Tutti gli articoli su Egitto

“Innocence of Muslims”, una boiata pazzesca

Scritto da: il 13.09.12 — 1 Commento
Premesso che ormai è chiaro come il sole che i disordini di giorno 11 in Libia ed Egitto sono stati dei veri e propri attentati terroristici e per nulla delle proteste di piazza, sono andato a visionare il cortometraggio Innocence of Muslims che, secondo errate ricostruzione della prima ora, sarebbe stato alla base dei sommovimenti di due giorni fa a Bengasi e al Cairo, sommovimenti così bene organizzati (con tanto di lanciarazzi!), da far pensare ad un progetto a lungo studiato proprio per assassinare l'ambasciatore americano in Libia, John Stevens. Bene, credevo si trattasse del trailer di un film un minimo serio, mentre è un inguardabile sketch di poco più di 5 minuti, ideato e realizzato con il palese scopo di offendere i credenti musulmani tramite una banalissima parodia del Profeta Mohammed (in italiano tradizionalmente tradotto con Maometto, da "mal commetto"). Una porcheria indegna, recitata da cani, messa su in maniera sommamente dilettantesca. Il punto della questione è però un altro. Se un sottoprodotto del genere fosse stato realizzato su Gesù Cristo, sul patriarca Abramo o su Buddha, cristiani, ebrei e buddisti in generale si sarebbero fatti quattro belle risate, sommergendo di fischi gli autori. Per buona parte degli islamici, però, ciò non accade, e la loro reazione all'irriverenza nei confronti del proprio credo è spesso incontrollabilmente violenta. Inammissibile portato dei 600 e passa anni di evoluzione che separano la civiltà cristiana da quella islamica (quella ebraica è "over quota", essendo vecchia di oltre 7.000 anni). Il tutto, coniugato alla sconvolgente miopia geopolitica dell'amministrazione Obama nel "seguire" le vicende delle cosiddette Primavere arabe, ci consegna un mix esplosivo di rara violenza. Proprio quando l'Iran degli ayatollah è ad un passo dall'ottenere la bomba atomica. Chi può (ossia Israele). Intervenga. E in fretta anche. [caption id="attachment_12255" align="aligncenter" width="300"] John Stevens[/caption]

E per ultimo votò Kant

Scritto da: il 05.03.12 — 0 Commenti
L'ultimo seggio della Federazione a chiudere è stato a Kaliningrad, exclave russa tra Polonia e Lituania, un tempo territorio prussiano noto con il glorioso nome di Königsberg, città natale di Immanuel Kant. Ma l'impressione generale che si ha di queste elezioni presidenziali è che nessun voto, come pure la somma di tutti, avrebbe potuto cambiare un risultato finale scritto da tempo. Vladmir Putin, ex spia del Kgb, è di nuovo presidente del grande Paese che comanda di fatto senza soluzione di continuità dall'agosto del 1999. La percentuale avuta in sé non è altisisma: 63.75% dei voti con un'affluenza del 65.3% su un totale di 110 milioni di aventi diritto. Nel 2004 Putin aveva conquistato il 71.3% dei voti, quindi i suoi consensi sono in calo. Nessun competitor è però riuscito a fare più dell'ordinaria amministrazione. Il candidato comunista Ghennadi Zyganov è arrivato secondo con il 17.1%. Terzo posto per il miliardario Mikhail Prokhorov al (6.9%), giunto davanti all'ultranazionalista Vladimir Zhirinovski (6.7%). I brogli da più parti paventati magari ci saranno stati davvero. Ma l'opposizione allo "zar" fin qui è stata troppo frammentata e - tranne Zyganov -  palesemente inadeguata per poterlo minimamente impensierire. Vediamo a questo punto come proseguirà la protesta di piazza, ma è ovvio che la Russia non è l'Egitto. E Putin non è Mubarak. [caption id="attachment_11769" align="aligncenter" width="228" caption="Vladmir Putin"][/caption]

Geopolitica dell’immediato

Scritto da: il 19.12.11 — 0 Commenti
Secondo alcuni esperti di vicende internazionali il futuro del mondo si giocherebbe nel Mediterraneo, soprattutto dopo la stagione delle cosiddette “Primavere arabe”, le rapide rivoluzioni che hanno abbattuto i regimi autoritari ancora al potere appena un anno fa in una vasta area del Maghreb e del Medio Oriente. Tale tesi sarebbe condivisibile qualora si desse per certo il destino “qaedista” di Tunisia, Egitto e Libia (altrove i “giochi” sono lungi dall’essere chiusi e quindi è meglio tenere per ora fuori dai nostri ragionamenti Yemen, Bahrein e soprattutto Siria). Un fenomeno come al-Qaeda è infatti così devastante per gli equilibri globali che la sua affermazione nel Mediterraneo trasformerebbe il Mare Nostrum nello scenario geopolitico più delicato del pianeta, anche più del Centro Asia atomico. Fortunatamente però, nonostante la sostituzione avvenuta di regimi dittatoriali sì ma laici e “socialisteggianti” con democrazie a governo islamico, ancora non è detta l’ultima parola sul futuro di medio termine dei Paesi “liberati”. Sarà un futuro islamista oltre che islamico? E lo sarà in maniera radicale? Le differenze e le sfumature sono sempre da valutare con attenzione in questi casi. I partiti islamici che hanno appena vinto le elezioni potrebbero anche rivelarsi più simili alla nostra vecchia Democrazia Cristiana che al modello talebano. Vero è che in Tunisia e Libia già di parla apertamente di introduzione della sharia, ma la tendenza potrebbe anche rientrare. Ipotesi non solidissima, ma nemmeno da scartare a priori. Nel frattempo, nonostante l’estrema attenzione mediatica sulla situazione mediterranea, nell’immediato il baricentro del mondo è ancora saldamente il Nord del pianeta. Un libro recente, 2050 di Laurence Smith (Einaudi) fornisce dati spietati sulla supremazia economica della zona artica. Che addirittura aumenterà nei prossimi 40’anni, relegando l’area sudeuropea e nordafricana ad un ruolo di marginalità e povertà. Magari verrà un giorno in cui il peso del Mediterraneo nel ...

L’Occidente rischia di morire con Gheddafi

Scritto da: il 21.10.11 — 4 Commenti
Abbiamo consegnato un dittatore laico e socialista a gente che lo ha linciato al grido di Allah Akbar. Ho visto e rivisto più volte il video degli ultimi istanti dell'ex uomo forte libico. Non conosco l'arabo, ma l'urlo religioso più volte levatosi dalla folla di chi lo stava percuotendo e uccidendo mi pare sia chiaro. Video terribile, per stomaci forti, che circola on line con appena una blanda avvertenza inserita all'inizio. Per carità, non ne faccio una questione di corpo violato et similia. In genere, quando ad essere violato è il corpo di un dittatore questi è già morto, mentre, il più delle volte, le sue vittime il corpo lo hanno profanato da vive. Il che mi pare sia ben peggio. Ciò su cui però avverto il dovere di insistere è una mia sensazione personale: in Libia, in Tunisia, in Egitto e negli altri Paesi della cosiddetta Primavera araba, dopo un timido inizio democratico trionferà l'islamismo. Anche radicale. Non mancano gli elementi di allarme in tal direzione. E così, la morte di Gheddafi rischia di divenire la morte dell'Occidente. Perché nel Maghreb una cintura di Repubbliche islamiche dove finora vi sono stati Paesi dittatoriali ma laici è un pericolo immane. Di cui nessuno oggi pare però rendersi ben conto nelle cancellerie europee. Chissà se Berlusconi avesse presente il vero ruolo storico di Gheddafi il giorno di quel suo ridicolo "baciamo le mani" ... [caption id="attachment_11241" align="aligncenter" width="300" caption="Sirte: vertice della Lega Araba, 27 marzo 2010, il premier italiano Berlusconi bacia le mani all'allora leader libico Gheddafi"][/caption]

In Egitto l’Esercito fa un massacro di copti: con Mubarak non sarebbe mai accaduto

Scritto da: il 10.10.11 — 2 Commenti
Sono 24 le persone morte negli scontri con l'Esercito scoppiati ieri sera in centro al Cairo, durante una manifestazione di cristiani copti. I feriti sono oltre 200, molti in gravi condizioni.  Migliaia di cristiani copti erano scesi in piazza per protestare contro l'attacco terrorista ad una chiesa nella provincia di Assuan. Gli scontri sarebbero scoppiati dopo che un gruppo di manifestanti avrebbe lanciato pietre contro i militari schierati davanti alla televisione di Stato. I cristiani copti in Egitto sono circa 8 milioni. Di fatto il 10% della popolazione complessiva (ma stime non ufficiali parlano di una percentuale anche doppia). Dopo la caduta del regime laico di Mubarak si sentono assediati e temono per la propria sopravvivenza. Neanche a dire che quello che è accaduto ieri sotto Mubarak sarebbe stato semplicemente impensabile. La minoranza copta, infatti, è sempre stata difesa da Sadat e dal suo successore. Il timore, ovviamente, è che i morti di ieri non siano che l'inizio di una lunga serie. La Primavera araba comincia a puzzare di islamismo ...

Enigma alawita e paradosso siriano

Scritto da: il 04.08.11 — 0 Commenti
Il particolare magari è sconosciuto ai più, ma il regime siriano che alcuni, probabilmente non a torto, ritengono faccia parte a pieno titolo del cosiddetto “Asse del Male”, del tutto islamico islamico non è, quanto meno non in senso ortodosso. A prescindere dal fatto che Damasco è da decenni retta da una élite baathista almeno formalmente laica, il dato sorprendente è come di tale élite facciano parte molti alawiti, in un numero che proporzionalmente è davvero assai alto. Ma chi sono gli alawiti (o alauiti che dir si voglia)? Storicamente, essi rappresentano un gruppo religioso mediorientale (null’altro che una setta per i mussulmani sunniti) diffuso principalmente in Siria. Bashar al-Assad, l’attuale presidente siriano, è un alawita, come, ovviamente, il padre Hafez al-Assad, nonché molti membri della nomenklatura siriana, una vera e propria lobby che da decenni ormai detiene il potere nel Paese mediorientale. A lungo gli alawiti sono stati chiamati nusairi, namiriya o ansariyya, ma col il passare del tempo, nusairi è divenuto un termine spregiativo ed ormai essi preferiscono essere chiamati alawi (termine ufficialmente riconosciuto dai francesi quando nel 1920 occuparono la regione), soprattutto per sottolineare il legame con Ali, il cugino-cognato del Profeta Mohammad la cui figura è alla base dello scisma sciita. L'origine della setta è da sempre oggetto di aspre divergenze d’opinione fra gli esperti. Secondo talune fonti, essi erano in origine dei nusayri, un gruppo scismatico degli sciiti duodecimani (IX secolo), ma gli alawiti fanno risalire le loro origini all'undicesimo imam sciita Hasan al-Askari (m. 873) ed al suo braccio destro Ibn Nusayr (m. 868). In realtà, pare che la setta sia stata organizzata in un secondo momento da un seguace di Ibn Nusayr, tale al-Khasibi, morto ad Aleppo intorno al 969. Un nipote di al-Khasibi, al-Tabarani, si sarebbe trasferito a Latakia, sulla costa siriana, e lì avrebbe ...

Ormai è la rivoluzione globale del Medio Oriente

Scritto da: il 21.02.11 — 2 Commenti
L'effetto domino ormai è innescato. Tunisia, Algeria, Egitto, Giordania, Yemen, Bahrein, Libia, Marocco sono in fiamme. Con un regime change già avvenuto a Tunisi, al Cairo e (parrebbe anche) a Tripoli. Ora tutto sta a capire se le rivolte in corso in Maghreb e un poco oltre riusciranno a raggiungere la massa critica per divenire la rivoluzione globale di tutto il Medio Oriente. Altra cosa da comprendere è se il post Ben Ali, il post Mubarak, il post Gheddafi sarà semplicemente gestito da militari laici o se diverrà nel medio-breve periodo l'anticamera di regimi integralisti. Perché quel che gli osservatori occidentali stanno faticando a capire è che, per quanto oggi ai margini delle proteste (condotte  prevalentemente da giovani disoccupati alla disperazione), gli islamisti non tarderanno ad avere un ruolo di rilievo nella ricostruzione dei vari Paesi coinvolti nell'"incendio sociale" oggi in atto. Il rischio è che entro qualche anno l'intero Medio Oriente sia una incubatrice di violenza antioccidentale ed antisraeliana. Lo si consideri bene nelle varie cancellerie europee ed americane.

È ormai inestinguibile l’incendio del deserto egiziano, la sola speranza è el-Baradei

Scritto da: il 29.01.11 — 2 Commenti
La crisi in corso in Egitto pare essere ormai di difficile contenimento, anzi, si complica sempre più ad ogni ora che passa. Quello che meno di un mese fa, partito da Algeria e Tunisia, sembrava un fuoco di paglia si è invece trasformato in un incendio inestinguibile, che sta ardendo anche il deserto egiziano, minacciando il "faraone" Hosni Mubarak, ovvero l'incarnazione di un tipo di potere così radicato che si riteneva immune da rivolte. Ecco, se una cosa sta accadendo nelle strade egiziane è il definitivo superamento di un paradigma che sembrava inconfutabile, quello sull'inattaccabilità delle dittature soft mediorientali. Ed invece l'Algeria è in rivolta, Ben Ali  in Tunisia è dovuto fuggire, e Mubarak in Egitto è in difficoltà serissime. E come se tutto ciò non bastasse, l'effetto domino, inevitabile in questi casi, sta per giungere in Giordania, nello Yemen e in chissà quali altri Paesi. I cosiddetti "food riot", le rivolte per il cibo, sono quindi riuscite a scardinate equilibri di potere decennali. La gente non ne può più della corruzione endemica del Medio Oriente. La gente è alla fame. E si ribella. Certo, finora gli scontri sono stati nel segno delle - peraltro comprensibilissime - richieste di riforme che possano garantire sviluppo economico ed occupazione. Ma, soprattutto in Egitto, che garanzie vi sono che gli integralisti islamici non prendano il sopravvento sui manifestanti "comuni", per così dire?  I Fratelli Musulmani - dalle cui fila, ad esempio, proviene Ayman al-Zawihiri, numero due di al-Qaeda -  sono stati tenuti sotto controllo nei decenni da Sadat prima e da Mubarak poi. Se dovesse ora cadere il fedele alleato di Washington che ruolo riuscirebbero a ritagliarsi nel nuovo corso egiziano? Certo di rilievo, c'è da scommetterci. All'Occidente non resta quindi che puntare tutto sul Mohammad el-Baradei, ex responsabile dell'Aiea, premio Nobel per la Pace, da qualche ...

Nota sabatina/1

Scritto da: il 21.11.09 — 6 Commenti
Care lettrici, cari lettori. Da oggi vi proporrò ogni sabato alcune considerazioni di fine settimana su quanto di rilevante accaduto nei giorni appena trascorsi. Non si tratterà quindi di una analisi unica su di un singolo argomento, ma di tante micro-analisi su singoli fatti. Cominciamo con il dire che mercoledì 18 ha rappresentato il secondo anniversario della giornata del predellino, quando Silvio Berlusconi, nel 2007, lanciò l'idea del partito unico del centrodestra. Una idea assolutamente innovativa 733 giorni fa, ma che forse comincia già a mostrare qualche ruga, per non dire qualche crepa. Del resto, oggi, nel mondo ultraveloce in cui viviamo le idee, anche le migliori, e soprattutto le idee politiche, invecchiano in fretta. A questo aggiungiamo anche che il Pdl è di fatto un'incompiuta. Un reale progetto di partito unico del centrodestra avrebbe dovuto inglobare necessariamente Udc e Lega Nord, che invece si sono ben guardati dall'aderirvi. Insomma, due anni e già i primi problemi si intravedono. Urge pensare qualcos'altro di ancora più innovativo. Vi è poi stata la privatizzazione degli acquedotti italiani, che ha imposto una virata ultraliberista ad un governo che alterna tratti populisti a tratti selvaggiamente thatcheriani. Una sorta di "disturbo bipolare" da cui la politica italiana fatica proprio a guarire. Sempre in Italia, è virato improvvisamente verso il giallo (orrido) il caso Marrazzo, con l'assassinio ieri notte della trans Brenda, che gli omofobi vari continuano a declinare al maschile non rispettandone le scelte neanche da morta. Che vi fosse tanto marcio nella vicenda era già chiaro, ma a questo punto mi viene da dire che molto ancora deve saltare fuori. Perché è evidente che la "lista" dei clienti importanti delle transessuali che si prostituiscono a Roma è lunga e non si esaurisce con il solo ex presidente della Regione Lazio. Andando all'estero, la settimana è stata contrassegnata dalla designazione di ...

«È il momento di un nuovo inizio»: il discorso di Obama al Cairo

Scritto da: il 05.06.09 — 0 Commenti
Sono onorato di essere nell'antichis­sima città del Cairo, ospite di due illu­stri istituzioni. Da circa mille anni al-Azhar rappresenta un faro di cultu­ra islamica e da più di un secolo l'Uni­versità del Cairo è fonte e stimolo di progresso per tutto l'Egitto. Insieme, queste due istitu­zioni incarnano un perfetto sodalizio tra sviluppo e tra­dizione. Vi ringrazio per la vostra ospitalità  e per l'accoglienza ricevuta dal popolo egiziano. E sono altresì orgoglioso d'essere latore di un messaggio di buona volon­tà da parte dell'intero popolo americano e di un saluto di pace da parte delle comunità musulmane del mio Pae­se: Assalaamu alaykum! (Che la pace sia con voi). Il nostro incontro cade in un periodo di tensione tra gli Stati Uniti ed i musulmani del mondo intero, una tensione generata da forze storiche che travalicano l'attuale dibattito poli­tico. Le relazioni tra l'Islam e l'Occidente si fondano su secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche su conflitti e guerre di religione. In tem­pi recenti, le tensioni sono state provocate dal colonialismo, che ha negato diritti del tutto legittimi ed op­portunità di crescita a molti musulmani, e dalla Guerra Fredda, nel corso della quale i Paesi a maggioranza musulmana fin troppo spesso sono stati utilizzati alle stregua di pedine, senza tenere con­to delle loro aspirazioni. Inoltre, i cambiamen­ti profondi avviati dalla modernizzazione e dal­la globalizzazione hanno spinto non pochi mu­sulmani a vedere nell'Occidente un nemico delle tradizioni dell'Islam. La violenza estremista ha sfruttato a suo favore proprio queste tensioni all'interno di piccole ma potenti mi­noranze musulmane. Gli attacchi dell'11 set­tembre 2001 e le ripetute azioni sanguino­se di questi estremisti contro le popolazioni civili hanno spinto una parte del mio Paese a considerare l'Islam come inesorabilmente osti­le non soltanto all'America e ai Paesi occidentali, ma anche ai diritti umani. Da qui sono emerse nuove paure e nuove diffidenze. Ma fintanto che i nostri rapporti saranno fonda­ti su divergenze, daremo ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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