'Inghilterra.
Prima dei due squallidi pareggi con la sorpresa Stati Uniti (del resto, su 300 milioni di abitanti 11 in grado di giocare bene a calcio prima o poi era chiaro che si sarebbero incontrati) e l'Algeria, l'Inghilterra era una candidata alla vittoria, tanto che personalmente vagheggiavo l'idea di una finale dalla grande valenza storica, Olanda-Inghilterra, riedizione, sempre in terra sudafricana, dello scontro anglo-boero. Ma la squadra dell'antipatico Fabio Capello (andrà via di notte anche da Londra dopo averlo fatto da Roma e Torino?) è oggettivamente leggera, con una vera star e qualche stellina (Wayne Rooney, Frank Lampard e Steven Gerrard) in campo e molti comprimari ...
A scoppio ritardato (come sempre tutto arriva in Sicilia a dorso di mulo, anche le polemiche), ieri sera sono stato coinvolto in una simpatica disputa verbale sulla ricerca, pubblicata ormai oltre un mese fa, del docente britannico Richard Lynn sulla presunta minore intelligenza dei meridionali d'Italia rispetto ai settentrionali. Punto sul vivo (quello dell'inferiorità del mondo meridiano è un mio cavallo di battaglia, quindi ...), butto qui per iscritto alcune considerazioni che ieri facevo a voce. Si valuti come siano in qualche modo risposte a precise obiezioni verbali di alcuni amici.
Non per difendere sempre a spada tratta la categoria dei giornalisti, ma che lo studio (molto pseudo) di Richard Lynn sia un'accozzaglia di sciocchezze è un dato certo che il Corriere della Sera, che per primo ne ha dato notizia sulla stampa italiana, non ha certo mancato di evidenziare. Che poi il metodo lombrosiano avesse fatto il suo tempo tre minuti dopo essere uscito dalla testa dell'ideatore è assodato (anche se a vedere certe foto sui giornali - di camorristi, di leghisti, di "tronisti" vari - vien quasi da rivalutarlo in fretta e furia), ma certo le provocazioni (e quella di Lynn lo è, almeno spero ...) servono per spingere a ragionare e quindi ben vengano sempre.
Chi mi legge sa che io non amo nulla che s(t)ia sotto la Danimarca, Germania compresa, mondo anglosassone compreso. Quindi la prima obiezione che dal mio punto di vista "polare", per così dire, verrebbe da fare è che un inglese che per di più di cognome fa Lynn (quindi di chiare ascendenze gallesi) ha ben poco da (stra)parlare di meridionali, non essendo di certo lui stesso un iperboreo.
Detto questo, siamo poi così sicuri che non vi sia un residuale, remotissimo fondo di ratio in quanto (malamente) sostenuto da Lynn?!?
L'idea che vi siano popoli più ...
Con un prevedibile 93.2% dei voti questo week end gli islandesi hanno detto "no" al rimborso a Gran Bretagna e Olanda dei debiti dalla banca di Reykjavik Icesave, travolta dalla crisi globale sul finire del 2008. La cifra non è da poco, soprattutto considerando che la popolazione dell'Isola è di circa 280mila abitanti: 3.8 miliardi di euro persi da chi aveva un conto con la banca online del gruppo Landsbanki, il secondo più importante dell’Islanda prima della catastrofe finanziaria scatenata nel mondo dal crollo di Lehman Brothers.
Londra e Den Haag hanno già provveduto al risarcimento dei propri cittadini e ora chiedono a Reykjavik di essere rimborsati. Addirittura, un agreement del 2009 tra i rispettivi governi aveva stabilito le modalità precise del pagamento, previsto in rate da saldare entro il 2024 e il parlamento islandese (il mitico Althing, fondato nel 930 e a ragione ritenuto il più antico al mondo) aveva approvato un progetto di legge in merito. Ma il presidente Olafur Ragnar Grimsson, spinto dalla volontà popolare, ha (giustamente!) rifiutato di promulgarlo.
Con il referendum gli islandesi hanno chiarito una cosa fondamentale: ritengono sommamente ingiusto il pagamento pubblico dei debiti di una banca privata e sperano che proseguendo nei negoziati si possa giungere ad un accordo più favorevole con Gran Bretagna e Olanda. Secondo Grimsson, che nei convulsi giorni del crac ha rischiato di morire per un infarto, si deve lavorare per un accordo equo, ossia il pagamento della sola quota di garanzia sui depositi, come previsto dalla legislazione internazionale.
Ma il referendum/plebiscito è stato anche l'occasione per gli islandesi, il cui reddito dal 2007 è crollato del 30%, di urlare la propria rabbia sia contro il sistema bancario, nazionale ed estero, che contro la propria classe politica, i reali responsabili della pesante situazione.
Dopo le dimissioni del pessimo premier Geir Haarde, un ...
Come si sa, la salvaguardia del clima è un tema di immenso interesse, al centro delle discussioni politico-scientifiche più accese. Per fare il punto della situazione sul Polo Nord si è recentemente tenuta a Roma la conferenza "Artico, verso il futuro", svoltasi presso l’Ambasciata del Canada ed organizzata da quest’ultima insieme con le Ambasciate di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia.
Alla conferenza hanno partecipato gli ambasciatori dei Paesi coinvolti (il canadese James Fox, il finlandese Pauli Antero Makela, il norvegese Einar M. Bull, lo svedese Anders Bjunner e il danese Gunnar Ortann) e Giuseppe Cavarretta, scienziato italiano direttore del Dipartimento terra e ambiente (Dta) del Cnr.
Tra gli argomenti affrontati nell'incontro, in primo piano vi è stato lo sviluppo economico e sociale delle comunità artiche, ma anche lo sviluppo energetico e l'impatto e le sfide del cambiamento climatico al Polo Nord, valutati alla luce dei dati emersi dal rapporto del 2004 dell'Acia (Artic Climate Impact Assessment), secondo il quale tra i Paesi dell'intero pianeta proprio quelli artici stanno assistendo più rapidamente al cambiamento del clima, innanzitutto con lo scioglimento dei ghiacci.
Se il Canada, per bocca del suo ambasciatore, ha sottolineato l'impegno a garantire lo sviluppo sostenibile nell'area, anche l’Italia, dal canto suo, ha evidenziato il proprio contributo. Cavarretta ha spiegato come il Consiglio Nazionale delle Ricerche stia dando il suo «apporto allo sforzo internazionale diretto alla comprensione dei processi che controllano i cambiamenti climatici e l’inquinamento in Artico, con l’entrata in funzione della torre Amundsen-Nobile, da noi costruita, per l’osservazione degli scambi di energia tra l’atmosfera e il suolo, con un nuovo sistema di boe posizionate nel Kongs Fjord, con attività riguardanti l’inquinamento da composti azotati e da particolato atmosferico, nonché con studi degli impatti sulla biodiversità».
[caption id="attachment_6920" align="aligncenter" width="234" caption="L'Amundsen-Nobile Climate Change Tower del Polo Nord"][/caption]
Da anni la Groenlandia, provincia autonoma danese, scalpita per avere l'indipendenza da Copenaghen e divenire un vero e proprio Stato. Raggiunta qualche mese fa la piena autonomia tramite un referendum, l'autogoverno di Godthåb (o Nuuk, in lingua inuit) ha deciso di autorizzare l'estrazione dell'uranio presente nel sottosuolo dell'Isola di Ghiaccio, nonché, ovvio, il suo sfruttamente economico, cosa che il governo centrale danese aveva sempre vietato.
La prima licenza estrattiva (per delle indagini in una zona di 82 chilometri quadrati) è andata alla compagnia australiana Greenland Minerals Energy (Gme), che opererà a Narsaq, nel sud dell'isola. La Gme, presieduta da Hans Kristian Schønwandt, stima che nell'area che sonderà potrebbero essere celati più di 85 mila tonnellate di uranio (ovvero oltre il doppio di quanto nei primi anni '80 aveva ipotizzato l'Agenzia danese per l'energia atomica).
Com'è comprensibile, le associazioni ambientaliste sono assai preoccupate. L'estrazione dell'uranio, infatti, potrebbe aggravare le condizioni dei ghiacciai groenlandesi, che, secondo alcuni dati forniti dai satelliti della Nasa, rappresentano il 50% circa di tutti i ghiacciai del pianeta scioltisi negli ultimi 5 anni.
Mappa della Groenlandia