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Dire che la protesta degli studenti britannici è sacrosanta non rende l'idea. Ieri Londra è stata messa a soqquadro dai manifestanti contrari all'abnorme aumento delle tasse universitarie, passate da 3.000 a 9.000 sterline l'anno. Una pazzia classista che ci sembra indegna di un conservatore moderno ed equilibrato come fin qui è apparso il giovane David Cameron.
Ora ci si aspetta una veloce marcia indietro. Lo stato dei conti pubblici di Londra sarà anche grave, ma non si può ipotecare il futuro dell'intero Paese in questa maniera vergognosa. Dimostri Cameron che il passato thatcheriano è davvero morto e sepolto. Altrimenti ci sarà da rimpiangere Brown. Il che sarebbe davvero il colmo ...
Il Parlamento nipponico ha eletto Naoto Kan primo ministro in sostituzione di Yukio Hatoyama, dimessosi l'altro ieri in seguito alle polemiche suscitate dalla sua decisione di non chiudere la base statunitense di Futenma, nell'isola di Okinawa.
Figlio di un uomo d'affari, buddista, laureatosi al Tokio Institute of Technology, Kan, che prima di approdare al Partito Democratico è stato socialista, è noto per il suo supporto alla Forza di Auto-Difesa del Giappone, che vorrebbe più attiva sullo scenario internazionale.
In appena sei mesi da ministro delle Finanze nel governo Hatoyama, Kan, che è amico personale dell'ex premier italiano Romano Prodi, ha ben lavorato, contribuendo a traghettare rapidamente il Giappone fuori dalla crisi, ma la sua tenuta nel ruolo di premier è certo un'incognita. Del resto, anche Gordon Brown è stato a lungo un ottimo cancelliere dello scacchiere, ma da primo ministro britannico ha fortemente deluso.
[caption id="attachment_8468" align="aligncenter" width="500" caption="Naoto Kan"][/caption]
Non sarà Caino e Abele in salsa laburista, ma certo la contrapposizione fra Ed e David Miliband per la leadership del Labour Party fa riflettere sulle eterne difficoltà nei rapporti di fratellanza fisica. Il nemmeno 40enne Ed Miliband, economista, ex ministro dell’Ambiente e dell’Energia, contrario alla guerra in Iraq, dichiaratamente di sinistra e fedelissimo di Gordon Brown, che si confronta/scontra con il fratello David Miliband, 44enne, ex ministro degli Esteri, fedelissimo di Tony Blair. Sullo sfondo, l’ingombrante figura del padre, Ralph Miliband, morto nel 1994, influente pensatore marxista di radici ebraico-polacche, le cui tesi oggi sembrano pesare più sulle idee di Ed che su quelle di David.
Chi vincerà fra i due? Il giovane di sinistra o il meno giovane meno di sinistra? Inevitabilmente, la scelta avrà il sapore (anche) del giudizio storico, a 13 anni dal “misfatto”, sul “nuovismo” di Tony Blair, l’uomo che con il suo charme è riuscito a trasformare il Labour da solido partito socialdemocratico europeo in scialba formazione riformista senza che nessuno facesse le (forse opportune) barricate.
Un’ultima domanda: ma il Labour che ha straperso le elezioni di qualche settimana fa è il New di Blair che ha (finalmente) annoiato gli elettori o il semi Old di Brown che non nel suo grigiore non ha mai saputo prendere una netta posizione nei confronti della rivoluzione blairiana? Dalla guerra dei Miliband forse una qualche indicazione in merito la si riuscirà ad avere …
[caption id="attachment_8399" align="aligncenter" width="340" caption="Ed e David Miliband"][/caption]
L'ultimo capolavoro di Tony Blair è essersi sfilato (ma non troppo) dal disastro laburista senza perderci la faccia. Ieri è infatti finita la sua era, ma Blair è così stato fortunato da non essere stato lui a seppellire il New Labour, ma il rivale interno Gordon Brown. Il grigio burocrate (per anni però ottimo cancelliere dello scacchiere, lo si ricordi) che ha avuto l'ardire, in un momento storico in cui la comunicazione in politica è tutto, di pretendere di rimpiazzare un mago del settore come Blair, bello, giovanile e brillante.
I conservatori hanno quindi vinto le general election 2010, ma non hanno la maggioranza assoluta. Per il "blairiano" David Cameron si profila un governo di minoranza o la mediazione con il gruppo, quantitativamente non risibile, dei parlamentari nazionalisti di Scozia e Galles o con quello degli unionisti dell'Irlanda del Nord. Ovvero, ma l'ipotesi è poco praticabile, un governo di coalizione con i laburisti, come proposto dal premier uscente Brown. In ultimo, l'eventualità che a fine anno si possa tornare a votare, ma non è nello stile del Regno.
Resta da valutare la delusione dei liberaldemocratici. Il leader Nick Clegg, un genio come capacità comunicative, ha avuto a lungo i sondaggi a favore, ma alla fine i whig hanno addirittura portato a casa meno parlamentari del 2005. Perché? Semplice: oggi non c'è nessuno spazio in Gran Bretagna per un proposta europeista. La gente è convinta che la moneta unica sia una iattura (e come dargli torto?) e il caos greco è lì a indicare che dalla zona euro è meglio star lontani.
[caption id="attachment_8347" align="aligncenter" width="280" caption="David Cameron"][/caption]
Ieri sera in Gran Bretagna vi è stata sulla Bbc la prima sfida televisiva fra i tre candidati alle elezioni politiche di maggio. Secondo gli instant poll, il leader liberaldemocratico Nick Clegg è stato il più incisivo, con il 51% degli spettatori che lo ha giudicato vincente nel confronto con il premier laburista Gordon Brown (19%) ed il leader conservatore David Cameron (20%).
Clegg ieri mattina non sembrava avere chance, ma dopo il dibattito il Guardian addirittura lo dà come possibile premier. Una previsione certo azzardata, ma affascinante.
Del resto, un ritorno dei whig a Downing Street significherebbe davvero la fine dell'equlibrio politico che ha caratterizzato tutto il '900 britannico e questi primi dieci anni del nuovo millennio. Una vera rivoluzione, la rivoluzione whig appunto ...
[caption id="attachment_8205" align="aligncenter" width="460" caption="Nick Clegg"][/caption]
Nel giugno del 2008 gli irlandesi avevano bocciato il Trattato di Lisbona con un 53% di voti sfavorevoli. Ad un anno di distanza sembrano proprio aver cambiato idea, approvandolo con un sonoro 67.1% di sì. Che cosa è accaduto nel frattempo? Semplice, la crisi economica globale ed il conseguente "sboom" dell'Irlanda, che hanno fatto passare in secondo piano il timore di perdere la sovranità su temi importanti come l'aborto, la politica fiscale o la tradizionale neutralità del Paese. Un Paese colpito da una violentissima recessione, tanto che ha dovuto essere salvato dalla bancarotta dalla Banca Centrale Europea.
Il campo dei contrari all'accordo di Lisbona accusa il colpo, ma è ancora forte in Europa, a partire dalla Repubblica Ceca presieduta da Vaclav Klaus, campione supremo degli euroscettici.
In Gran Bretagna c'è poi in attesa David Cameron, leader di quei conservatori che sicuramente vinceranno le elezioni politiche previste in Uk nella prossima primavera. Cameron non solo da premier indirà un apposito referendum sul Trattato, ma addirittura è il leader di un partito la cui base in larga maggioranza è favorevole all'uscita del Paese dall'Unione
Ma che cosa dice l'accordo di Lisbona di così dirompente da suscitare simili levate di scudi? I suoi punti più importanti riguardano la nomina di un presidente dell'Unione che rimarrebbe in carica per due anni e mezzo e di un ministro degli Esteri con reali poteri di direzione. Inoltre, il Trattato prevede un netto aumento delle materie sulle quali il Consiglio Europeo potrà decidere a maggioranza e non più all'unanimità, dando all'Ue maggiori autorevolezza e governabilità.
Sul primo nome che andrebbe a ricoprire la carica di presidente europeo non mancano poi le tensioni già da ora. L'ex premier britannico Tony Blair, che dopo aver lasciato Downing Street si è anche convertito al cattolicesimo, è in pole position, sostenuto da Parigi, Berlino e ...
Mentre 5 dei 9 dipendenti iraniani dell'Ambasciata del Regno Unito a Teheran arrestati ieri sono stati rilasciati, dilaga la protesta nel Paese. Sembra che le persone scomparse, sequestrate dalle forze dell'ordine, ormai siano centinaia, in puro stile cileno.
Sui morti non si hanno dati certi, ma alcune fonti parlano anche in questo caso di centinaia di vittime.
Comprensibilmente, le relazioni fra Teheran e Londra sono tesissime. La crisi diplomatica fra i due Paesi, per inciso, cade in un frangente di estrema debolezza dell'esecutivo britannico guidato da Gordon Brown, che da mesi perde pezzi e consensi.
Mappa dell'Iran
L'attentato di sabato notte a Massareene è stato rivendicato dalla Real Ira, il sedicenteo "vero" Irish Republican Army, che ha anche annunciato un'ondata di nuovi attentati dopo quello contro la base militare di Antrim, a nord di Belfast, il cui bilancio al momento è di due militari morti e quattro gravemente feriti.
L'annuncio del gruppo separatista cattolico è stato fatto con una telefonata al Sunday Tribune, un quotidiano irlandese. Quello di sabato, ha dichiarato il telefonista della Real Ira, è stato solo il primo attentato (il più grave in oltre dieci anni) di una nuova campagna di terrore nelle Sei Contee nordirlandesi.
Lapidario il premier britannico Gordon Brown, che si è detto certo che «l'attacco non farà deragliare il processo di pace, che ha tutto il sostegno della popolazione».
Una immagine notturna di West Belfast, per decenni cuore del conflitto nella capitale nordirlandese
La crisi della piccola nazione fin qui condotta come fosse un unico fondo d'investimento mette in imbarazzo la Gran Bretagna, che aveva investito, e stuzzica l'appetito della Russia. Cambiando, in previsione, gli equilibri di Nato e Ue
I Paesi scandinavi vanno in soccorso dell'Islanda. Il ministro delle Finanze finlandese ha infatti annunciato che il suo Paese, unitamente a Svezia, Norvegia e Danimarca, concederà al governo di Reykjavík un prestito di 2.5 miliardi di euro, per consentire all'Isola artica di affrontare la crisi economica che sta travolgendola. Crisi che per qualche aspetto è sorprendente, per altri può essere istruttiva nel contesto europeo.
L'annuncio di Martti Hetemaki ha seguito di poche ore quello del Fondo monetario internazionale, che ha accordato all'Islanda un prestito di 2.1 miliardi di dollari. Notizie che, se da una parte attenuano le fosche ombre che si sono addensate sul futuro islandese, dall'altra non bastano a placare la tempesta finanziaria che infuria su Reykjavík.
Mentre le Borse mondiali sono sulle montagne russe, in Islanda si susseguono le proteste di chi chiede le dimissioni del premier, il conservatore Geir Haarde, leader del Partito dell'Indipendenza, e un veloce ingresso nell'Unione Europea, ipotesi tradizionalmente snobbata dagli islandesi.
Già qualche mese fa il piccolo Stato artico dalla (finora) dinamica economia aveva sfiorato una pesante crisi finanziaria. Ma dal crollo di Lehman Brothers in avanti, la catastrofe globale ha travolto le sue potenti banche, mettendo in forte affanno il premier Geir Haarde, che dal suo arrivo al governo, nel giugno del 2006, ha di fatto gestito il Paese come un enorme hedge found.
Ma la politica del fondo d'investimento non ha pagato: in poche settimane sono entrati in crisi, uno dopo l'altro, i tre grandi istituti di credito, Kaupthing Bank, Landsbanki Islands e Glitniril, che sono stati nazionalizzati in fretta e furia.
Parallelamente, la Borsa ha subito tracolli pesantissimi, la ...