Tutti gli articoli su Europa

Strana coppia? No, è l’unica alleanza possibile

Scritto da: il 23.03.14 — 0 Commenti
Il giovin premier ha usato la simpatica definizione di «strana coppia» per indicare la convergenza di (diffidenti) posizioni della leader della Cgil, Susanna Camusso, e del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, sulle riforme annunciate dal governo. A ben vedere, però, che il sindacato italiano più posizionato a sinistra e la principale unione degli imprenditori la pensino allo stesso modo su questioni politico-economiche non è né una novità, né una singolarità. Nell'Italia degli ultimi decenni, la crescita (un falso mito nel quale personalmente credo poco, ma che comunque, nel contesto di iperliberismo in cui è oggi immerso il mondo intero, permane un indicatore in qualche modo utile per comprendere il livello di benessere di un Paese) si è ridotta (rectius: è stata ridotta) ai minimi termini, con esiti letali sull'occupazione. Gli unici a proporre soluzioni concrete che guardino avanti sono stati i più realisti nella variegata mini galassia comunista e l'organizzazione degli industriali, forte di un ufficio studi che tradizionalmente pone grande attenzione verso i mutamenti - in corso e/o prevedibili - e di diffuse teste pensanti. Inoltre, in un (ormai lungo) frangente storico in cui il capitalismo finanziario sta squassando il pianeta, l'alleanza fra forza lavoro e forza produttiva è forse una delle poche mosse possibili. Ben vengano, dunque, similarità di giudizio e convergenze di analisi fra Cgil e Confindustria. Il nemico comune è una finanziarizzazione del tutto fuori controllo dell'economia. L'obiettivo, anch'esso comune, il progresso di un Paese oggi decenni indietro rispetto al Nord Europa.

Il caso Peugeot-Citroen e i limiti dell’Europa

Scritto da: il 27.10.12 — 0 Commenti
Sostegno pubblico francese per Banque Psa France, finanziaria del colosso automobilistico Peugeot-Citroen. Insomma, classici aiuti di Stato per fronteggiare le crescenti difficoltà di un gioiello nazionale al momento un po' in affanno. Lo ha dichiarato lo stesso gruppo industriale in un comunicato sui conti preliminari del terzo trimestre 2012, chiusi con ricavi in calo del 3,9% anno su anno a 12.93 miliardi di euro. L'annuncio che non saranno distribuite cedole per tre anni di fila ha poi messo in crisi il titolo alla Borsa di Parigi. 7 miliardi di euro di garanzie da parte dello Stato francese, quindi, per soccorrere in fretta la casa automobilistica Psa Peugeot Citroen. Inoltre, il piano di salvataggio per la Banque Psa Finance (Bpf) comprende anche 11.5 miliardi in non meglio specificate facilitazioni di cassa dalle banche transalpine. La Bfp è una finanziaria completamente controllata da Psa, nata, sulla scia di tante altre nel mondo, per dare ai potenziali clienti i denari necessari all'acquisto di una macchina Peugeot o Citroen. La (quasi) banca è in buona salute, ma il suo rating risente dei problemi non da poco della casa centrale, in crisi di vendite in Europa, tanto che qualche mese fa vi è stato il clamoroso annuncio della possibile chiusura di uno stabilimento vicino Parigi, nonché del taglio complessivo di 8.000 posti di lavoro per ridurre le ingenti perdite. Psa ha pubblicato dati molto crudi sulla propria situazione: nella prima metà del 2012, il gruppo ha infatti registrato una perdita di 819 milioni di euro. Dal canto suo, il premier francese Jean-Marc Ayrault ha specificato come, in cambio del sostegno, nel consiglio di sorveglianza della casa automobilistica francese vi sarà un rappresentante dello Stato come consigliere. Nel cda dell'azienda farà poi il suo ingresso pure un sindacalista, a tutela degli interessi dei lavoratori. Sugli aiuti da Parigi alla Psa, però, ...

La Grecia è rossa … Ma (purtroppo) anche un po’ bruna

Scritto da: il 07.05.12 — 0 Commenti
Ma che cosa pensavano gli usuali partiti greci (centrodestra e centrosinistra), di poter vincere le elezioni più delicate della storia del Paese dopo il macello sociale che hanno messo in atto negli anni e nei mesi scorsi? I classici politici di governo non sono riusciti a raccogliere abbastanza consensi per formare una coalizione dopo il voto di ieri ed ora siamo al paradosso di Antonis Samaras, il leader di Nuova Democrazia (il partito conservatore) che ha l'incombenza, più che l'incarico, di formare il nuovo esecutivo. Nuova Democrazia, per inciso, ha avuto il 18.8% dei voti, con il premio è arrivata appena a 108 deputati, ma ce ne vogliono 151 per un governo. I conservatori di Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok, le formazioni che si sono alternate alla guida della Grecia negli ultimi decenni e che sono, fattore non da poco, gli unici fra i partiti maggiori a sostenere il programma di salvataggio/strozzinaggio targato Ue-Fmi che sta affondando la Grecia, hanno ottenuto insieme meno del 33% dei voti e solo 150 dei 300 seggi parlamentari a disposizione. Un governo di coalizione nazionale solo con loro andrebbe quindi in minoranza ad ogni stormir di fronda. Per riuscire a rinnovare la loro gracile "grande coalizione" dovranno quindi ottenere l'appoggio di altre formazioni, ma l'impresa appare davvero ardua. Ogni possibile intreccio sembra infatti destinato ad avere vita governativa assai breve. Il rischio è che la Grecia precipiti in una infinita incertezza politica. Il che potrebbe avvicinare il collasso del debito europeo complessivo. Samaras ha in queste ore invocato un governo di unità nazionale per l'Europa con l'intento di mantenere il Paese nella zona euro, obiettivo condiviso anche dal leader del Pasok Evangelos Venizelos. Di contro, i partiti minori che hanno vinto le elezioni sono tutti contro il piano di salvataggio Ue-Fmi. Il problema è che ...

La corsa al riarmo di Vladmir Putin

Scritto da: il 21.02.12 — 0 Commenti
Oltremodo sicuro della sua (ri)elezione a presidente della Federazione Russa il prossimo 4 marzo, il premier Vladimir Putin, che non ha mai smesso di parlare da capo dello Stato, ha deciso di rispondere alla grande a quella che considera «la minaccia» dello scudo antimissile americano, ed ha annunciato il più imponente programma di riarmo russo dal crollo dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991. Nei prossimi 10 anni, infatti, Mosca spenderà 23.000 miliardi di rubli (ossia 773 miliardi di dollari) per acquisire oltre 400 missili balistici intercontinentali (Icbm), ovviamente dotati di testate nucleari, 8 sottomarini a propulsione e armamento atomici e 20 convenzionali, oltre a 600 aerei da guerra e 28 sistemi di difesa anti-aerea S-400. Il piano è stato reso noto dallo stesso Putin in un intervento a sua firma pubblicato sulla Rossiiskaya Gazeta, nel quale l'uomo forte di San Pietroburgo ha spiegato come la presunta debolezza russa potrebbe anche divenire una tentazione per qualcuno ed ha fatto un parallelo storico con le condizioni delle forze armate sovietiche all'inizio della II Guerra Mondiale. «Mai e in nessuna circostanza - ha sottolineato Putin - rinunceremo alla deterrenza del nostro potenziale strategico, anzi la rafforzeremo». La minacciosa corsa al riarmo del premier russo è certo una delusione per chi, all'indomani dei tragici fatti dell'Undici Settembre, aveva cominciato a considerare la Russia, che culturalmente è Europa tout court, come parte dell'Occidente. Evidentemente non bastano i petrorubli a fiumi, l'ingresso nel Wto e la comune minaccia islamista a fare abbandonare a Mosca i sogni di grandeur militare in funzione (per inciso, del tutto teorica) anti Washington. Chiamiamoli riflessi condizionati da Guerra Fredda. Difficili da controllare. [caption id="attachment_11709" align="aligncenter" width="300" caption="Vladmir Putin"][/caption]  

Umana, troppo umana. Qualche pensiero su “The Iron Lady”

Scritto da: il 06.02.12 — 4 Commenti
The Iron Lady, firmato dalla grande regista teatrale inglese Phillyda Lloyd, è solo marginalmente un film sulla leader conservatrice Margaret Tatcher, uno dei personaggi storici più importanti e controversi del '900. In realtà, l'opera della Lloyd è una pacata riflessione sul crepuscolo della vita e del potere e sulla demenza senile, la cui eventualità incombe come uno spettro maligno su ognuno di noi. Verità e finzione si intrecciano nel film. Poco è infatti dato sapere sulle reali condizioni di salute dell'ex premier britannico, ma fonti autorevoli parlano da qualche anno se non di alzheimer conclamato, almeno di demenza senile appunto. Che la Tatcher - donna che un giorno fu fra i politici più potenti al mondo - talvolta creda di parlare con il marito morto da anni è assodato e su questo rapporto con il defunto Denis la Lloyd tesse una tela di rara delicatezza e sensibilità, mostrandoci una Lady di Ferro ormai alla fine della sua avventura terrena. Umana, troppo umana secondo alcuni critici. Una anziana signora che non suscita più nessun rancore, ma solo tenerezza. Perché di fronte ad una vita che volge al termine poco possono dire l'ideologia ed i giudizi politici. Nata a Grantham il 13 ottobre del 1925, Margaret Roberts in Tatcher è stata leader del partito conservatore inglese dal 1975 al 1990 e primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990 (la prima e ad oggi unica donna ad aver ricoperto tale carica). La regina Elisabetta le ha conferito il titolo di baronessa di Kesteven, nella contea di nascita del Lincolnshire, quale premio per aver contribuito a rendere il mondo un posto di molto peggiore rispetto a prima che giungesse a Downing Street. Personalmente, ho sempre detestato in maniera radicale Margaret Tatcher, conservatrice (ma non reazionaria: votò per la depenalizzazione dell'omosessualità e dell'aborto) di estrazione piccolo ...

Crisi, per uscirne occorre mettere l’uomo giusto al posto giusto a tutti i livelli

Scritto da: il 01.11.11 — 0 Commenti
Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l'effetto Grecia in tutta l'eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno perso rispettivamente il 5.38% ed il 5%. Spread Btp-Bund a 459, ma sotto pressione anche i titoli bancari, con Unicredit e Intesa-San Paolo a lungo sospesi per eccesso di ribasso (alla fine, -14.22% per UniCredit e -15.65% per Intesa). Insomma, è stato l'ennesimo giorno di (ormai) ordinaria follia sui mercati. È utile chiedersi ancora perché? Posto che la responsabilità di quanto sta accadendo non è possibile addossarla per intero alla speculazione internazionale (che ha un suo ruolo sì, ma entro certi limiti), è evidente come la situazione corrente sia l'esito di una serie di concause. Probabilmente, oltre 20'anni dopo il crollo del cosiddetto socialismo reale, il capitalismo è anch'esso a fine ciclo. Il che sta accadendo anche - coincidenza terribile - in un momento di leadership nazionali e globali non all'altezza della situazione. Obama non è Clinton, Sarkozy non è Mitterrand, Berlusconi non è Spadolini, la Merkel non è Kohl, Barroso non è Delors. Bisogna prenderne atto. Ovvio che ormai i problemi delle città italiane sono irrisolvibili se non a livello centrale a Roma, così come i problemi italiani sono irrisolvibili se non a livello centrale a Bruxelles e quelli europei sono irrisolvibili se non a livello globale. Detto questo, è chiaro che il nostro Paese, lo scrivo da mesi e mesi, paga sempre più una crisi di credibilità senza precedenti per l'Italia repubblicana. Ma non è che Europa ed Usa stiano poi tanto meglio. Ad esempio, vien da chiedersi che senso abbia aver istituito la figura di ...

Unesco, prove tecniche in vista dello Stato palestinese

Scritto da: il 01.11.11 — 2 Commenti
In vista dell'appuntamento più grosso, quello per il riconoscimento dell'Onu, ieri la Palestina ha incassato una storica vittoria, il riconoscimento dell'Unesco, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di cultura, di scienza, di patrimonio dell'Umanità. Si tratta della prima agenzia Onu a riconoscere come suo membro l'Autorità Nazionale Palestinese, senza dubbio un gesto simbolico di grande rilevanza. La notizia, in sé (geo)politica, è stata per me fonte di una riflessione tutta intima su come cambino gli uomini e le loro convinzioni, su come si evolvano o, se preferite, si involvano. Anni fa, diciamo una quindicina di anni fa, avrei gioito a sapere della scelta dell'Unesco. Oggi sono profondamente perplesso. Nel tempo, è infatti mutata di molto la prospettiva da cui guardo le cose. Dallo Stato palestinese come priorità alla sicurezza di Israele come priorità assoluta. Attenzione, nessun no preconcetto a che l'Anp diventi uno Stato vero e proprio. Ma solo quando questo non rappresenterà un pericolo per Israele. Per inciso, tutto ciò mi pone in contrasto netto sullo specifico argomento con le forze politiche italiane ed europee a me più vicine per ideali e pensiero economico, lacerando scelte e prassi della mia quotidianità. Tornando all'Unesco, una domanda è d'obbligo: la sua decisione è pericolosa per Israele? Il riconoscimento palestinese è arrivato al termine di un mese in cui erano già state fatte scelte pesanti contro Gerusalemme e la sua identità. L'agenzia dell'Onu ha infatti adottato una proposta araba che ha dichiarato «siti palestinesi» la cava dei patriarchi (la fortezza di Hevron di Erode, dove è situata la tomba dei padri d'Israele Abramo, Isacco e Giacobbe), la tomba di Rachele (luogo dove le donne ebree pregano per la propria fertilità) e quella di Giuseppe. Impossibile non vedere quanto sia grave e pericoloso il tentativo di cancellare la storia del popolo ebraico insito in ...

Caso Dexia, un salvataggio dal costo esorbitante

Scritto da: il 12.10.11 — 0 Commenti
L'istituto di credito franco-belga-lussemburghese Dexia è stato nuovamente salvato dal tracollo. Per inciso, la banca (che ha un totale di attivi di 518 miliardi di euro, pari a quello di tutto il sistema bancario greco) a luglio aveva passato senza problemi gli stress test, a riprova della davvero scarsa utilità di questo strumento. L'accordo governativo raggiunto prevede: 1) che il ramo belga sia acquisito dallo Stato (belga, ovviamente) per 4 miliardi di euro (operazione cui parteciperà, come sostegno finanziario, Ubs); 2) che i crediti nei confronti degli enti locali francesi passeranno alle società pubbliche (sempre francesi) Caisse des Depots et Consignations e Banque Postale; 3) che le attività in Lussemburgo verranno cedute ad una singolare cordata di investitori composta  dal governo lussemburghese e da taluni fondi del Qatar. Costo dell'operazione? Altissimo: i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo congeleranno ben 90 miliardi di euro a garanzia dei finanziamenti per Dexia. Al Belgio, Paese in crescita nonostante l'ormai cronicizzatasi incapacità di formare un esecutivo, il 65% dell'onere dell'operazione. Alla Francia il 35% ed al Lussemburgo il 3%. È bene ricordare come nel 2008 la banca sia già stata salvata tramite 6.4 miliardi di euro di sostegno statale. Soldi pubblici probabilmente andati sprecati, sembra di capire dalla corrente situazione. Ma proviamo a dare un'occhiata ai numeri dell'istituto che, sulla carta, è il n. 20 d'Europa. Dexia ha circa 35.200 dipendenti (per un terzo stanno in Turchia), più o meno 8 milioni di clienti, 19.2 miliardi di capitale azionario, 732 milioni di profitti netti dichiarati nel 2010 e 3.8 miliardi di euro di bond greci nel suo portafoglio, nel quale stanno anche titoli italiani e spagnoli. Addirittura, i bond di Grecia, Italia e Spagna potrebbero arrivare al 30% complessivo degli investimenti finanziari di Dexia, il cui management si è davvero rivelato di ben scarsa lungimiranza. La ...

I missili terra-aria di Gheddafi in mano a chi?

Scritto da: il 09.09.11 — 0 Commenti
Ormai la notizia è verificata: dagli arsenali militari del colonnello Gheddafi sono spariti centinaia di missili terra-aria portatili in grado di abbattere un aereo in volo. Si tratterebbe di armi di fabbricazione sovietica o russa cadute nelle mani degli insorti anti-regime e in parte finite (molto rapidamente!) sul mercato nero delle armi. In mano a chi? Non è da escludersi (anche) nelle mani di gruppi terroristici. Ovviamente, questa vicenda rischia di divenire l'incubo dell'Intelligence di tutto l'Occidente. Il responsabile antiterrorismo della Casa Bianca, John O. Brennan, per ora si è limitato a definire la questione "molto preoccupante", ma ha chiesto agli interlocutori del Consiglio nazionale transitorio libico di provvedere alla sicurezza dei depositi di armi. Sull'affidabilità della loro risposta non è dato sapere. Insomma, emerge alla velocità della luce il problema, invero assai facile da prevedere, di quel che può divenire l'intera aera mediorientale "liberata" dai regimi laici con gli arsenali di questi in mano anche a potenziali fondamentalisti. Il Foglio oggi lancia un allarme preciso: i missili terra-aria spariti potrebbero far divenire l'Europa una No Fly Zone. Ma non era meglio tenerci Gheddafi e Mubarak? [caption id="attachment_11074" align="aligncenter" width="300" caption="Un missile terra-aria Stinger"][/caption]

La finanza globale e il corto circuito banche-Stati

Scritto da: il 19.08.11 — 0 Commenti
L'ennesimo crollo delle Borse all'odierna chiusura dei mercati non è certo stato una sorpresa. Ormai sono centinaia e centinaia i miliardi di euro di capitalizzazione che sono andati in fumo in pochi giorni solo nel Vecchio Continente. Soprattutto le banche, in Italia come nel resto d'Europa e negli Usa, sembrano essere in gravi difficoltà. Eppure proprio gli istituti di credito in America sono stati i beneficiari - prima con Bush jr e poi con Obama - dei più sostanziosi aiuti erogati dopo il crac di Lehman Brothers di quasi 3 anni fa. Al punto in cui siamo, un ragionamento salta all'occhio. Era evidente tempo fa, ma lo diviene sempre più in questi giorni: il problema (ovvero uno dei tanti problemi dell'economia mondiale oggi) è che siamo in presenza di Stati che hanno salvato banche che hanno nel loro portafoglio ingenti quantità di titoli di Stato proprio di quegli Stati che le hanno salvate. Un corto circuito che sta mettendo a dura prova l'intero sistema della finanza globale. Ma anche i rapporti fra gli stessi istituti di credito rischiano di andare in loop. In tal senso, un chiaro segnale viene dalla Banca Centrale svedese, con il suo capo economista, Lars Frisell, che sta tentando di preparare gli istituti di credito del suo Paese ad una eventuale crisi europea. «Il mercato interbancario rischia di collassare», ha dichiarato ieri Frisell, squarciando il (sottile) velo oltre il quale troppo a lungo si è preferito non guardare. Considerato come il mercato interbancario sia quello tramite il quale le banche si finanziano prestandosi denaro le une con le altre, è ovvio che un suo eventuale collasso causerebbe per gli istituti europei una grave crisi di liquidità. Con, da un lato, un (ulteriore) drammatico credit crunch di cui farebbero le spese i cittadini e, dall'altro, un tracollo delle varie Borse ...

Nessun attacco all’Europa o all’Italia, è solo l’incapacità dei governanti

Scritto da: il 19.07.11 — 0 Commenti
Dicono alcuni analisti che si è di fronte ad «un attacco speculativo senza precedenti al sistema Europa». A Roma e Milano addirittura indaga la Magistratura su tali presunti atti di speculazione. Mi si consenta di continuare ad essere molto perplesso in merito a tale semplicistica spiegazione. Non sarebbero quindi le più che discutibili scelte della Bce, l'incapacità di molti governi europei e l'inutilità della Obanomics a stare affossando l'Occidente. No, sarebbe un attacco speculativo. Come sempre in questi casi, si cerca un colpevole dall'esterno. Il che è un atteggiamento assai discutibile ed infantile, a mio avviso. In tal modo, ovvio, si deresponsabilizzano Bruxelles, Roma, Atene, Dublino, Lisbona, Washington et alia. E si fa poco o nulla per invertire la rotta, mentre in primo luogo bisognerebbe mettere sul "banco degli imputati" Jean-Claude Trichet. Va bene che è in scadenza di incarico e che tutte le speranze sono ormai riposte in Mario Draghi che a breve prenderà il suo posto, ma non si può più permettere che l'economista transalpino accumuli errori su errori come il recente scellerato aumento dei tassi d'interesse. Deve per forza fare danni fino all'ultimissimo giorno di mandato? Quanto ai governi europei, possibile che nessuno si renda conto di come scandali, litigiosità fra alleati, instabilità interna e tensioni sociali minino oltre misura la credibilità di un Paese, rendendolo debole ed esposto a qualsivoglia rischio di "fluttuazione" del suo rating (giusto o sbagliato che sia tale sistema di valutazione, per carità ...) ed alle ovvie relative conseguenze? Il premier Silvio Berlusconi, per fare un esempio a noi vicino, è così certo che i ripetuti risultati negativi di Piazza Affari siano il risultato di una speculazione che viene da lontano? Evitare, ad esempio, gli scandali che hanno reso l'Italia lo zimbello del mondo non sarebbe forse stato meglio per la solidità della nostra ...

Eurodefault?

Scritto da: il 27.04.11 — 0 Commenti
Davvero un brutto risveglio dopo le vacanze pasquali per i governanti europei, alle prese con dei nuovi dati che fanno tremare. Rispetto al suo Prodotto interno lordo, il deficit pubblico di Atene nel 2010 è salito al 10.5%, sforando di un buon 1.1% le stime del governo ellenico che lo davano al 9.4%. La rilevazione è di Eurostat, l'ufficio statistico europeo, che ha pubblicato la prima notifica dei dati sul deficit e sul debito dei Paesi Ue per l'anno scorso. Tracollo per l'Irlanda, al -32.4%, mentre il Portogallo è al quinto posto con -9.1%. I Paesi più virtuosi sono tutti in Nord Europa: il Lussemburgo, con un deficit tenuto splendidamente sotto controllo all'1.7% del Pil, la Finlandia, con un rapporto al 2.5%, e la Danimarca, al 2.7%. Ma andiamo più nel dettaglio in questi conti resi noti da Eurostat. La Grecia (con dei rendimenti sui suoi titoli di Stato che segnano nuovi record) sfora ampiamente il deficit anche nel 2010, tanto che Berlino per la prima volta ipotizza il default sul debito ellenico ed un consigliere della Merkel parla apertamente della necessità di una ristrutturazione del debito. Eventualità che dalla Banca Centrale Europea qualcuno definisce addirittura peggiore del collasso della Lehman Brothers. In ogni caso, l'eventualità che Atene annunci a breve un allungamento delle scadenze sul suo debito o un taglio dei rimborsi si fa sempre più concreta di ora in ora. In ogni caso, Eurostat fissa al 10.5% il rapporto fra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo greco per il 2010, abbastanza al di sopra delle stime governative, che invece lo prevedevano al 9.4%. Peggio c'è solo l'abnorme 32.4% dell'Irlanda. Del resto, per Atene è "business as usual" dopo il 12% di deficit del 2009 che ha procurato un'ondata di panico e di violenza nel Paese. Contromisure? Il governo ...

Finora pochi i contraccolpi finanziari delle crisi in atto: perché?

Scritto da: il 26.03.11 — 1 Commento
Né la guerra in Libia o il terremoto in Giappone con annessa crisi nuclerare, né il (pericoloso) tracollo governativo in Portogallo o il collasso delle vendite immobiliari negli States hanno pesato sull'andamento dei mercati azionari. Tutt'altro! Rialzi vi sono stati ieri a chiusura di settimana a Wall Street, come pure nelle Borse europee. Tutto ciò potrebbe sembrare strano e in contraddizione con i turbinosi eventi - sia geopolitici che strettamente economici - come, appunto, la guerra in Libia (i cui tempi si prospettano oggi ben più lunghi che 10 giorni fa), l'attentato a Gerusalemme di mercoledì 23 scorso o le dimissioni del premier portoghese José Socrates. Addirittura, quest'ultimo accadimento ha fatto volare i rendimenti dei titoli di Stato lusitani ai massimi storici (e pure quelli dell'Irlanda). Preoccupazioni per il peggiorare del quadro geopolitico globale sono state espresse solo dai prezzi del greggio (salito ai nuovi massimi di questo periodo, ossia a 105.5 dollari il Wti a New York e 115.4 $ il Brent a Londra), dall'ennesimo record dell'oro (oggi a 1.440 $ l'oncia) ed anche dell'argento (a 37,3 $ l'oncia). In una simile situazione, il rialzo dei mercati azionari, per quanto non eclatante, potrebbe sembrare un paradosso. Invece una ratio in qualche modo c'è. Anzi, sono possibili almeno 2 diverse spiegazioni. Una prettamente tecnica ed una teoretica (o ideologica che dir si voglia). La prima vede gli operatori finanziari puntare sulla possibilità che in America possa esservi a breve una nuova massiccia immissione di liquidità da parte della Fed tramite l'acquisto di titoli di Stato o di bond, il quantitative easing o Qe tanto caro a Ben Bernanke, (forse giustamente) incurante di chi lo connette ad una paventata iperinflazione che finora non si è vista. Insomma, c'è chi scommette che con l'economia in affanno la Federal Reserve interverrà "iniettando" ancora una volta molta liquidità. Ovvio ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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