Con un prevedibile 93.2% dei voti questo week end gli islandesi hanno detto "no" al rimborso a Gran Bretagna e Olanda dei debiti dalla banca di Reykjavik Icesave, travolta dalla crisi globale sul finire del 2008. La cifra non è da poco, soprattutto considerando che la popolazione dell'Isola è di circa 280mila abitanti: 3.8 miliardi di euro persi da chi aveva un conto con la banca online del gruppo Landsbanki, il secondo più importante dell’Islanda prima della catastrofe finanziaria scatenata nel mondo dal crollo di Lehman Brothers.
Londra e Den Haag hanno già provveduto al risarcimento dei propri cittadini e ora chiedono a Reykjavik di essere rimborsati. Addirittura, un agreement del 2009 tra i rispettivi governi aveva stabilito le modalità precise del pagamento, previsto in rate da saldare entro il 2024 e il parlamento islandese (il mitico Althing, fondato nel 930 e a ragione ritenuto il più antico al mondo) aveva approvato un progetto di legge in merito. Ma il presidente Olafur Ragnar Grimsson, spinto dalla volontà popolare, ha (giustamente!) rifiutato di promulgarlo.
Con il referendum gli islandesi hanno chiarito una cosa fondamentale: ritengono sommamente ingiusto il pagamento pubblico dei debiti di una banca privata e sperano che proseguendo nei negoziati si possa giungere ad un accordo più favorevole con Gran Bretagna e Olanda. Secondo Grimsson, che nei convulsi giorni del crac ha rischiato di morire per un infarto, si deve lavorare per un accordo equo, ossia il pagamento della sola quota di garanzia sui depositi, come previsto dalla legislazione internazionale.
Ma il referendum/plebiscito è stato anche l'occasione per gli islandesi, il cui reddito dal 2007 è crollato del 30%, di urlare la propria rabbia sia contro il sistema bancario, nazionale ed estero, che contro la propria classe politica, i reali responsabili della pesante situazione.
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Il Parlamento di Reykjavík - l'Althing, il più antico del mondo, creato nel 930 d.C. - ha dato oggi il via libera ai negoziati per l'ingresso dell'Islanda nell'Unione Europea. Sono stati 33 i voti a favore contro 28 contrari. A questo punto il governo è autorizzato ad iniziare i colloqui con Bruxelles per l'adesione dell'Isola artica all'Unione.
Non è stato comunque un voto semplice quello scaturito dal lungo dibattito iniziato venerdì scorso. Vi erano infatti divisioni anche all'interno del governo, con il ministro dell'Agricoltura e della Pesca Jon Bjarnason che ha votato contro la posizione filo-europea del premier socialdemocratico Johanna Sigurdardottir.
L'esecutivo di centrosinistra, costituito il 10 maggio scorso, sostiene anche l'ingresso del Paese nell'area euro.
Reykjavík non avrà certo difficoltà durante i negoziati per entrare nei 27. L'Islanda, infatti, 320mila abitanti in tutto, fa già parte dello Spazio economico europeo (Sse) ed è una delle democrazie più avanzate del continente.
In ogni caso, alla fine dei colloqui bilaterali, sarà il popolo islandese che si esprimerà con un referendum.
Per anni il comun sentire degli islandesi è stato ostile all'ingresso nella Ue, ma dopo la crisi economica internazionale, che ha colpito in modo durissimo il complesso settore finanziario del Paese, facendo addirittura temere ad ottobre 2008 una bancarotta di Stato, molti hanno rapidamente mutato idea.
[caption id="attachment_5308" align="aligncenter" width="410" caption="L'Althing di Reykjavík"][/caption]