Tutti gli articoli su Francia

Europa, ormai è indispensabile l’unione bancaria (oltre che politica)

Scritto da: il 02.04.13 — 0 Commenti
Da tempo, troppo tempo, i Paesi membri della cosiddetta Eurozona stanno trattando per definire la normativa dell'unione bancaria da più parti auspicata. Fermo restando che al Vecchio Continente servirebbe soprattutto una vera unione politica dalle Azzorre alla Siberia, i drammatici fatti di Cipro palesano anche la stringente esigenza di quella appunto bancaria. Qualche mese fa si era giunti a una sorta di accordo sui suoi possibili fondamenti: vigilanza centralizzata a cura della Bce, un sistema europeo di garanzie per i depositi oltre i 100mila euro (per quelli sotto in genere, come in Italia, c'è la garanzia dei singoli Stati) e un fondo europeo per i possibili fallimenti degli istituti di credito. Oltre alla tutela dei risparmiatori (a un simile scopo, in tutta franchezza, credo poco), obiettivo palese di tali scelte è circoscrivere quanto più possibile gli effetti della crisi di una singola banca, evitando che il default di un istituto possa minare la stabilità dell'intero sistema economico-finanziario continentale. Finora, però, tutto ciò è rimasto sulla carta. Negli anni abbiamo assistito ai tracolli di Islanda (piccolo ma certo importante Paese europeo, per quanto extra Ue), Grecia e ora Cipro, nonché ai ripetuti allarmi su Portogallo, Spagna, Italia e adesso (new entry fra i cosiddetti Pigs) Francia. Che cosa ancora deve accadere di più grave rispetto alla corrente situazione cipriota perché chi deve decidere sull'attuazione dell'unione bancaria decida in fretta? [caption id="attachment_12443" align="aligncenter" width="300"] Marinus van Reymerswaele, "Il banchiere e sua moglie", 1539, Madrid, Prado[/caption]

Il caso Peugeot-Citroen e i limiti dell’Europa

Scritto da: il 27.10.12 — 0 Commenti
Sostegno pubblico francese per Banque Psa France, finanziaria del colosso automobilistico Peugeot-Citroen. Insomma, classici aiuti di Stato per fronteggiare le crescenti difficoltà di un gioiello nazionale al momento un po' in affanno. Lo ha dichiarato lo stesso gruppo industriale in un comunicato sui conti preliminari del terzo trimestre 2012, chiusi con ricavi in calo del 3,9% anno su anno a 12.93 miliardi di euro. L'annuncio che non saranno distribuite cedole per tre anni di fila ha poi messo in crisi il titolo alla Borsa di Parigi. 7 miliardi di euro di garanzie da parte dello Stato francese, quindi, per soccorrere in fretta la casa automobilistica Psa Peugeot Citroen. Inoltre, il piano di salvataggio per la Banque Psa Finance (Bpf) comprende anche 11.5 miliardi in non meglio specificate facilitazioni di cassa dalle banche transalpine. La Bfp è una finanziaria completamente controllata da Psa, nata, sulla scia di tante altre nel mondo, per dare ai potenziali clienti i denari necessari all'acquisto di una macchina Peugeot o Citroen. La (quasi) banca è in buona salute, ma il suo rating risente dei problemi non da poco della casa centrale, in crisi di vendite in Europa, tanto che qualche mese fa vi è stato il clamoroso annuncio della possibile chiusura di uno stabilimento vicino Parigi, nonché del taglio complessivo di 8.000 posti di lavoro per ridurre le ingenti perdite. Psa ha pubblicato dati molto crudi sulla propria situazione: nella prima metà del 2012, il gruppo ha infatti registrato una perdita di 819 milioni di euro. Dal canto suo, il premier francese Jean-Marc Ayrault ha specificato come, in cambio del sostegno, nel consiglio di sorveglianza della casa automobilistica francese vi sarà un rappresentante dello Stato come consigliere. Nel cda dell'azienda farà poi il suo ingresso pure un sindacalista, a tutela degli interessi dei lavoratori. Sugli aiuti da Parigi alla Psa, però, ...

Unesco, prove tecniche in vista dello Stato palestinese

Scritto da: il 01.11.11 — 2 Commenti
In vista dell'appuntamento più grosso, quello per il riconoscimento dell'Onu, ieri la Palestina ha incassato una storica vittoria, il riconoscimento dell'Unesco, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di cultura, di scienza, di patrimonio dell'Umanità. Si tratta della prima agenzia Onu a riconoscere come suo membro l'Autorità Nazionale Palestinese, senza dubbio un gesto simbolico di grande rilevanza. La notizia, in sé (geo)politica, è stata per me fonte di una riflessione tutta intima su come cambino gli uomini e le loro convinzioni, su come si evolvano o, se preferite, si involvano. Anni fa, diciamo una quindicina di anni fa, avrei gioito a sapere della scelta dell'Unesco. Oggi sono profondamente perplesso. Nel tempo, è infatti mutata di molto la prospettiva da cui guardo le cose. Dallo Stato palestinese come priorità alla sicurezza di Israele come priorità assoluta. Attenzione, nessun no preconcetto a che l'Anp diventi uno Stato vero e proprio. Ma solo quando questo non rappresenterà un pericolo per Israele. Per inciso, tutto ciò mi pone in contrasto netto sullo specifico argomento con le forze politiche italiane ed europee a me più vicine per ideali e pensiero economico, lacerando scelte e prassi della mia quotidianità. Tornando all'Unesco, una domanda è d'obbligo: la sua decisione è pericolosa per Israele? Il riconoscimento palestinese è arrivato al termine di un mese in cui erano già state fatte scelte pesanti contro Gerusalemme e la sua identità. L'agenzia dell'Onu ha infatti adottato una proposta araba che ha dichiarato «siti palestinesi» la cava dei patriarchi (la fortezza di Hevron di Erode, dove è situata la tomba dei padri d'Israele Abramo, Isacco e Giacobbe), la tomba di Rachele (luogo dove le donne ebree pregano per la propria fertilità) e quella di Giuseppe. Impossibile non vedere quanto sia grave e pericoloso il tentativo di cancellare la storia del popolo ebraico insito in ...

Caso Dexia, un salvataggio dal costo esorbitante

Scritto da: il 12.10.11 — 0 Commenti
L'istituto di credito franco-belga-lussemburghese Dexia è stato nuovamente salvato dal tracollo. Per inciso, la banca (che ha un totale di attivi di 518 miliardi di euro, pari a quello di tutto il sistema bancario greco) a luglio aveva passato senza problemi gli stress test, a riprova della davvero scarsa utilità di questo strumento. L'accordo governativo raggiunto prevede: 1) che il ramo belga sia acquisito dallo Stato (belga, ovviamente) per 4 miliardi di euro (operazione cui parteciperà, come sostegno finanziario, Ubs); 2) che i crediti nei confronti degli enti locali francesi passeranno alle società pubbliche (sempre francesi) Caisse des Depots et Consignations e Banque Postale; 3) che le attività in Lussemburgo verranno cedute ad una singolare cordata di investitori composta  dal governo lussemburghese e da taluni fondi del Qatar. Costo dell'operazione? Altissimo: i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo congeleranno ben 90 miliardi di euro a garanzia dei finanziamenti per Dexia. Al Belgio, Paese in crescita nonostante l'ormai cronicizzatasi incapacità di formare un esecutivo, il 65% dell'onere dell'operazione. Alla Francia il 35% ed al Lussemburgo il 3%. È bene ricordare come nel 2008 la banca sia già stata salvata tramite 6.4 miliardi di euro di sostegno statale. Soldi pubblici probabilmente andati sprecati, sembra di capire dalla corrente situazione. Ma proviamo a dare un'occhiata ai numeri dell'istituto che, sulla carta, è il n. 20 d'Europa. Dexia ha circa 35.200 dipendenti (per un terzo stanno in Turchia), più o meno 8 milioni di clienti, 19.2 miliardi di capitale azionario, 732 milioni di profitti netti dichiarati nel 2010 e 3.8 miliardi di euro di bond greci nel suo portafoglio, nel quale stanno anche titoli italiani e spagnoli. Addirittura, i bond di Grecia, Italia e Spagna potrebbero arrivare al 30% complessivo degli investimenti finanziari di Dexia, il cui management si è davvero rivelato di ben scarsa lungimiranza. La ...

Caso Dsk: intanto il finto stupro ha imposto la restaurazione all’Fmi

Scritto da: il 04.07.11 — 0 Commenti
Non era certo stato un pessimo direttore dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn prima dello scandalo sessuale che lo ha (temporaneamente) travolto. Tutt’altro. La sua è stata una figura assolutamente positiva sullo scacchiere globale degli ultimi anni. Direttore del Fondo Monetario Internazionale da fine settembre 2007, Dsk ha tentato di mutarne il volto. Sotto di lui, il Fondo, da bieco esecutore di politiche ultraliberiste, una sorta di usuraio degli Stati e dei popoli, si è trasformato in elemento di riequilibrio dell’economia mondiale, un “medico” delle finanze malate dei Paesi. Una mezza rivoluzione subita dagli Stati Uniti, che per decenni avevano utilizzato l’Fmi come strumento di potere assoluto per imporre ovunque sul pianeta la loro weltanschauung turbocapitalista. Che si trovi proprio qui la chiave di lettura dell’affaire Dsk? Ma a prescindere dalle sorti personali dell’ex direttore - che, scagionato dall'infamante accusa di stupro, potrebbe ora correre per le presidenziali francesi - una domanda da porsi, anzi, la domanda da porsi, riguarda il futuro dell’istituzione da lui guidata fino al "fattaccio". Suo successore è stata nominata Christine Lagarde, ex ministro dell’Economia francese. Di solida formazione americana, la Lagarde garantisce un “ritorno al passato” assai gradito a Washington nella gestione del Fondo, una “controriforma” che tenterà di azzerare i risultati raggiunti da Dsk. Dsk che, prima di essere additato dalla pubblica opinione nella migliore delle ipotesi quale marito infedele, per anni ed anni è stato unanimemente considerato un grande economista, un socialista in grado di gestire in maniera umana una istituzione sovranazionale, l'Fmi appunto, da molti considerata una mostruosità. Quello che a lungo è stato il francese più potente al mondo era riuscito nell’ardua impresa di riformare il Fondo Monetario Internazionale. Che sotto la sua direzione ha smesso di imporre semplicemente tagli draconiani ai bilanci degli Stati “soccorsi”, prediligendo politiche di lungo periodo in grado di garantire il ...

Vento (forte) di destra sulla Finlandia

Scritto da: il 18.04.11 — 0 Commenti
Un forte vento di destra soffia su di una delle più avanzate democrazie del mondo, la Finlandia. I risultati delle elezioni politiche di ieri non lasciano dubbi, il Paese per il momento ha accantonato l'opzione socialdemocratica, preferendo dare fiducia a conservatori e nazionalisti. La spiegazione di tutto ciò è relativamente semplice, i finlandesi hanno detto no ai salvataggi illimitati di chi non rispetta le regole comunitarie che vogliono i conti dei Paesi membri rigorosamente in ordine. Non a caso, la campagna elettorale è stata tutta incentrata sul caso Portogallo, da poco salvato dalla bancarotta dai denari comunitari. La vittoria dei conservatori, in sé assolutamente normale, è stata però accompagnata dal vero e proprio trionfo degli ultranazionalisti denominatisi "Veri finnici", dato anomalo per la moderata Finlandia. Di fatto la mappa del potere all'interno della Repubblica ne esce completamente ridisegnata. La Coalizione Nazionale, appunto il partito conservatore, ha conquistato il 20.4% dei consensi, i socialdemocratici il 19.1% e gli ultranazionalisti "Veri Finlandesi" il 19%, diventando così la terza forza politica del Paese grazie al loro carismatico leader, Timo Soini, fautore di una aggressiva visione populista, euroscettica e xenofoba. Gli europeisti del Keskus (Centro), lo storico partito del premier uscente Mari Kiviniemi, sono invece crollati al 15.8%. Non si può dire che siano spariti, ma solo nel caso in cui si dovesse decidere di escludere i nazionalisti dal governo potrebbero risultare determinanti. Sicuramente forti saranno le conseguenze del voto finlandese anche a livello di istituzioni comunitarie, con la Bce che sarà ancora più isolata di prima nel tenere a bada le voglie di Berlino che spinge per una ristrutturazione dei debiti dei Paesi a rischio senza troppo guardare alle conseguenze sociali. Inoltre, la Finlandia potrebbe ora, come accaduto in Francia ed Olanda con il referendum sulla Costituzione europea, bloccare il ...

Galan e i festival del cinema in Italia

Scritto da: il 25.03.11 — 1 Commento
La prima mossa di Giancarlo Galan da ministro della Cultura è clamorosa: un attacco frontale alla Festa del Cinema di Roma. Per il manager patavino l'Italia dovrebbe avere un solo festival cinematografico, quello di Venezia. Personalmente lo dico da anni ed oggi non posso che apprezzare la presa di posizione di Galan. Certo, però, che cancellare la kermesse romana non sarà semplice, né indolore. L'idea di Walter Veltroni - che da sindaco di Roma volle fortemente il Festival capitolino, poi divenuto Festa - era da fermare subito. Si trattava di una proposta debole ed inconsistente, una idea semplicemente sbagliata, ad di là della collocazione a destra, al centro o a sinistra di chi l'ha espressa. Ho difficoltà anche solo ad ipotizzare la scena di un sindaco di Parigi che immagini di far concorrenza a Cannes organizzando un suo festival parallelo di grande respiro internazionale, così come ha fatto Veltroni. Sarebbe sommerso dalle critiche. Ora però, dopo parecchi anni di attività della struttura romana, il pensiero deve innanzitutto andare a chi lavora attorno alla Festa. Che ha anche sviluppato un indotto considerevole. Insomma, è verissimo che il festival del cinema italiano per antonomasia è quello di Venezia, su cui occorrerebbe puntare tutte le energie e che, come detto da Galan «è strampalata la concorrenza di Roma». Ma ormai la Festa del Cinema romana è una realtà, con una sua economia e tanta gente che vi lavora. In tempi di crisi come questi abolirla avrebbe effetti drammatici per molte persone. Basta e avanza la sacrosanta critica espressa dal ministro. La Festa è una pirlata, ma ormai tocca tenercela. Giancarlo Galan

Pasticcio libico/4 Vittoria di Sarkozy: alla Nato solo il comando parziale delle operazioni

Scritto da: il 25.03.11 — 0 Commenti
Nella notte è arrivata da Bruxelles una notizia che getta una luce ridicola sulla pur tragica vicenda libica. La Nato guiderà solo una parte delle operazioni belliche in corso, in particolrae la sorveglianza della No Fly Zone. Per quanto riguarda le "altre operazioni", queste saranno condotte da un comando separato, gestito da un gruppo di contatto che si riunirà per la prima volta a Londra lunedì prossimo. Per il presidente francese Nicolas Sarkozy, per ora vincitore dello scontro diplomatico con gli alleati, «si tratterà di un coordinamento politico». Il leader (più o meno) neogollista fa così un bel passo avanti verso la ricorferma all'Eliseo. Per l'Italia, e segnatamente per la Farnesina, è una sconfitta che la dice lunga su quanto poco il nostro Paese conti oggi sullo scacchiere internazionale. Nicolas Sarkozy

Pasticcio libico/3 Sul chi deve comandare l’operazione ormai siamo alla farsa

Scritto da: il 22.03.11 — 1 Commento
Davvero è avvilente vedere come, mentre in Libia si vive la tragedia di una guerra civile spaventosa, in Europa si respiri sull'argomento un clima da farsa, con divisioni su tutto. L'Italia non gradisce la guida di Francia e Gran Bretagna e chiede che la Odissey Dawn sia gestita dalla Nato. Nella Nato il socio Turchia è (con una serie di comprensibili ragioni) contrario all'operazione. Il premier italiano Berlusconi si dice addolorato per Gheddafi (che forse nei bombardamenti ha prerso un figlio ... Forse ...) e manda in missione aerei che non bombardano. Davvero c'è da rotolarsi per terra dal ridere. Ma un caccia che parte dall'Italia ed arriva in Libia che fa se non tira missili? Evidentemente le istruzioni per il pilota sono di dare un'occhiata giù, fare "ciao" con la manina e rientrare alla base. Nel mentre, in Russia litigano fra di loro il premier (ex presidente) Putin ed il suo (ormai ex?) delfino (oggi presidente) Medvedev: il potentissimo ex agente del Kgb minaccia fuoco e fulmini sulla vicenda libica e parla di «crociata medievale» e l'inquilino (molto) pro tempore del Cremlino lo frena indignato. L'unica presa di posizione seria viene (come sempre) da un Paese nordico (che, per inciso, non fa parte dell'Unione Europea). La Norvegia, membro Nato, ha chiaramente detto che in questa confusione lascerà a terra i suoi caccia fino a quando non sarà deciso a chi affidare il comando delle operazioni. Roma quasi sta per fare la stessa cosa. Sola che prima ci siamo coperti di ridicolo. Muhammar Gheddafi

Pasticcio libico/1 Speriamo che l’attacco non sia stato un (grande) errore

Scritto da: il 20.03.11 — 5 Commenti
Ho sempre sostenuto che taluni regimi autoritari laici nel mondo islamico fossero utili a far diga, per così dire, contro l'estremismo religioso. Quello di Gheddafi era uno di questi. Sarkozy e Cameron hanno però voluto forzare la mano ed aiutare gli insorti della Cirenaica contro il raìs, che nel frattempo aveva buttato la maschera, mostrando il suo volto (più) folle e  massacrando decine di migliaia di libici dell'Est. A questo punto, considerando anche i tanti altri focolai insurrezionali accesi nel mondo islamico, c'è però seriamente da chiedersi quale ruolo abbia al-Qaeda in tutto ciò. E, soprattutto, a chi stiamo consegnando la Libia con l'operazione Odissey Dawn. Siamo certi che un governo post Gheddafi sarà migliore? O non stiamo per caso ponendo le basi per un Maghreb islamista? Il che, francamente, sarebbe per noi europei (soprattutto del Sud) un incubo difficile da spezzare. Mappa della Libia

Mantenere il senso di sé unico antidoto alla decadenza

Scritto da: il 01.03.11 — 7 Commenti
L'incontro tenutosi a Catania qualche giorno or sono fra la cittadinanza ed il coordinatore della Federazione della Sinistra (nonché leader dei Comunisti Italiani) Oliviero Diliberto ha fornito davvero degli spunti di riflessione preziosi per ragionare sul futuro del Paese e della singolare metropoli in cui viviamo. Perché arrendersi alla tristezza del tempo corrente non è possibile e quindi occorre sempre ragionare, ragionare, ragionare ... Dicendo 1.000 volte grazie a chi (ancora) riesce a dare input in tal senso. Come, appunto, il Diliberto. Non è facile vivere a Catania oggi. Per carità, non è facile vivere in Italia oggi. Ad essere sinceri non è per nulla facile vivere nell'Europa del Sud oggi. Come - si noti il crescendo di spietata consapevolezza - non lo era 20'anni fa e non lo sarà nemmeno fra altri 30'anni. Tanto grave è il gap fra i Paesi della fascia mediterranea e gli altri, quelli che vanno dalle Alpi in sù. Grecia, Italia, Francia, Spagna, Portogallo sono tutte realtà che, per ragioni diverse, sono segnate. Si possono salvare alcune aree di questi Paesi. Il Nord Italia (ma la criminalità anche lì è una piaga purulenta), la Bretagna in Francia, Barcellona o i Paesi Baschi (teppaglia filo Eta permettendo) in Spagna. Ma nel suo complesso l'Europa del Sud è decenni indietro rispetto a quella del Nord ed i suoi abitanti dovranno sputare l'anima per mettersi in sincrono con la Storia. In Italia poi, e segnatamente in Sicilia, le cose sono ancora più complesse. «Siamo diventati lo zimbello di tutti ed abbiamo toccato il punto più basso della vita civile e morale del Paese», ha mestamente notato Diliberto. E non si tratta solo del Rubygate, per carità. «È l'idea che tutto sia in vendita che sta corrompendo l'Italia intera», ha proseguito l'ex guardiasigilli. Come dargli torto? «Se Dio non esiste tutto ...

“The Ghost Writer” di Polanski trionfa ai César

Scritto da: il 28.02.11 — 0 Commenti
Durante il weekend sono stati assegnati i César, i principali riconoscimenti del cinema francese, una sorta di Oscar europeo del cinema di qualità.  Come miglior film è stato premiato Uomini di Dio di Xavier Beauvois, mentre a Michael Lonsdale è andata la statuetta per il miglior attore non protagonista, sempre per il medesimo film, che ha pure vinto il premio per la fotografia. Ma è stato The Ghost Writer (L'uomo nell'ombra nella versione italiana) del regista polacco Roman Polanski a trionfare, con ben 4 riconoscimenti. A Polanski è infatti andato il premio come miglior regista e, insieme a Robert Harris, quello per la miglior sceneggiatura non originale. La musica di Alexandre Desplat per l'opera ha poi ottenuto il premio per la miglior colonna sonora. Ad Hervé de Luze è infine andato quello per il miglior montaggio. Il film del maestro polacco (una coproduzione Usa, Germania, Francia) è andato in sala ad aprile dell'anno scorso, ma certo il César gli darà nuova linfa. In ogni caso, è un'ottima occasione per parlarne ancora. La trama è avvincente, anche se in alcuni punti non originalissima. L'ex primo ministro britannico Adam Lang (dietro la cui figura in qualche modo potrebbe anche essere intravisto Tony Blair) vive più o meno in ritiro su di un'isola in America (il set è stato allestito a Martha's Vineyard, l'isola dei Kennedy, per così dire, ad undici chilometri dalle coste del Massachusetts, davvero lontana dal mondo reale), insieme alla consorte, alla sua segretaria e a una nutrita squadra di protezione. Alla minuscola comunità di aggiunge un giovane editor (Ewan McGregor), incaricato di riscrivere la sua autobiografia. Il ghost writer, del tutto ignorante in fatto di politica, va a sostituire un predecessore, scomparso (suicida?) cadendo da un traghetto in circostanze poco chiare. Non ci vuole molto per lo scrittore, per quanto ingenuo, a ...

Democracy Index, la libertà è di casa (solo) in Scandinavia

Scritto da: il 03.02.11 — 0 Commenti
Non sembra affatto una delle più vive democrazie del mondo quella italiana, tutt'altro. Lo sostiene un'accurata ricerca dell'Università di Zurigo e del Social Science Research Center di Berlino, che hanno messo a punto il Democracy Index, una sorta di "barometro della democrazia", un indice che analizza le trenta democrazie storicamente più avanzate al mondo, almeno in linea teorica. I criteri utilizzati riguardano cento dati empirici con i quali si tenta di "misurare" come nei vari Paesi i cittadini vivono i principi libertà, uguaglianza e controllo sul potere. La ricerca è stata brillantemente ripresa dal sito Web Spiegel Online International (in inglese) del settimanale tedesco Der Spiegel. L'analisi verte sugli anni che vanno dal 1995 al 2005 e colloca l'Italia al 22° posto. Ovviamente, nell'elenco vi sono tutti gli Stati dell'Europa occidentale. L'Italia è terzultima nel Vecchio Continente, ma "si piazza" meglio di Gran Bretagna e Francia. A determinare il pessimo risultato italiano, la limitata libertà di stampa. I piani alti della classifica, è comprensibile, sono appannaggio dei Paesi nordici. La Danimarca risulta essere la democrazia più solida, seguita a ruota dalla Finlandia e dal Belgio, dove però l'ingovernabilità sta facendo seri danni alla convivenza civile. Seguono Islanda, Svezia, Norvegia, Canada, Olanda, Lussemburgo ed Usa, mentre la Germania è undicesima (molte donne presenti in Parlamento e netta separazione fra i poteri dello Stato). In basso Inghilterra e Francia, in 26a e 27a posizione. Chiudono la "classifica" la Polonia, il Sudafrica ed il Costarica. Interessante notare come l'Inghilterra sia considerata una democrazia non solidissima soprattutto a causa del sistema elettorale uninominale maggioritario, che per i ricercatori svizzero-tedeschi «potrebbe alterare il responso della volontà popolare». Stesso discorso per la Francia, che ha un basso numero di partiti in Parlamento sempre a causa del sistema elettorale maggioritario, per quanto a doppio turno. Mappa del Democracy Index ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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