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L'ultimo seggio della Federazione a chiudere è stato a Kaliningrad, exclave russa tra Polonia e Lituania, un tempo territorio prussiano noto con il glorioso nome di Königsberg, città natale di Immanuel Kant. Ma l'impressione generale che si ha di queste elezioni presidenziali è che nessun voto, come pure la somma di tutti, avrebbe potuto cambiare un risultato finale scritto da tempo. Vladmir Putin, ex spia del Kgb, è di nuovo presidente del grande Paese che comanda di fatto senza soluzione di continuità dall'agosto del 1999.
La percentuale avuta in sé non è altisisma: 63.75% dei voti con un'affluenza del 65.3% su un totale di 110 milioni di aventi diritto. Nel 2004 Putin aveva conquistato il 71.3% dei voti, quindi i suoi consensi sono in calo. Nessun competitor è però riuscito a fare più dell'ordinaria amministrazione. Il candidato comunista Ghennadi Zyganov è arrivato secondo con il 17.1%. Terzo posto per il miliardario Mikhail Prokhorov al (6.9%), giunto davanti all'ultranazionalista Vladimir Zhirinovski (6.7%).
I brogli da più parti paventati magari ci saranno stati davvero. Ma l'opposizione allo "zar" fin qui è stata troppo frammentata e - tranne Zyganov - palesemente inadeguata per poterlo minimamente impensierire. Vediamo a questo punto come proseguirà la protesta di piazza, ma è ovvio che la Russia non è l'Egitto. E Putin non è Mubarak.
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Oltremodo sicuro della sua (ri)elezione a presidente della Federazione Russa il prossimo 4 marzo, il premier Vladimir Putin, che non ha mai smesso di parlare da capo dello Stato, ha deciso di rispondere alla grande a quella che considera «la minaccia» dello scudo antimissile americano, ed ha annunciato il più imponente programma di riarmo russo dal crollo dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991. Nei prossimi 10 anni, infatti, Mosca spenderà 23.000 miliardi di rubli (ossia 773 miliardi di dollari) per acquisire oltre 400 missili balistici intercontinentali (Icbm), ovviamente dotati di testate nucleari, 8 sottomarini a propulsione e armamento atomici e 20 convenzionali, oltre a 600 aerei da guerra e 28 sistemi di difesa anti-aerea S-400.
Il piano è stato reso noto dallo stesso Putin in un intervento a sua firma pubblicato sulla Rossiiskaya Gazeta, nel quale l'uomo forte di San Pietroburgo ha spiegato come la presunta debolezza russa potrebbe anche divenire una tentazione per qualcuno ed ha fatto un parallelo storico con le condizioni delle forze armate sovietiche all'inizio della II Guerra Mondiale. «Mai e in nessuna circostanza - ha sottolineato Putin - rinunceremo alla deterrenza del nostro potenziale strategico, anzi la rafforzeremo».
La minacciosa corsa al riarmo del premier russo è certo una delusione per chi, all'indomani dei tragici fatti dell'Undici Settembre, aveva cominciato a considerare la Russia, che culturalmente è Europa tout court, come parte dell'Occidente. Evidentemente non bastano i petrorubli a fiumi, l'ingresso nel Wto e la comune minaccia islamista a fare abbandonare a Mosca i sogni di grandeur militare in funzione (per inciso, del tutto teorica) anti Washington. Chiamiamoli riflessi condizionati da Guerra Fredda. Difficili da controllare.
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Aleksej Kudrin, ormai ex ministro delle Finanze ed ex vicepremier, è l'uomo della rinascita russa, il tecnico che ha portato la Federazione dallo scomodo ruolo di debitore internazionale (ricordiamoci della grave crisi del rublo del 1998) al terzo posto nel mondo per riserve in valuta. Non è facile capire che cosa cambierà nelle capacità di Mosca di tenere il passo con le altre realtà emergenti del globo, ma certo sarebbe stato meglio per il Cremlino se questa grana non fosse scoppiata.
Molti osservatori non hanno mancato di evidenziare come le dimissioni di Kudrin, rassegnate dopo un brutto scontro frontale con il presidente Dmitrij Medvedev, siano assolutamente inusuali in terra russa, Paese nel quale nessuno più neanche tenta di opporsi allo strapotere dello "zar" Putin. Ebbene, Kudrin, che avrebbe voluto per sé il posto di primo ministro che Putin per il prossimo "giro di giostra" ha invece riservato a Medvedev, ha pubblicamente attaccato il Cremlino. E lo ha addirittura fatto da Washington, criticando le scelte del potentissimo ex agente del Kgb davanti al mondo intero.
Insomma, un'altra brutta "crepa" si è aperta nella fortezza del potere putiniano, ma i liberaldemocratici duri e puri non si facciamo illusioni, Vladimir Putin si appresta a governare per altri dodici anni la Russia senza possibilità alcuna di reale opposisione. Sarà pure «una parodia dell'Unione Sovietica», come l'ha definita Mikhail Prokhorov, un imprenditore che ha tentato senza successo la strada della politica indipendente, ma la Russia di oggi è saldissimamente in mano a Putin e pure in forte crescita economica.
Certo, c'è da chiedersi in che misura tale crescita sia stata merito di Aleksej Kudrin e quanto la sua rottura con la coppia Putin-Medvedev peserà sulla "efficienza direzionale" del governo russo. Rinvenire nella Federazione qualcuno all'altezza di Kudrin non sarà impresa facile (il neo nominato ad interim Anton Siluanov, ...
La notizia della morte violenta dell'86enne Nick Rizzuto - padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo - ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L'impressione è che alcuni equilibri si siano rotti e che la morte di Rizzuto possa scatenare una nuova guerra di mafia con un effetto domino che dal Canada potrebbe anche giungere fino all'Italia.
Quello che però si evince chiaramente leggendo le note biografiche di Rizzuto diffuse fra ieri ed oggi dai media è il carattere sempre più globale dei gruppi criminali operanti sullo scenario internazionale. Insomma, mafia italiana ed italo-americana, ma anche Yakuza giapponese, narcos centro e sudamericani, mafie slave (russa, ucraina, bulgara, albanese, kosovaro-albanese, serba e croata) e Triadi cinesi si sono da tempo trasformati in veri e propri soggetti geopolitici, con un peso in taluni casi non molto dissimile a quello delle entità statali entro le quali operano. È il caso, ad esempio, della mafia russa, che nel territorio dell’ex Unione Sovietica dispone di più di 5.000 gruppi malavitosi, dei quali circa 3.500 (molti, per inciso, di origine cecena) operanti all’interno della sola Federazione. Secondo talune stime, queste bande, che generalmente presentano delle loro peculiarità etniche o di specializzazione criminale, sarebbero addirittura in grado di manovrare il 40% del Pil russo.
Enorme è stato anche il peso geopolitico del cartello di Medellin, che ha per decenni inondato il mondo di stupefacenti operandovi profondi mutamenti sociali e considerando l’intero pianeta come un unico immenso mercato. Il narcotraffico, sotto la guida di Pablo Escobar, è divenuto una sorta di global business come mai prima era accaduto ed i narcos colombiani hanno rappresentato per anni un vero Stato nello ...
Il sottotitolo di questa nota odierna potrebbe essere "le 2 rese". Dal macro al micro, da Kabul a Napoli (o Salerno o Caserta che dir si voglia), il dato saliente di questa ultima settimana mi sembra la bandiera bianca sventolata dai cosiddetti "buoni".
Cominciamo dall'Afghanistan, dove ormai è assolutamente evidente come i Talebani stiano riconquistando terreno. Per anni di fatto gli alleati hanno avuto soltanto il controllo della capitale, ma ora sembra proprio che stiano perdendo anche questo. Il Paese è nel caos e il governo del pur ottimo presidente Hamid Karzai è stretto all'angolo.
Considerando come il rischio di una vittoria finale talebana sia sempre più tangibile, il segretario generale della Nato, l'ex premier conservatore danese Anders Fogh Rasmussen, ha richiesto l'aiuto di Mosca e New Delhi.
Ribadendo l’intenzione atlantica di inviare nel 2010 altri 39 mila soldati dagli effettivi di Stati Uniti e alleati europei, Rasmussen ha evidenziato come la sicurezza dell'area centroasiatica sia fondamentale non solo per il Paesi occidentali, ma anche per Cina, India e Russia, chiedendo ufficialmente alle ultime due un intervento a sostegno della missione già in atto. Una bella dichiarazione di impotenza, non c'è che dire. Speriamo che almeno l'appello non cada nel vuoto.
Su Napoli, ovvero sulla questione del candidato alla presidenza della Regione Campania, la resa clamorosa è stata di Antonio Di Pietro, che dopo aver detto un no secco alla candidatura del sindaco Pd di Salerno Vincenzo De Luca (sotto processo), al congresso nazionale dell'Italia dei Valori, che si sta svolgendo a Caserta, proprio oggi ha dato l'ok. Un compromesso che la sua base al congresso pare aver proprio gradito. Anche qui, una resa incondizionata alla "ragion di partito" che francamente non mi aspettavo dall'ex pm.
L'anno che va a chiudersi è stato senza dubbio un pessimo anno. La crisi finanziaria esplosa a settembre 2008 è proseguita e, a mio avviso, i timidi cenni di ripresa che alcuni vedrebbero semplicemente non ci sono. L'economia reale è in forte affanno in tutto l'Occidente. E, cosa incredibile, i megamanager un po' ovunque hanno ricominciato a distribuirsi di nuovo bonus da capogiro, senza timore o vergogna. Insomma, per quanto il mio amato modello scandinavo testimoni il contrario, francamente l'idea che il Capitalismo sia irriformabile ogni tanto, credo comprensibilmente, fa capolino ...
Il 2009 si conclude con un'allerta dovuta alla minaccia terroristica come non si riscontrava da anni. Il fallito attentato della vigilia di Natale sul volo Amsterdam-Detroit della Delta Airlines ha palesato nuove modalità di attacco di al-Qaeda ed urgono quindi delle contromosse, anche per ovviare all'ennesimo fallimento dell'Intelligence americana. Si è appena saputo, infatti, che sia dallo Yemen che dalla Nigeria erano state fornite informazioni dettagliate sull'eventualità di un attentato ad opera di un giovane nigeriano. Mesi fa, addirittura, il padre del ragazzo, un ex ministro, disperato, aveva denunciato alla Cia le idee radicali del figlio.
Nonostante simili indicazioni, però, Cia ed Fbi non hanno saputo prevenire l'attacco e solo per miracolo non si è verificata una strage. Segno che qualcosa ancora non è a posto nel meccanismo di difesa antiterroristica americano. Segno che la Sigint (Signals Intelligence) sta nuovamente prendendo il sopravvento sulla Humint (Human Intelligence), condizione, questa, che ha portato alla tragedia dell'Undici Settembre.
Oltre alla progressiva nuova espansione del potere talebano in Afghanistan, dove le forze alleate perdono sempre più il controllo del territorio anche nella capitale Kabul, per anni unica area davvero pacificata del Paese, nel 2009 è da segnalare la rinascita dell'opposizione iraniana, a seguito delle farsesche elezioni presidenziali che hanno visto confermato quale Capo dello ...
La settimana che si va a concludere è stata in qualche modo monopolizzata da due grossi eventi internazionali, la cerimonia di apertura della (ad oggi più che sterile) Conferenza Onu sui cambiamenti climatici a Copenhagen e la consegna del Premio Nobel per la Pace al presidente Usa Barack Obama, che, per uno di quei strani casi del destino, ha anche coinciso con l'ennesimo flop delle Forze Armate russe.
Ad Oslo, mentre i media norvegesi e mondiali si interrogavano su un singolare fenomeno luminoso poi rivelatosi essere la scia di un fallito test missilistico di Mosca, Obama ha tenuto un discorso davvero bello, di fatto inaugurando una sua vera e propria dottrina (a tal proposito invito a leggere l'analisi di oggi su Il Foglio di Giuliano Ferrara). La guerra non si può eliminare ed allora che almeno serva a costruire il più possibile un mondo pacificato, dall'Afghanistan all'Iraq, passando anche per gli altri scenari di devastazione del pianeta.
Un realismo quasi alla Carl Schmitt, mi verrebbe da dire. Di errori Obama ne ha fatti e ne farà, è chiaro, ma, per essere un presidente americano, ha lampi di genio talvolta pure in politica estera.
Anche le strane luci che hanno inquietato gli abitanti di Tromsø, nel Nord della Norvegia, ai confini con la Lapponia, hanno un certo rilievo internazionale. Sono infatti l'emblema del fallimento (definitivo)? del missile mare-aria Bulava (8.000 km di gittata), che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere il fiore all'occhiello della Marina Militare russa, ma che nei fatti ha fallito molti dei test di prova (pare ben 9 su 13).
A questo punto, la domanda da porsi è: la Russia è davvero ancora una temibile potenza atomica?
Si sa che l'arsenale ereditato dall'Unione Sovietica già alla fine del periodo di presidenza Eltsin era obsoleto e malandato, non in grado di funzionare alla bisogna, insomma. ...
Da Mosca arriva una notizia assai interessante sia per gli esperti di economia che di geopolitica. Per il presidente russo Dmitry Medvedev «i prezzi del gas potrebbero calare del 50-60% entro la fine dell'anno».
La clamorosa previsione è stata formulata oggi durante la conferenza stampa al termine del vertice internazionale sulla crisi tra Russia e Ucraina che si è tenuto al Cremlino.
Secondo Medvedev, che prima di giungere alla presidenza della Federazione Russa è stato a lungo presidente di Gazprom, il prezzo del metano sarebbe legato a quello del petrolio, che da mesi è forte ribasso.
Il crollo dei prezzi degli idrocarburi, per inciso, è di certo un problema per la volontà di riarmo della Russia, in quanto l'ambizioso programma di rinnovamento dell'arsenale convenzionale e nucleare varato da Putin ha assolutamente bisogno del polmone finanziario fin qui garantito dalla vendita a prezzi sostenuti del petrolio russo.
La crisi della piccola nazione fin qui condotta come fosse un unico fondo d'investimento mette in imbarazzo la Gran Bretagna, che aveva investito, e stuzzica l'appetito della Russia. Cambiando, in previsione, gli equilibri di Nato e Ue
I Paesi scandinavi vanno in soccorso dell'Islanda. Il ministro delle Finanze finlandese ha infatti annunciato che il suo Paese, unitamente a Svezia, Norvegia e Danimarca, concederà al governo di Reykjavík un prestito di 2.5 miliardi di euro, per consentire all'Isola artica di affrontare la crisi economica che sta travolgendola. Crisi che per qualche aspetto è sorprendente, per altri può essere istruttiva nel contesto europeo.
L'annuncio di Martti Hetemaki ha seguito di poche ore quello del Fondo monetario internazionale, che ha accordato all'Islanda un prestito di 2.1 miliardi di dollari. Notizie che, se da una parte attenuano le fosche ombre che si sono addensate sul futuro islandese, dall'altra non bastano a placare la tempesta finanziaria che infuria su Reykjavík.
Mentre le Borse mondiali sono sulle montagne russe, in Islanda si susseguono le proteste di chi chiede le dimissioni del premier, il conservatore Geir Haarde, leader del Partito dell'Indipendenza, e un veloce ingresso nell'Unione Europea, ipotesi tradizionalmente snobbata dagli islandesi.
Già qualche mese fa il piccolo Stato artico dalla (finora) dinamica economia aveva sfiorato una pesante crisi finanziaria. Ma dal crollo di Lehman Brothers in avanti, la catastrofe globale ha travolto le sue potenti banche, mettendo in forte affanno il premier Geir Haarde, che dal suo arrivo al governo, nel giugno del 2006, ha di fatto gestito il Paese come un enorme hedge found.
Ma la politica del fondo d'investimento non ha pagato: in poche settimane sono entrati in crisi, uno dopo l'altro, i tre grandi istituti di credito, Kaupthing Bank, Landsbanki Islands e Glitniril, che sono stati nazionalizzati in fretta e furia.
Parallelamente, la Borsa ha subito tracolli pesantissimi, la ...
L'allunaggio indiano di ieri è un'ottima occasione per riproporre un mio breve saggio sulla geopolitica dello Spazio apparso a metà 2006 sulla rivista di filosofia politica Behemoth. Eccolo di seguito riportato.
Sono passati secoli dai deliri onirici di Wan Hu, un funzionario del Celeste Impero che nel 1500 ideò un rudimentale sistema di razzi propellenti che secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto spedirlo in orbita, ma l'interesse dei cinesi per lo Spazio non pare essere diminuito. E così, avendo oggi per la prima volta nella loro storia le possibilità materiali per mettere in piedi un vero programma spaziale, certo non intendono sprecare l'opportunità.
Dopo la prima missione umana felicemente riuscita dell'ottobre 2003, il lancio dell'autunno 2005 della capsula spaziale cinese Shenzhou 6 ("Vascello Divino") ha confermato la volontà della Cina postmaoista di essere ben presente nello Spazio, quasi a coronare l'attuale fase di impetuoso sviluppo della sua economia.
La missione è riuscita perfettamente ed è quindi comprensibile e giustificata l'euforia dei cinesi per il quasi perfetto rientro della capsula in una zona della Mongolia interna, ai margini del deserto del Gobi.
Lanciata da un poligono nella remota provincia del Gansu, la navicella, che ha viaggiato ad un'altezza di circa 350 chilometri dalla Terra, è una versione aggiornata di quella che nel 2003 portò nello spazio il primo astronauta cinese, il colonnello Yang Liwei. I due protagonisti dell'ultima missione, Fei Junlong, di 40 anni, e Nie Haisheng di 41, entrambi piloti militari, durante la permanenza nello spazio si sono più volte collegati in diretta con la televisione di Stato di Pechino.
Il "tentativo" di decollo verso lo spazio di Wan Hu in un'antica raffigurazione cinese
I due sarebbero stati scelti dall'ente spaziale cinese dopo una durissima serie di prove di selezione fra i 14 migliori piloti che l'aeronautica sta preparando per le missioni spaziali ...
In un eccesso di miopia (geo)politica, qualche ora fa il segretario di Stato americano Condoleeza Rice ha dichiarato che a suo avviso la Russia starebbe diventando isolata ed irrilevante nel panorama internazionale. Proprio subito dopo il lancio di prova di un nuovo missile intercontinentale di Mosca ed in un frangente in cui la Federazione sta rimettendo ordine nel suo cortile di casa (il Caucaso), cominciando a valutare sia la pratica Crimea (prossima crisi?) che quella artica.
Personalmente ho sempre stimato la Rice, una donna di colore nata in Alabama e venuta fuori con una grinta eccezionale. Ma a poco a poco sto dovendo arrendermi ai suoi detrattori. Che forse hanno ragione quando osservano che è una sovietologa con una visione quasi cristallizzata del mondo com'era nel 1980, poco capace di comprendere le trasformazioni avvenute negli anni nel cosiddetto spazio post-sovietico.
Impressione che, per inciso, mi dà anche il candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, che una prova di capire dove va l'America di oggi l'ha data soltanto scegliendo una vice in piena sintonia con il classico elettorato repubblicano (perché la Palin lo è senza ombra di dubbio). Sottolineo: dove va l'America. Che comprenda poi dove vada il mondo è un altro discorso ...
Insomma, fra crisi finanziarie di dimensioni globali e sempre più frequenti errori di valutazione in politica estera, davvero gli Usa rischiano di perdere il ruolo di nazione-guida del pianeta.
Fuori dai denti, politici come la Rice o Obama (debolissimo sulle questioni internazionali) uno come Putin se li mangia a colazione. La Palin gli può forse risultare più "indigesta", ma di certo potrebbe avere qualche chance in più (mitigando arroganza e tendenza all'attacco) di meglio gestire le prossime emergenze che l'Orso russo nel medio periodo certamente non mancherà di creare.
Dalla Crimea al Polo Nord, dai Caraibi (basi in Venezuela e a Cuba?) al supporto alle tendenze atomiche dell'Iran, gli spunti per provocare nuove gravissime ...
La crisi fra Washington e La Paz ha davvero sprofondato nello sconforto il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca, che a pochi mesi dalla fine del secondo mandato di Bush jr vede "the backyard" in disordine come non mai negli ultimi anni. La "cacciata" dell'ambasciatore americano da La Paz è stata seguita, per solidarietà, dal quella degli ambasciatori "yankee" in Venezuela e in Honduras. E la proclamazione dello stato d'assedio nel dipartimento del Pando decisa oggi dal presidente boliviano Evo Morales non migliora lo scenario.
Ma che cosa è accaduto per rendere così audaci i leader sudamericani che, pur di "sinistra-sinistra", finora non si erano spinti a tali sgarbi nei confronti degli Usa? Semplice, dopo la vicenda georgiana il mondo sembra essere tornato bipolare. Con la Federazione Russa che esibisce i muscoli, è tutto un fiorire di provocazioni e prese di distanza dalla White House.
Del resto, il quadro si era complicato molto per gli Stati Uniti già da mesi. L'investimento venezuelano di 4 miliardi di dollari in armi russe non era certo un bel segnale per Washington. Come non lo erano l'invito ufficiale di Caracas a Mosca ad aprire basi militari in Venezuela, il ritorno (non confermato, ma assai plausibile) dei Mig russi a Cuba e l'annuncio di manovre navali congiunte fra Russia e Venezuela in acque venezuelane fra il 2 ed il 14 novembre.
Ora, dulcis in fundo, arriva il clamoroso e del tutto inatteso riconoscimento diplomatico del Nicaragua dell'ex sandinista Daniel Ortega ad Ossezia del Sud e Abkhazia. Davvero il "cortile di casa" sta rapidamente sfuggendo di mano agli Stati Uniti. Manca solo un presidente di sinistra a Bogotà (il mandato del conservatore Alvaro Uribe scadrà nel 2010, ma tutto è possibile nella Colombia di oggi) e a Foggy Bottom (il soprannome con cui i diplomatici americani chiamano l'edificio che ospita sulla riva ...
BREAKING NEWS - L'autoproclamatosi presidente dell'Ossezia del Sud, Eduard Kokoity, ha fatto una clamorosa marcia indietro in merito all'adesione del suo microstato alla Federazione Russa, annunciata appena ieri. Kokoity è a Soci per un meeting del cosiddetto Gruppo di Valdai, il think-tank voluto da Vladimir Putin. A margine dei lavori, ha dichiarato all'agenzia di stampa russa Interfax di essere stato molto probabilmente frainteso.
L'Ossezia del Sud, afferma oggi il suo presidente (ma chissà che cosa affermerà domani), non ha intenzione di rinunciare ad una indipendenza che ha pagato con il sangue di tanta gente. Per ora, quindi, nessuna volontà di entrare a far parte della Federazione Russa, anche se il dibattito sull'eventuale riunificazione con l'Ossezia del Nord è assai sentito dalla popolazione. Kokoity si è ovviamente detto grato alla Russia per aver salvato la fragile Repubblica dall'aggressione della Georgia ed intenzionato a costruire con Mosca rapporti strettissimi.
Ma che cosa è accaduto? Perché questa vistosa marcia indietro di Kokoity? Molto probabilmente, il leader sud-osseto, è stato richiamato all'ordine da Putin, che aveva già chiarito di non volere inglobare le due Repubbliche ribelli georgiane (riconosciute come indipendenti solo da Mosca).
Ossezia del Sud ed Abkhazia devono restare entità autonome, perché come tali sono più utili alla Russia che come parti del suo territorio. Semplice. In ogni caso, un po' più di comunicazione interna non sarebbe male nel campo panrusso. Altrimenti si rischia di far sfociare in farsa una vicenda che è fin troppo tragica ...