Tutti gli articoli su GM

Il caso Peugeot-Citroen e i limiti dell’Europa

Scritto da: il 27.10.12 — 0 Commenti
Sostegno pubblico francese per Banque Psa France, finanziaria del colosso automobilistico Peugeot-Citroen. Insomma, classici aiuti di Stato per fronteggiare le crescenti difficoltà di un gioiello nazionale al momento un po' in affanno. Lo ha dichiarato lo stesso gruppo industriale in un comunicato sui conti preliminari del terzo trimestre 2012, chiusi con ricavi in calo del 3,9% anno su anno a 12.93 miliardi di euro. L'annuncio che non saranno distribuite cedole per tre anni di fila ha poi messo in crisi il titolo alla Borsa di Parigi. 7 miliardi di euro di garanzie da parte dello Stato francese, quindi, per soccorrere in fretta la casa automobilistica Psa Peugeot Citroen. Inoltre, il piano di salvataggio per la Banque Psa Finance (Bpf) comprende anche 11.5 miliardi in non meglio specificate facilitazioni di cassa dalle banche transalpine. La Bfp è una finanziaria completamente controllata da Psa, nata, sulla scia di tante altre nel mondo, per dare ai potenziali clienti i denari necessari all'acquisto di una macchina Peugeot o Citroen. La (quasi) banca è in buona salute, ma il suo rating risente dei problemi non da poco della casa centrale, in crisi di vendite in Europa, tanto che qualche mese fa vi è stato il clamoroso annuncio della possibile chiusura di uno stabilimento vicino Parigi, nonché del taglio complessivo di 8.000 posti di lavoro per ridurre le ingenti perdite. Psa ha pubblicato dati molto crudi sulla propria situazione: nella prima metà del 2012, il gruppo ha infatti registrato una perdita di 819 milioni di euro. Dal canto suo, il premier francese Jean-Marc Ayrault ha specificato come, in cambio del sostegno, nel consiglio di sorveglianza della casa automobilistica francese vi sarà un rappresentante dello Stato come consigliere. Nel cda dell'azienda farà poi il suo ingresso pure un sindacalista, a tutela degli interessi dei lavoratori. Sugli aiuti da Parigi alla Psa, però, ...

Saab, il pendolo della paura

Scritto da: il 21.12.09 — 4 Commenti
Davvero è un pessimo Natale per i lavoratori della Saab, la storica casa automobilistica svedese ormai da anni di proprietà dell'americana General Motors. Venerdì 18 GM aveva reso noto di voler porre fine all'attività della Saab dopo il fallimento dei negoziati con Spyker Cars, una piccola casa olandese specializzata in vetture sportive. Dopo il ferale annuncio, GM ha comunque ricevuto diverse altre proposte per Saab, proposte che ora intende valutare, anche se pare che proprio la Spyker abbia presentato in nottata una nuova offerta di acquisto per la controllata svedese del gruppo di Detroit. Prosegue quindi lo stillicidio di notizie sul destino di un brand storico dell'automobilismo mondiale. E prosegue il pendolo fra speranza e sconforto per i dipendenti del gruppo,  circa 4.000, che rischiano di dover andare tutti a casa.

La General Motors pensa di chiudere la Saab

Scritto da: il 28.11.09 — 0 Commenti
A giorni il cda della General Motors dovrebbe riunirsi a Detroit per decidere del destino della controllata Saab dopo che il gruppo svedese Koenigsegg ha rinunciato alla sua acquisizione. E dire che il governo di Stoccolma aveva anche garantito un prestito di varie centinaia di milioni di dollari per riportare il prestigioso marchio sotto una proprietà nazionale, contribuendo così a garantire anche l'occupazione negli stabilimenti della casa automobilistica. A questo punto, follie di una certa Globalizzazione, non è nemmenno da escludersi che GM decida di chiudere definitivamente Saab, uno dei brand più prestigiosi d'Europa, nonché una bella fetta di storia del celebre design scandinavo.

GM si tiene Opel, Putin deluso

Scritto da: il 04.11.09 — 4 Commenti
Ormai era nell'aria da qualche giorno quindi l'annuncio ufficiale pare aver sorpreso solo Vladmir Putin: la General Motors non vende più la Opel. Finisce così, almeno per il momento, una ridicola telenovela durata mesi e mesi. Sarebbe andata in maniera diversa se l'acquirente fosse stato la Fiat italiana e non il consorzio austro-canadese Magna? Non è dato saperlo, ma il sospetto è fortissimo. Insomma, a Detroit avrebbero di sicuro gradito di più avere Sergio Marchionne come interlocutore, ma di fronte alla prospettiva di cedere al Cremlino un'azienda importante come Opel (perché, al fine, questa era l'operazione Magna), GM ha preferito non vendere. La Merkel prenda appunti ed impari la lezione.

E nel frattempo i cinesi stanno per acquisire la Hummer

Scritto da: il 04.06.09 — 0 Commenti
Nella galassia in disfacimento di General Motors uno dei "bocconi" più appetibili e il brand Hummer, quello dei suv di dimensioni spaziali. Secondo il New York Times, l'affare potrebbe essere fatto dai cinesi della Sichuan Tengzhong. L'accordo dovrebbe salvare circa 3.000 posti di lavoro negli Usa. L'Hummer H2 Geiger

Opel, la Germania frena su Magna

Scritto da: il 04.06.09 — 4 Commenti
A pochi giorni dalla vittoria del costruttore di componenti austro-canadese Magna nella "corsa" al controllo di Opel il governo tedesco si sta forse accorgendo che la soluzione prevalsa non è la migliore. Angela Merkel ha quindi piantato una bella frenata dichiarando che «l'intesa non è vincolante». Forse che si è accorta del regalo che Berlino sta per fare a Putin? Del resto, anche da casa Magna non mancano le perplessità, tanto che il n. 1 del gruppo, Frank Stronach, ha dichiarato che non è mica sicuro che Opel sia salva con l'accordo raggiunto. «Ho fiducia che non porteremo i libri in tribunale - ha detto Stronach alla stampa - ma garanzie non ne possiamo dare». Non so quello sopra Berlino, ma in questo momento il cielo sopra Russelheim mi sembra davvero grigio scuro ... Angela Merkel

La crisi di General Motors come quella di Citigroup, un’occasione per riflettere sulla “mergermania”

Scritto da: il 28.05.09 — 7 Commenti
Secondo Bloomberg, il gigante automobilistico statunitense General Motors potrebbe far ricorso alla procedura di amministrazione controllata già da lunedì prossimo e quindi vendere la maggior parte dei suoi asset alla nuova società che dovrebbe nascere dalla procedura fallimentare. La casa automobilistica riceverà i fondi di finanziamento dal Tesoro Usa. Nel mentre sarà impegnata nella cessione degli asset alla nuova Gm, che sarà a sua volta controllata dal governo americano. Il piano è nei documenti presentati all'autorità di controllo dei mercati Usa, la Sec. Il tracollo di GM ricorda molto da vicino la profondissima crisi che qualche mese fa colpì il colosso più colosso di tutti, Citigroup, la megabanca americana che a novembre annunciò la necessità di tagliare altri 52 mila posti di lavoro, oltre i 23 mila già tagliati qualche mese prima, e nonostante questo rischiò ugualmente di fallire. Sei mesi fa solo le perdite derivanti dalla crisi dei mutui immobiliari e del credito al consumo superarono i 50 miliardi di dollari ed il calo in Borsa in una settimana toccò il 60% (72% nel mese di novembre), facendo precipitare il titolo sotto i 4 dollari ad azione contro i 55 dell'anno prima. È oltremodo evidente come ai problemi comuni di questa congiuntura terribile per tutti si era aggiunto per Citigroup l'aggravante di una struttura elefantiaca sempre meno giustificabile. Tant'è che si è ragionato e si ragiona nell'ordine di 75 mila licenziamenti senza temere contraccolpi in termini di funzionalità. Il che vuol palesemente dire che la burocrazia è tanta dentro il gigante newyorkese e di molti funzionari si può anche fare a meno. La crisi di General Motors o Citigroup può quindi essere letta anche quale crisi di quel modello di sviluppo (bancario ma non solo, come appunto dimostra il caso GM) che ha puntato a dimensioni ipertrofiche trovandosi ora drammaticamente impantanato. Insomma, occorre una volta per tutte dire chiaro e tondo che ...

Scontri a Londra, sequestri a Parigi e Milano: il Capitalismo è sotto assedio?

Scritto da: il 02.04.09 — 0 Commenti
Gli scontri con addirittura una vittima avvenuti ieri a Londra, i "sequestri" di dirigenti d'azienda a Parigi e le proteste diffuse di questi giorni sono un pessimo segnale per il Capitalismo. Perché se le proteste dei No Global che hanno devastato una delle filiali londinesi della Royal Bank of Scotland possono essere considerate frutto dell'usuale (ed arginabile) violenta strategia di pochi in grado di condizionare grossi eventi sfruttandone la carica mediatica, le azioni degli operai francesi che in più occasioni negli ultimi giorni hanno asserragliato nei loro uffici dei top manager (ma oggi è accaduto anche a Milano) non possono essere liquidate con una alzata di spalle. Se dei padri di famiglia cominciano a compiere gesti così eclatanti, è chiaro che qualcosa sta saltando in Occidente. Ed è chiaro anche che i piani di salvataggio dell'economia globale predisposti da Barack Obama o dai vari governanti europei vengono visti dalla gente comune come un'ancora di salvezza per dei soggetti, in primo luogo le banche, a torto o a ragioni individuati quali principali responsabili della crisi in atto. Perché, ci si chiede, dare denaro per ripianare i conti delle banche, delle assicurazioni, delle industrie decotte come General Motors e non aiutare, tipo ripianando il rosso dei loro conti correnti, le famiglie? Questa è la reale (diffusa) domanda cui i grandi della Terra (8 o 20 poco importa) dovrebbero dare urgente risposta ... Una manifestazione durante il G20 di Londra

GM, finalmente Wagoner scollato dalla poltrona

Scritto da: il 30.03.09 — 5 Commenti
Davvero, come titolano oggi un po' tutti i giornali del mondo, è un terremoto "transoceanico "quello che nella notte vi è stato nel globalissimo mondo dell'auto. Negli Usa Rick Wagoner, presidente ed amministratore delegato della General Motors, si è dimesso, sostituito da Fritz Henderson (fino ad ora direttore dello sviluppo), come ad (o ceo che dir si voglia) e da un membro del consiglio d'amministrazione, Kent Kresa, come presidente (almeno per ora) provvisorio. Parallelamente in Francia, qualche ora prima, il consiglio di sorveglianza del gruppo Peugeut-Citroën, presieduto da Thierry Peugeot, ha defenestrato il presidente del comitato, Christian Streiff, in considerazione delle «difficoltà eccezionali» che sta attraversando l'azienda. Al suo posto andrà Philippe Varin. Per quanto riguarda la GM, pare che la testa di Wagoner sia stata chiesta direttamente dal presidente Barack Obama, che avrebbe subordinato gli aiuti di Stato al colosso di Detroit alle dimissioni dell'uomo che, al comando della multinazionale da 8 anni, sarebbe uno dei principali responsabili delle sua profonda crisi. Ottima mossa, quella di Obama. Perché non si può affatto chiedere alla collettività una marea di denaro pubblico per essere salvati mantenendo ancora il comando di una impresa che palesemente si è portata allo sfascio. A questo punto c'è solo da sperare che il criterio della Casa Bianca si diffonda e diventi ovunque conditio sine qua non per accedere agli aiuti di Stato.

Crisi globale, la Germania pensa già a come salvare la Opel

Scritto da: il 23.02.09 — 2 Commenti
Il governo tedesco sta valutando per tempo come agire per contrastare (e se possibile evitare del tutto) i contraccolpi socio-economici che l'eventuale fallimento dell'americana General Motors, che controlla la storica casa automobilistica Opel, comporterebbe nel Paese. Un tracollo di Opel potrebbe costare ai contribuenti tedeschi una somma fino a tre miliardi di euro. Giocoforza che occorra agire prima per evitare circa 26mila disoccupati in più in un solo colpo in Germania. La mossa più plausibile è quella di un ingresso del governo nel capitale della Opel in caso di fallimento di GM, magari tramite i governi dei lander in cui l'azienda è presente con i suoi impianti (Nord Reno-Westfalia, Assia, Turingia e Renania Palatinato).

Il Senato americano dice no agli aiuti per l’auto

Scritto da: il 12.12.08 — 2 Commenti
BREAKING NEWS - Con un voto (quasi) a sorpresa il Senato americano ha detto no alla legge proposta dalla Casa Bianca in accordo con i deputati democratici per soccorrere il comatoso settore auto americano. A questo punto si profila concretamente lo spettro del collasso, se non per la Ford, almeno per la General Motors e la Chrysler. Del resto, l'elefante GM è in netta crisi da troppi anni ed è francamente difficile che possa uscire dalla corrente fase in maniera indolore. Toccherà comunque a Barack Obama, nel caso il gigante di Detroit dovesse portare i libri in Tribunale, gestire un fallimento senza precedenti nella storia americana.

Citigroup, GM, Yahoo!: terremoti a catena per l’economia globale

Scritto da: il 18.11.08 — 0 Commenti
Ormai qualcosa è andato in tilt nell'economia mondiale, con le Borse che non riescono a riprendersi, nonostante gli sforzi dei governi, e le pessime notizie che si susseguono a raffica dalle corporation più potenti. Ieri Citigroup, che di fatto è la prima banca del pianeta, ha annunciato l'intenzione di tagliare 52 mila posti di lavoro. Notizia grossa che ha depresso i mercati, ma che diviene di poco conto rispetto ai 3 milioni di lavoratori che rischierebbero di perdere il lavoro qualora la General Motors dovesse fallire. Eventualità per nulla remota, sia chiaro. Oggi è poi giunta la notizia del caos scoppiato dentro Yahoo!, la multinazionale del Web. Jerry Yang, amministratore delegato e co-fondatore del gruppo insieme a David Filo, si è dimesso. Ha pagato la mancata fusione con Microsoft, che molti dentro la sua azienda vedevano come una immensa occasione. Perché a maggio Yang ha di fatto rifiutato una offerta di Microsoft che valutava Yahoo! 31 dollari ad azione (per un totale di 47 miliardi di dollari per l'intera operazione). Dopo il no a Bill Gates, il valore del titolo Yahoo!, che a febbraio aveva toccato il 30 dollari, è sceso progressivamente fino ai 10.63 di ieri, per risalire leggermente nel post chiusura ad 11.10, alle prime notizie dell'uscita di scena di Yang.  Ora si cerca febbrilmente un suo sostituto all'altezza. Nel mentre, uno dei colossi più importanti della cosiddetta New Economy rimarrà pericolosamente senza guida.

La maledizione della Lehman Brothers, gigante sorto sul sangue dei neri d’Alabama

Scritto da: il 16.09.08 — 36 Commenti
Travolta dalla crisi dei subprime, alla fine è fallita anche la banca d'affari Lehman Brothers, appena due settimane dopo il salvataggio governativo delle due principali banche semiprivate (o semipubbliche, se si preferisce) che negli Usa erogano mutui immobiliari, Freddie Mac e Fannie Mae. Mentre un po' tutti gli analisti aspettano a breve (ormai da un paio d'anni) il crollo dell'indebitatissima General Motors, cadono una dopo l'altra una serie di banche non troppo tempo fa giudicate ancora solide. Segno che chi produce beni tangibili, come GM, forse ha qualche chance in più di salvarsi quando è il difficoltà rispetto a chi vaga nel nulla fatto flusso informatico della finanza globale. Certo, inquieta, e molto, il crack della Lehman Brothers, fondata nel 1850, preistoria per gli economisti di oggi. Un tonfo sesquipedale da 613 miliardi di dollari il suo, nonostante la fama da guru infallibile dell'ad Richard Fuld. Un uomo in grado di far salire le quotazioni del titolo fino a 66 dollari. Per poi trascinarle a 24 centesimi. Scrive Vittorio Zucconi su la Repubblica di oggi: «C'è qualcosa di spaventosamente banale, perché già visto molte volte come quegli uragani che si abbattono ogni anno, nel collasso della quarta banca d'affari americana consumato in questo weekend, la Lehman Brothers. Come nella fine di Bear Stearns, di Merrill Lynch - la numero uno risucchiata dalla Bank of America - nell'assalto in atto al titano delle assicurazioni Aig, nelle febbre che sta facendo rabbrividire marchi stellari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan, c'è semplicemente l'altra faccia del "sogno americano". L'incubo americano». È proprio così, the dream che si trasforma in nightmare. Tipico della cultura americana. Ed un gigante come Lehman Brothers collassa, bruciando un valore complessivo prefallimento di oltre 500 miliardi di dollari e, soprattutto, triturando le vite di 27 mila dipendenti (140 in Italia). Comprensibilmente, il panico si sta diffondendo nel ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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