Tutti gli articoli su Grecia

Europa, ormai è indispensabile l’unione bancaria (oltre che politica)

Scritto da: il 02.04.13 — 0 Commenti
Da tempo, troppo tempo, i Paesi membri della cosiddetta Eurozona stanno trattando per definire la normativa dell'unione bancaria da più parti auspicata. Fermo restando che al Vecchio Continente servirebbe soprattutto una vera unione politica dalle Azzorre alla Siberia, i drammatici fatti di Cipro palesano anche la stringente esigenza di quella appunto bancaria. Qualche mese fa si era giunti a una sorta di accordo sui suoi possibili fondamenti: vigilanza centralizzata a cura della Bce, un sistema europeo di garanzie per i depositi oltre i 100mila euro (per quelli sotto in genere, come in Italia, c'è la garanzia dei singoli Stati) e un fondo europeo per i possibili fallimenti degli istituti di credito. Oltre alla tutela dei risparmiatori (a un simile scopo, in tutta franchezza, credo poco), obiettivo palese di tali scelte è circoscrivere quanto più possibile gli effetti della crisi di una singola banca, evitando che il default di un istituto possa minare la stabilità dell'intero sistema economico-finanziario continentale. Finora, però, tutto ciò è rimasto sulla carta. Negli anni abbiamo assistito ai tracolli di Islanda (piccolo ma certo importante Paese europeo, per quanto extra Ue), Grecia e ora Cipro, nonché ai ripetuti allarmi su Portogallo, Spagna, Italia e adesso (new entry fra i cosiddetti Pigs) Francia. Che cosa ancora deve accadere di più grave rispetto alla corrente situazione cipriota perché chi deve decidere sull'attuazione dell'unione bancaria decida in fretta? [caption id="attachment_12443" align="aligncenter" width="300"] Marinus van Reymerswaele, "Il banchiere e sua moglie", 1539, Madrid, Prado[/caption]

Eurogruppo: ancora una fumata nera per la Grecia, ma l’intransigenza della Finlandia davvero non si capisce

Scritto da: il 21.11.12 — 0 Commenti
Stanotte i ministri delle Finanze dell'eurozona e il Fondo monetario internazionale non sono riusciti a raggiungere un accordo definitivo sulla Grecia, nonostante una maratona di oltre undici ore di colloqui a Bruxelles. La riunione proseguirà lunedì, come annunciato dal presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ma intanto si tratta della seconda volta in pochi giorni (il precedente meeting si era tenuto lunedì 12) che l'accordo salta. Il nodo centrale permane la riduzione del debito pubblico greco al 120% del Pil entro il 2020, come inizialmente concordato dai creditori internazionali. Ma mentre l'Fmi resta impuntato su tale obiettivo, i ministri delle Finanze dell'eurozona sono più realisti e vorrebbero posticipare il target di 2 anni. Attenzione, 2 anni in più l'Eurogruppo non li concederebbe ad Atene per buon cuore, ma per mera convenienza. Secono i calcoli fatti dagli esperti, infatti, pare che soltanto rinunciando i Paesi Ue a una parte del credito vantato verso la Grecia questa possa raggiungere l'obiettivo del 120% entro il 2020. Per evitare questa opzione, l'Eurogruppo spinge quindi per spostare il target al 2022, con dei costi supplementari che sarebbero però attorno ai 32.6 miliardi di euro. Il Fmi preferirebbe invece la revisione dei crediti piuttosto che lo spostamento temporale dell'obiettivo (del resto, in questo caso, a perdere tanti denari sarebbero i Paesi Ue). Sullo sfondo di tale diatriba, colpisce la durezza della posizione non solo della Germania, ma anche dell'Olanda e della Finlandia. Singolare davvero per Helsinki, essendo la Suomalainen Tasavalta uno Stato legato a triplo filo ad una multinazionale, la Nokia, non certo in ottima salute. A prescindere dalla recente alleanza con Apple per le mappe Nokia Here su iPad e iPhone, il colosso finnico della telefonia è davvero con i piedi d'argilla e una sua eventuale crisi significherebbe quasi certamente una profonda crisi per l'intero Paese. Considerassero bene tutto ciò ...

Arriva il DebtRank, nuovo indice per valutare il rischio sistemico della finanza globale

Scritto da: il 30.10.12 — 0 Commenti
Contro i rischi della finanza globale, vera responsabile della lunga crisi in corso dal settembre 2008, potrebbe arrivare un indice di valutazione dell'importanza dei "nodi" della rete che collega fra loro le innumerevoli istituzioni per comprendere in anticipo quali di essi, in caso di default, potrebbero innescare una crisi del sistema nel suo complesso. Denominato DebtRank, è davvero il primo esempio di una metodologia, certo perfettibile, in grado di stabilire quali siano i nodi sistemici di maggior peso in una rete di dimensioni ormai ciclopiche. Facciamo un esempio pratico. I gravi problemi di Stati come Grecia (Paese medio-piccolo sotto il profilo economico) o Spagna (Paese medio) hanno messo a repentaglio un colosso come l’Unione europea, rischiando altresì di estendere gli effetti nefasti del crollo al resto del pianeta. È ciò che si intende per rischio sistemico, strettamente connesso alla fittissima rete di esposizioni che da decenni ormai collega in maniera inestricabile (o, comunque, ben difficilmente, districabile) le migliaiai di istituzioni finanziarie publiche e private operanti nel mondo. Uno studio congiunto del Politecnico di Zurigo e dell’Istituto per i sistemi complessi del Cnr di Roma, presentato sulle pagine di Nature Scientific Reports, avanza ora l'ipotesi di un indice in grado di effettuare una valutazione sul rischio sistemico della finanza globale. DebtRank l'hanno chiamato. Fondamentale l'individuazione di quelle istituzioni finanziarie «sistemicamente importanti», vale a dire quelle «troppo centrali per fallire», che potrebbero innescare un default (appunto) sistemico. «Per elaborare il nuovo indice», si legge nello studio, «i ricercatori hanno fatto riferimento a una grande mole di dati, ivi compresi quelli (fino a poco tempo fa gelosamente tenuti riservati) delle istituzioni private e degli stati degli Usa che nel periodo marzo 2008 - marzo 2010, quello più acuto per la gli equilibri finanziari statunitensi, hanno ricevuto aiuti da parte della Us Federal Reserve Bank (Fed) attraverso programmi ...

La Grecia è rossa … Ma (purtroppo) anche un po’ bruna

Scritto da: il 07.05.12 — 0 Commenti
Ma che cosa pensavano gli usuali partiti greci (centrodestra e centrosinistra), di poter vincere le elezioni più delicate della storia del Paese dopo il macello sociale che hanno messo in atto negli anni e nei mesi scorsi? I classici politici di governo non sono riusciti a raccogliere abbastanza consensi per formare una coalizione dopo il voto di ieri ed ora siamo al paradosso di Antonis Samaras, il leader di Nuova Democrazia (il partito conservatore) che ha l'incombenza, più che l'incarico, di formare il nuovo esecutivo. Nuova Democrazia, per inciso, ha avuto il 18.8% dei voti, con il premio è arrivata appena a 108 deputati, ma ce ne vogliono 151 per un governo. I conservatori di Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok, le formazioni che si sono alternate alla guida della Grecia negli ultimi decenni e che sono, fattore non da poco, gli unici fra i partiti maggiori a sostenere il programma di salvataggio/strozzinaggio targato Ue-Fmi che sta affondando la Grecia, hanno ottenuto insieme meno del 33% dei voti e solo 150 dei 300 seggi parlamentari a disposizione. Un governo di coalizione nazionale solo con loro andrebbe quindi in minoranza ad ogni stormir di fronda. Per riuscire a rinnovare la loro gracile "grande coalizione" dovranno quindi ottenere l'appoggio di altre formazioni, ma l'impresa appare davvero ardua. Ogni possibile intreccio sembra infatti destinato ad avere vita governativa assai breve. Il rischio è che la Grecia precipiti in una infinita incertezza politica. Il che potrebbe avvicinare il collasso del debito europeo complessivo. Samaras ha in queste ore invocato un governo di unità nazionale per l'Europa con l'intento di mantenere il Paese nella zona euro, obiettivo condiviso anche dal leader del Pasok Evangelos Venizelos. Di contro, i partiti minori che hanno vinto le elezioni sono tutti contro il piano di salvataggio Ue-Fmi. Il problema è che ...

Crisi, per uscirne occorre mettere l’uomo giusto al posto giusto a tutti i livelli

Scritto da: il 01.11.11 — 0 Commenti
Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l'effetto Grecia in tutta l'eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno perso rispettivamente il 5.38% ed il 5%. Spread Btp-Bund a 459, ma sotto pressione anche i titoli bancari, con Unicredit e Intesa-San Paolo a lungo sospesi per eccesso di ribasso (alla fine, -14.22% per UniCredit e -15.65% per Intesa). Insomma, è stato l'ennesimo giorno di (ormai) ordinaria follia sui mercati. È utile chiedersi ancora perché? Posto che la responsabilità di quanto sta accadendo non è possibile addossarla per intero alla speculazione internazionale (che ha un suo ruolo sì, ma entro certi limiti), è evidente come la situazione corrente sia l'esito di una serie di concause. Probabilmente, oltre 20'anni dopo il crollo del cosiddetto socialismo reale, il capitalismo è anch'esso a fine ciclo. Il che sta accadendo anche - coincidenza terribile - in un momento di leadership nazionali e globali non all'altezza della situazione. Obama non è Clinton, Sarkozy non è Mitterrand, Berlusconi non è Spadolini, la Merkel non è Kohl, Barroso non è Delors. Bisogna prenderne atto. Ovvio che ormai i problemi delle città italiane sono irrisolvibili se non a livello centrale a Roma, così come i problemi italiani sono irrisolvibili se non a livello centrale a Bruxelles e quelli europei sono irrisolvibili se non a livello globale. Detto questo, è chiaro che il nostro Paese, lo scrivo da mesi e mesi, paga sempre più una crisi di credibilità senza precedenti per l'Italia repubblicana. Ma non è che Europa ed Usa stiano poi tanto meglio. Ad esempio, vien da chiedersi che senso abbia aver istituito la figura di ...

Caso Dexia, un salvataggio dal costo esorbitante

Scritto da: il 12.10.11 — 0 Commenti
L'istituto di credito franco-belga-lussemburghese Dexia è stato nuovamente salvato dal tracollo. Per inciso, la banca (che ha un totale di attivi di 518 miliardi di euro, pari a quello di tutto il sistema bancario greco) a luglio aveva passato senza problemi gli stress test, a riprova della davvero scarsa utilità di questo strumento. L'accordo governativo raggiunto prevede: 1) che il ramo belga sia acquisito dallo Stato (belga, ovviamente) per 4 miliardi di euro (operazione cui parteciperà, come sostegno finanziario, Ubs); 2) che i crediti nei confronti degli enti locali francesi passeranno alle società pubbliche (sempre francesi) Caisse des Depots et Consignations e Banque Postale; 3) che le attività in Lussemburgo verranno cedute ad una singolare cordata di investitori composta  dal governo lussemburghese e da taluni fondi del Qatar. Costo dell'operazione? Altissimo: i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo congeleranno ben 90 miliardi di euro a garanzia dei finanziamenti per Dexia. Al Belgio, Paese in crescita nonostante l'ormai cronicizzatasi incapacità di formare un esecutivo, il 65% dell'onere dell'operazione. Alla Francia il 35% ed al Lussemburgo il 3%. È bene ricordare come nel 2008 la banca sia già stata salvata tramite 6.4 miliardi di euro di sostegno statale. Soldi pubblici probabilmente andati sprecati, sembra di capire dalla corrente situazione. Ma proviamo a dare un'occhiata ai numeri dell'istituto che, sulla carta, è il n. 20 d'Europa. Dexia ha circa 35.200 dipendenti (per un terzo stanno in Turchia), più o meno 8 milioni di clienti, 19.2 miliardi di capitale azionario, 732 milioni di profitti netti dichiarati nel 2010 e 3.8 miliardi di euro di bond greci nel suo portafoglio, nel quale stanno anche titoli italiani e spagnoli. Addirittura, i bond di Grecia, Italia e Spagna potrebbero arrivare al 30% complessivo degli investimenti finanziari di Dexia, il cui management si è davvero rivelato di ben scarsa lungimiranza. La ...

I tassi troppo alti stroncano la ripresa, lo dice anche Arrow

Scritto da: il 09.07.11 — 3 Commenti
Non si vince il premio Nobel a caso, sia chiaro. In genere accade perché si è dei geni (a meno che non sia quello per la Letteratura o la Pace, ma è un altro discorso ...) e si è dato davvero tanto alla propria disciplina. Una settimana fa, Milano Finanza (2 luglio 2011, p. 9) ha pubblicato una bella intervista a Kenneth Arrow, economista che il premio voluto dalla Banca di Svezia lo ha avuto assegnato nel 1972. Arrow, a 90'anni suonati un vero patriarca degli studi economici, dice delle cose di grande interesse, alcune condivisibili, altre meno. Intanto, per l'anziano newyorkese, Grecia, Portogallo e Irlanda sono Stati così piccoli nello scacchiere globale che il loro eventuale default o la loro eventuale uscita dalla zona euro (sulla cui possibilità tecnica c'è comunque da ragionare) influirebbero ben poco sugli equilibri europei. Mi permetto di non condividere. A mio avviso sarebbe un rischio troppo alto per tutti i Paese dell'Unione far fallire Atene e/o Lisbona e/o Dublino. Quindi occorre fare di tutti affinché uno scenario simile non si realizzi. Ma sempre su Milano Finanza Arrow sostiene anche un'altro concetto, assai valido, che proprio oggi assume una particolare luce profetica: se una banca centrale spinge i tassi troppo in alto taglia le gambe alla ripresa. Bene, giovedì 7, con una decisione presa all'unanimità, la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di interesse dello 0.25%, portando il saggio di riferimento dall’1.25% all’1.5%. I risultati non si sono fatti attendere, con un vero e proprio venerdì nero delle Borse che ha soprattutto penalizzato l'Italia. Ora, si potrà con più o meno legittimità parlare di speculazione e di attacco mirato, ma una cosa è certa: essere nella zona euro garantisce tutti i Paesi aderenti dalle sortire Soros style dei decenni scorsi. Quindi, se proprio si deve indicare un ...

La parabola della Spagna, da miracolo economico a terra dell’indignazione

Scritto da: il 22.05.11 — 0 Commenti
Nel mentre gli spagnoli del movimento spontaneo degli indignados manifestano con pacifica fermezza la loro opposizione al governo post socialista in carica, le urne sono aperte per le elezioni amministrative, di fatto un referendum sul riformismo di Zapatero. Un riformismo che, al pari di quello di opposto segno politico del predecessore José Maria Aznar, dopo un iniziale periodo di propulsione dell'economia, ha prodotto solo macerie finanziarie e disoccupazione. In Spagna oggi la gente è disperata. Non c'è lavoro per nessuno e del cosiddetto miracolo economico degli anni scorsi rimangono solo, grazie a Dio, le ottime infrastrutture che Aznar ha voluto e che Zapatero in qualche modo ha continuato a realizzare. Null'altro. Pil in discesa, occupazione in crollo e venti di default ,certo meno tumultuosi di quelli che hanno squassato Grecia, Irlanda e Portogallo ma pur insistenti. Insomma, venuti al pettine taluni nodi, per non dire taluni limiti strutturali del Paese, Aznar e Zapatero si sono rivelati l'ovvio bluff che gli osservatori più accorti avevano compreso da subito. Sulla loro lunga esperienza di governo (il primo del popolare Aznar cominciò nel maggio del 1996) c'è solo da chiedersi se siano più vuoti loro in sé o il riformismo che hanno orgogliosamente incarnato ognuno per due legislature. José Maria Aznar e José Luis Rodríguez Zapatero

Mantenere il senso di sé unico antidoto alla decadenza

Scritto da: il 01.03.11 — 7 Commenti
L'incontro tenutosi a Catania qualche giorno or sono fra la cittadinanza ed il coordinatore della Federazione della Sinistra (nonché leader dei Comunisti Italiani) Oliviero Diliberto ha fornito davvero degli spunti di riflessione preziosi per ragionare sul futuro del Paese e della singolare metropoli in cui viviamo. Perché arrendersi alla tristezza del tempo corrente non è possibile e quindi occorre sempre ragionare, ragionare, ragionare ... Dicendo 1.000 volte grazie a chi (ancora) riesce a dare input in tal senso. Come, appunto, il Diliberto. Non è facile vivere a Catania oggi. Per carità, non è facile vivere in Italia oggi. Ad essere sinceri non è per nulla facile vivere nell'Europa del Sud oggi. Come - si noti il crescendo di spietata consapevolezza - non lo era 20'anni fa e non lo sarà nemmeno fra altri 30'anni. Tanto grave è il gap fra i Paesi della fascia mediterranea e gli altri, quelli che vanno dalle Alpi in sù. Grecia, Italia, Francia, Spagna, Portogallo sono tutte realtà che, per ragioni diverse, sono segnate. Si possono salvare alcune aree di questi Paesi. Il Nord Italia (ma la criminalità anche lì è una piaga purulenta), la Bretagna in Francia, Barcellona o i Paesi Baschi (teppaglia filo Eta permettendo) in Spagna. Ma nel suo complesso l'Europa del Sud è decenni indietro rispetto a quella del Nord ed i suoi abitanti dovranno sputare l'anima per mettersi in sincrono con la Storia. In Italia poi, e segnatamente in Sicilia, le cose sono ancora più complesse. «Siamo diventati lo zimbello di tutti ed abbiamo toccato il punto più basso della vita civile e morale del Paese», ha mestamente notato Diliberto. E non si tratta solo del Rubygate, per carità. «È l'idea che tutto sia in vendita che sta corrompendo l'Italia intera», ha proseguito l'ex guardiasigilli. Come dargli torto? «Se Dio non esiste tutto ...

Dopo il caso Irlanda ci può salvare solo l’E-bond

Scritto da: il 13.12.10 — 2 Commenti
Grecia: fallen. Irlanda: fallen. In ordine, i prossimi Stati membri dell'Unione Europea a collassare potrebbero essere: Portogallo, Spagna, Ungheria e Italia. Solo che il contribuente tedesco, azionista di maggioranza dell'intera Ue, non accetterà di salvare nessun'altro dopo il Portogallo. Insomma, se non il prossimo degli Stati del Vecchio Continente che andrà in crisi, di certo quello immediatamente successivo avrà il default come unica prospettiva. In questo scenario drammatico, mi sembra che davvero i bond europei o E-bond che dir si voglia, proposti, tra gli altri, dal presidente dell'eurogruppo Jean-Claude Juncker e dal ministro dell'Economia italiano Giulio Tremonti (si veda «E-bonds would end the crisis», in The Financial Times, 5 dicembre 2010), possano rappresentare una solida soluzione alla crisi in atto, una delle poche che è realistico ipotizzare. Dei titoli di debito denominati in euro che verrebbero emessi da un'apposita agenzia dell'Ue farebbero dell'Europa unita una realtà davvero solida al pari degli Usa, sul cui debito nessuno al mondo si sogna di speculare. Ma la scelta è tutta politica e in materia, si sa, Bruxelles non eccelle ... Giulio Tremonti

Considerazioni geopolitiche sul mondiale sudafricano

Scritto da: il 20.06.10 — 14 Commenti
Non esistono più le squadre cuscinetto. Cominciamo con una banalità qualunquista oltremodo evidente queste note (più o meno) geopolitiche sul campionato mondiale di calcio ospitato dal Sud Africa. In un football come quello odierno, iperatletico, con giocatori che 20-30'anni fa avrebbero potuto calcare le pedane del body building, i valori sono molto livellati. Anche “grazie” ad allenatori che non convocherebbero Pelè o Maradona. Per convinzione tattica e fors'anche per l'umano desiderio di dimostrare a tutti la validità del proprio personale modello. Dunga, ad esempio, in carriera roccioso e ringhioso mediano-centrocampista, vorrebbe in campo per il Brasile 10 mediani su 11 stile Oriali, rimpiangendo l'esigenza di schierare per forza un portiere. Figura mitica del calcio Lele Oriali, ma forse più di 2 per squadra con le sue caratteristiche no, proprio non occorre averli ... In questi giorni nessuna delle cosiddette grandi sta brillando, anzi molte arrancano e sono già con un piede fuori dalla competizione. È il caso della Francia (immeritatamente presente al mondiale al posto della “scippata” Irlanda”), della Spagna (una squadra senza spina dorsale ottima da iscrivere ad un campionato femminile, specchio fedele della crisi del Paese, vicino ad una quasi bancarotta stile Grecia) e dell'Inghilterra. Prima dei due squallidi pareggi con la sorpresa Stati Uniti (del resto, su 300 milioni di abitanti 11 in grado di giocare bene a calcio prima o poi era chiaro che si sarebbero incontrati) e l'Algeria, l'Inghilterra era una candidata alla vittoria, tanto che personalmente vagheggiavo l'idea di una finale dalla grande valenza storica, Olanda-Inghilterra, riedizione, sempre in terra sudafricana, dello scontro anglo-boero. Ma la squadra dell'antipatico Fabio Capello (andrà via di notte anche da Londra dopo averlo fatto da Roma e Torino?) è oggettivamente leggera, con una vera star e qualche stellina (Wayne Rooney, Frank Lampard e Steven Gerrard) in campo e molti comprimari ...

Non è un Paese per europeisti

Scritto da: il 08.05.10 — 4 Commenti
Nick Clegg è molto deluso dai risultati elettorali britannici e con lui gli analisti che lo davano in irresistibile ascesa. Una vera star in televisione e nei sondaggi, ma un fallimento bello e buono nel concreto delle urne. Che cosa è accaduto allo svavillante leader dei Liberal Democrats? Nulla di particolare, come spesso avviene, una imprevista (ma non imprevedibile) coincidenza temporale lo ha messo ko. Il crac della Grecia, infatti, ed il conseguente caos dei mercati europei lo hanno azzoppato oltremisura. In un momento in cui sembrava che gli elettori britannici timidamente potessero aprirsi all'europeismo, ecco che i fatti di Atene hanno rapidamente invertito il già debole trend. E il liberaldemocratici non sono riusciti a concretizzare nelle urne la grande simpatia che Clegg sicuramente attrae. Insomma, (ancora) la Gran Bretagna non è un Paese per europeisti ... [caption id="attachment_8353" align="aligncenter" width="350" caption="Nick Clegg (Chris Ison/PA Wire Photo)"][/caption]

UK, finisce l’era Blair, ma non comincia quella Cameron

Scritto da: il 07.05.10 — 4 Commenti
L'ultimo capolavoro di Tony Blair è essersi sfilato (ma non troppo) dal disastro laburista senza perderci la faccia. Ieri è infatti finita la sua era, ma Blair è così stato fortunato da non essere stato lui a seppellire il New Labour, ma il rivale interno Gordon Brown. Il grigio burocrate (per anni però ottimo cancelliere dello scacchiere, lo si ricordi) che ha avuto l'ardire, in un momento storico in cui la comunicazione in politica è tutto, di pretendere di rimpiazzare un mago del settore come Blair, bello, giovanile e brillante. I conservatori hanno quindi vinto le general election 2010, ma non hanno la maggioranza assoluta. Per il "blairiano" David Cameron si profila un governo di minoranza o la mediazione con il gruppo, quantitativamente non risibile, dei parlamentari nazionalisti di Scozia e Galles o con quello degli unionisti dell'Irlanda del Nord. Ovvero, ma l'ipotesi è poco praticabile, un governo di coalizione con i laburisti, come proposto dal premier uscente Brown. In ultimo, l'eventualità che a fine anno si possa tornare a votare, ma non è nello stile del Regno. Resta da valutare la delusione dei liberaldemocratici. Il leader Nick Clegg, un genio come capacità comunicative, ha avuto a lungo i sondaggi a favore, ma alla fine i whig hanno addirittura portato a casa meno parlamentari del 2005. Perché? Semplice: oggi non c'è nessuno spazio in Gran Bretagna per un proposta europeista. La gente è convinta che la moneta unica sia una iattura (e come dargli torto?) e il caos greco è lì a indicare che dalla zona euro è meglio star lontani. [caption id="attachment_8347" align="aligncenter" width="280" caption="David Cameron"][/caption]
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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