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Contro i rischi della finanza globale, vera responsabile della lunga crisi in corso dal settembre 2008, potrebbe arrivare un indice di valutazione dell'importanza dei "nodi" della rete che collega fra loro le innumerevoli istituzioni per comprendere in anticipo quali di essi, in caso di default, potrebbero innescare una crisi del sistema nel suo complesso. Denominato DebtRank, è davvero il primo esempio di una metodologia, certo perfettibile, in grado di stabilire quali siano i nodi sistemici di maggior peso in una rete di dimensioni ormai ciclopiche.
Facciamo un esempio pratico. I gravi problemi di Stati come Grecia (Paese medio-piccolo sotto il profilo economico) o Spagna (Paese medio) hanno messo a repentaglio un colosso come l’Unione europea, rischiando altresì di estendere gli effetti nefasti del crollo al resto del pianeta. È ciò che si intende per rischio sistemico, strettamente connesso alla fittissima rete di esposizioni che da decenni ormai collega in maniera inestricabile (o, comunque, ben difficilmente, districabile) le migliaiai di istituzioni finanziarie publiche e private operanti nel mondo.
Uno studio congiunto del Politecnico di Zurigo e dell’Istituto per i sistemi complessi del Cnr di Roma, presentato sulle pagine di Nature Scientific Reports, avanza ora l'ipotesi di un indice in grado di effettuare una valutazione sul rischio sistemico della finanza globale. DebtRank l'hanno chiamato. Fondamentale l'individuazione di quelle istituzioni finanziarie «sistemicamente importanti», vale a dire quelle «troppo centrali per fallire», che potrebbero innescare un default (appunto) sistemico.
«Per elaborare il nuovo indice», si legge nello studio, «i ricercatori hanno fatto riferimento a una grande mole di dati, ivi compresi quelli (fino a poco tempo fa gelosamente tenuti riservati) delle istituzioni private e degli stati degli Usa che nel periodo marzo 2008 - marzo 2010, quello più acuto per la gli equilibri finanziari statunitensi, hanno ricevuto aiuti da parte della Us Federal Reserve Bank (Fed) attraverso programmi ...
Nel mentre gli spagnoli del movimento spontaneo degli indignados manifestano con pacifica fermezza la loro opposizione al governo post socialista in carica, le urne sono aperte per le elezioni amministrative, di fatto un referendum sul riformismo di Zapatero. Un riformismo che, al pari di quello di opposto segno politico del predecessore José Maria Aznar, dopo un iniziale periodo di propulsione dell'economia, ha prodotto solo macerie finanziarie e disoccupazione.
In Spagna oggi la gente è disperata. Non c'è lavoro per nessuno e del cosiddetto miracolo economico degli anni scorsi rimangono solo, grazie a Dio, le ottime infrastrutture che Aznar ha voluto e che Zapatero in qualche modo ha continuato a realizzare. Null'altro. Pil in discesa, occupazione in crollo e venti di default ,certo meno tumultuosi di quelli che hanno squassato Grecia, Irlanda e Portogallo ma pur insistenti.
Insomma, venuti al pettine taluni nodi, per non dire taluni limiti strutturali del Paese, Aznar e Zapatero si sono rivelati l'ovvio bluff che gli osservatori più accorti avevano compreso da subito. Sulla loro lunga esperienza di governo (il primo del popolare Aznar cominciò nel maggio del 1996) c'è solo da chiedersi se siano più vuoti loro in sé o il riformismo che hanno orgogliosamente incarnato ognuno per due legislature.
José Maria Aznar e José Luis Rodríguez Zapatero
Davvero un brutto risveglio dopo le vacanze pasquali per i governanti europei, alle prese con dei nuovi dati che fanno tremare. Rispetto al suo Prodotto interno lordo, il deficit pubblico di Atene nel 2010 è salito al 10.5%, sforando di un buon 1.1% le stime del governo ellenico che lo davano al 9.4%. La rilevazione è di Eurostat, l'ufficio statistico europeo, che ha pubblicato la prima notifica dei dati sul deficit e sul debito dei Paesi Ue per l'anno scorso. Tracollo per l'Irlanda, al -32.4%, mentre il Portogallo è al quinto posto con -9.1%. I Paesi più virtuosi sono tutti in Nord Europa: il Lussemburgo, con un deficit tenuto splendidamente sotto controllo all'1.7% del Pil, la Finlandia, con un rapporto al 2.5%, e la Danimarca, al 2.7%.
Ma andiamo più nel dettaglio in questi conti resi noti da Eurostat. La Grecia (con dei rendimenti sui suoi titoli di Stato che segnano nuovi record) sfora ampiamente il deficit anche nel 2010, tanto che Berlino per la prima volta ipotizza il default sul debito ellenico ed un consigliere della Merkel parla apertamente della necessità di una ristrutturazione del debito. Eventualità che dalla Banca Centrale Europea qualcuno definisce addirittura peggiore del collasso della Lehman Brothers. In ogni caso, l'eventualità che Atene annunci a breve un allungamento delle scadenze sul suo debito o un taglio dei rimborsi si fa sempre più concreta di ora in ora. In ogni caso, Eurostat fissa al 10.5% il rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo greco per il 2010, abbastanza al di sopra delle stime governative, che invece lo prevedevano al 9.4%. Peggio c'è solo l'abnorme 32.4% dell'Irlanda. Del resto, per Atene è "business as usual" dopo il 12% di deficit del 2009 che ha procurato un'ondata di panico e di violenza nel Paese.
Contromisure? Il governo ...
Quanto il possibile default della Grecia sia potenzialmente devastante per l'economia globale lo dice con brutale chiarezza la telefonata del presidente statunitense Barack Obama alla cancelliera tedesca Angela Merkel per esortarla a sostenere Atene.
In un mondo che da un punto di vista finanziario è ormai una sorta di organismo monocellulare, il crac di un intero Paese occidentale fa davvero paura, tanto da far agitare il capo della potenza egemone del pianeta. Insomma, assodata la veridicità della teoria dell'effetto farfalla, in economia si inizia a temere l'effetto ippopotamo ...
[caption id="attachment_8299" align="aligncenter" width="329" caption="Chet Phillips, "Butterfly Effect""][/caption]
L'annunciato default greco, a prescindere dalle responsabilità di chi negli anni ha governato ad Atene, sta ad indicare, se mai ve ne fosse stato bisogno, quanto sia soffocante l'orizzonte economicistico che si è scelto per creare l'unità europea. Una unità che si è voluta prima monetaria che politica, con il bel risultato di questi giorni: opinioni in libertà da parte di tutti i premier dei Paesi membri, ogni riunione per affrontare il problema Grecia finita in una bolla di sapone, le borse del continente che bruciano 160 miliardi di euro in un giorno ed i problemi della gente lasciati senza nemmeno una ipotesi di risoluzione.
Con il senno di poi, bene, anzi benissimo, hanno fatto Copenhagen, Londra e Stoccolma a non aver aderito all'euro, pur avendo i necessari parametri in regola. Hanno visto lungo, hanno visto giusto. Perché finora la moneta unica è servita (quasi) solamente a massacrare il potere d'acquisto dei cittadini, che nel 2002/2003 hanno avuto l'esistenza aggredita da una inflazione degna di un periodo bellico.
Per carità, è chiaro che senza l'euro la crisi globale esplosa nel settembre del 2008 avrebbe avuto effetti ben più gravi per un Paese come l'Italia. Com'è chiaro che oggi come oggi sarebbe una follia (peraltro tecnicamente quasi impossibile) tornare alle passate valute nazionali. Ma la pessima gestione del caso greco è un drammatico campanello d'allarme per tutto il sistema Ue.
Almeno da un punto di vista politico, sia chiaro, il fallimento di Atene non sarà solo suo, ma sarà il fallimento di tutta l'Europa neoliberista. Insomma, Junk Hellas, ok ... Ma anche Junk Europe ... Senza sconti per nessuno ...
Senza ombra di dubbio, la notizia più importante della settimana che va a chiudersi è la dichiarazione di (temporanea? quanto temporanea?) insolvenza da parte di Dubai World, la holding statale degli Emirati Arabi Uniti che si occupa prevalentemente di immobili.
In merito, ho il timore che i politici ed i media occidentali non abbiano ben compreso la portata di quanto dichiarato dagli emiri. La notizia, infatti, non ha avuto a mio avviso la eco che meritava, ma di per sé credo annunci un evento catastrofico ben più rilevante del crac di Lehman Brothers del settembre 2008, all'origine della crisi globale corrente.
Perché, se è vero, come ha recentemente dichiarato Paolo Panerai, uno che di economia se ne intende anche più di tanti ministri, che «le crisi hanno il vantaggio di fare giustizia sul mercato e di creare efficienze», è anche vero che uno stato di tensione dei mercati e del ceto produttivo mondiale che si dovesse protrarre per anni inevitabilmente andrebbe a delineare la fine del sistema economico-finanziario impostosi con l'avvento dell'era Thatcher-Reagan e del relativo impianto di pensiero (non che l'ipotesi non sia per me auspicabile, intendiamoci, ma avrebbe comunque contraccolpi dolorosi per tutti, da valutare e temere).
Occorre quindi individuare, anche nelle analisi da proporre a lettori e telespettatori, una via di mezzo fra il pessimismo catastrofista e l'eccessivo ottimismo. Perché il caso Dubai dimostra ampiamente come nessuno oggi sia al riparo dal default, come nessuno oggi possa dirsi esente dal rischio di essere spazzato via in poche ore dalla scena internazionale. Con le relative pesanti conseguenze sulla vita della gente normale che ciò comporta.
Altra vicenda su cui riflettere è quella degli "imbucati" ad un party della Casa Bianca martedì scorso. Si può minimizzare e si può affermare che i due coniugi che qualche sera fa hanno partecipato al ricevimento degli ...
L'economista turco (ma di fatto ormai americano) Nouriel Roubini, docente alla New York University, aveva appena finito di dire qualche giorno fa che il peggio della crisi economica iniziata a settembre 2008 ancora sarebbe dovuto venire che ecco servita la ferale notizia del quasi default di Dubai, la città simbolo di quello sviluppo finanziario che fino a qualche tempo fa ingenuamente si era ritenuto senza limiti.
La holding statale Dubai World oggi ha terrorizzato il mercato azionario mondiale. Cuore finanziario dell'Emirato, la Dubai World controlla il mercato immobiliare, quello della finanza e quello dell'energia. Ebbene, raggiunti i 59 miliardi di dollari di passività (ovvero il 70% del debito statale complessivo) ha chiesto ai creditori una moratoria di sei mesi sulle rate da versare, pessimo segnale, prodromico di un default dichiarato.
La mossa, è comprensibile, ha avuto subito un effetto devastante sui mercati finanziari, timorosi del coinvolgimento di alcune grandi banche esposte al debito dell'Emirato, tra cui anche numerosi istituti europei.
Le prime stime parlavano di circa 40 miliardi di perdite ed a poco è servito l'intervento del governo arabo con la per nulla convinta dichiarazione sulla «durevolezza» dell'economia di Dubai, considerato come alla fine della giornata borsistica in Europa fossero stati bruciati circa 159 miliardi di euro di capitalizzazione.
Gli Emirati Arabi Uniti non erano stati scossi troppo violentemente all'inizio della crisi economica corrente, durante i giorni della scomparsa di Lehman Brothers per intenderci. Ma nei mesi successivi, diciamo dalla primavera del 2009, qualche sinistro scricchiolio lo hanno emesso e solo gli ottimisti ad oltranza non hanno voluto capire gli inequivocabili segnali che la futuristica città inviava agli investitori. Perché che scoppi una bolla immobiliare proprio in una metropoli che ha fatto del suo sviluppo fisico il cavallo di battaglia, nonché il biglietto di presentazione al mondo è il peggiore dei segnali. Come se ...