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Il sociologo e pensatore anglo-polacco Zygmunt Bauman sabato 10 marzo sarà a Siracusa, ospite del Consorzio Universitario “Archimede”, della Facoltà di Architettura e del Collegio Siciliano di Filosofia. Sicuramente un evento per Siracusa e per la Sicilia intera. L'incontro si terrà al Museo Archeologico “Paolo Orsi” alle ore 10.00. Il filosofo terrà una lectio magistralis su “Condizione dell’uomo in una società globale”. A Bauman, universalmente noto per le sue ricerche sulle radicali trasformazioni dell'“l’epoca globale”, si deve il concetto di liquidità: modernità liquida, società liquida, amore liquido, paura liquida sono alcune delle sue declinazioni più vicine a noi.
Quanto Karl Marx profetizzava in embrione ha conosciuto piena estrinsecazione solo negli ultimi due decenni, dopo il crollo del Muro di Berlino. Collassati tutti i contenitori che sino agli anni ’70-’80 del ’900 ci avevano in qualche modo assicurato protezione e tutela, si è palesato il “destino di liquidità” in cui comunque eravamo tutti immersi da molto tempo. Ed è stato proprio Bauman a cogliere la dimensione appunto “liquida” degli ambiti sociali, politici e culturali nell’epoca globale.
Archiviate le grandi "narrazioni ideologiche", l'Occidente ha dovuto fare i conti con la crisi fiscale e con quella del Welfare State. Parallelamente, il neomonetarismo ha attaccato in profondità le politiche keynesiane, favorendo l'affermazione progressiva di un mercato mondiale nemico dei singoli Stati e delle nazioni. E così, la Globalizzazione trionfante ha fatto voltare pagina alla Storia in maniera definitiva, prospettando all'uomo il nuovo mondo che oggi tutti viviamo.
Tutto è rapidamente cambiato negli ultimi 20'anni, geopolitica, politica interna dei vari Paesi, la dimensione economico-finanziaria, gli stessi stili di vita, le aspettative sociali, l'uomo in sé. Oggi l’emersione rapidissima di nuove economie e di nuovi (e, in alcuni casi, anche sommamente imprevisti) grandi "spazi imperiali" (Cina, India, Brasile, Sud Africa) pone l’Occidente intero davanti a sfide inedite. E se ...
Oggi The Times of India nota come il 13 e il 26 siano le due date scelte dai estremisti islamici per numerosi attacchi sferrati sul territorio dell'Unione, in particolare quelli attribuibili alla formazione Indian Mujahiddin, legata ai fondamentalisti pachistani. L'ipotesi del quotidiano è che dietro il triplice attentato di ieri a Mumbai (un tempo Bombay) vi potrebbe essere la medesima sigla.
Sul perché della scelta di queste date, però, al momento non vi è spiegazione. L'Undici Settembre pare sia stato scelto in quanto martedì, ossia il giorno in cui, per i musulmani, Allah creò gli inferi. Ora pare che nella mente dei jihadisti indiani 13 e 26 abbiano un qualche oscuro significato di cui forse non si saprà mai nulla. Siamo alla cabala del terrore ...
Mumbai, 13 luglio 2011
Nord e Sud Sudan hanno firmato un accordo per la smilitarizzazione della regione di Abyei, contesa fra le due nuove entità statali. Lo ha annunciato l'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki, mediatore fra le due parti. «Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan) e il governo sudanese hanno firmato un accordo su Abyei - ha dichiarato Mbeki alla stampa ad Addis Abeba - un accordo che prevede la smilitarizzazione di Abyei in modo che le forze armate sudanesi si ritirino e le forze etiopiche vengano schierate».
Nodo centrale del contenzioso fra i due Paesi (perché ormai a tutti gli effetti il Sud Sudan è uno Stato a sé) è il petrolio presente nella parte a questo punto al confine. Ognuno comprensibilmente vuole ottenere quanto più suolo possibile, nella speranza di rinvenire ulteriori giacimenti di idrocarburi.
Per inciso, la contesa ha confermato il ruolo importante di mediazione del Sud Africa, con l'indefesso impegno di pace dell'ex presidente Mbeki. Pretoria sempre più sta divendendo il vero Stato guida del Continente Nero, anzi, forse è meglio dire che sempre più si conferma in tale ruolo, ormai raggiunto da qualche anno. Un mix di cultura europea ed africana perfettamente riuscito, con l'unico (anche se grande) problema di un ordine pubblico in talune zone del tutto fuori controllo. Risolto questo, il Sud Africa avrà le carte in regola per divenire una potenza mondiale di rilievo. Almeno al pari dell'India, se non della Cina.
Thabo Mbeki
Lobsang Sangay, 43nne docente di Diritto Internazionale alla Harvard University, è stato eletto primo ministro del governo tibetano in esilio. Da Dharamshala, nel Nord dell'India, sede dell'esecutivo, lo ha annunciato la commissione elettorale. Sangay succede al Dalai Lama che, dopo decenni come guida anche politica dei tibetani, ha rinunciato a tale ruolo. Per i tibetani della diaspora è una novità assoluta, visto che negli ultimi 3 secoli il leader religioso è sempre stato nel contempo premier del Paese (oggi provincia cinese).
Facile la vittoria del giurista, che con il 55% dei voti ha battuto al primo turno gli altri due candidati in lizza, tutti laici, Tenzin Tethong (ex rappresentante del Dalai Lama alle Nazioni Unite ed aWashington) e Tashi Wangdi (ex ministro del governo in esilio). Sangay, nato nel Nord Est dell'India da una famiglia di fuggitivi, in vita sua non ha mai visto il Tibet. Ora lascerà la Harvard Law School per trasferirsi a Dharmsala.
Lobsang Sangay
Se c'è una cosa che mi rattrista è l'apprendere di morti per idee ormai sepolte dalla Storia. Morti come i circa 70 poliziotti indiani che stamattina, nello Stato del Chhattisgarh, sono caduti vittime dei ribelli maoisti attivi nel Centro e nel Nord Est dell'India.
L'agguato è avvenuto in una sperduta porzione di giungla nella regione del Dantewala, roccaforte dei naxaliti, come si chiamano i maoisti indiani. Gente davvero così fuori dal Tempo da suscitare insieme sdegno per il sangue versato e un sorriso per l'abissale ingenuità politica.
Il sottotitolo di questa nota odierna potrebbe essere "le 2 rese". Dal macro al micro, da Kabul a Napoli (o Salerno o Caserta che dir si voglia), il dato saliente di questa ultima settimana mi sembra la bandiera bianca sventolata dai cosiddetti "buoni".
Cominciamo dall'Afghanistan, dove ormai è assolutamente evidente come i Talebani stiano riconquistando terreno. Per anni di fatto gli alleati hanno avuto soltanto il controllo della capitale, ma ora sembra proprio che stiano perdendo anche questo. Il Paese è nel caos e il governo del pur ottimo presidente Hamid Karzai è stretto all'angolo.
Considerando come il rischio di una vittoria finale talebana sia sempre più tangibile, il segretario generale della Nato, l'ex premier conservatore danese Anders Fogh Rasmussen, ha richiesto l'aiuto di Mosca e New Delhi.
Ribadendo l’intenzione atlantica di inviare nel 2010 altri 39 mila soldati dagli effettivi di Stati Uniti e alleati europei, Rasmussen ha evidenziato come la sicurezza dell'area centroasiatica sia fondamentale non solo per il Paesi occidentali, ma anche per Cina, India e Russia, chiedendo ufficialmente alle ultime due un intervento a sostegno della missione già in atto. Una bella dichiarazione di impotenza, non c'è che dire. Speriamo che almeno l'appello non cada nel vuoto.
Su Napoli, ovvero sulla questione del candidato alla presidenza della Regione Campania, la resa clamorosa è stata di Antonio Di Pietro, che dopo aver detto un no secco alla candidatura del sindaco Pd di Salerno Vincenzo De Luca (sotto processo), al congresso nazionale dell'Italia dei Valori, che si sta svolgendo a Caserta, proprio oggi ha dato l'ok. Un compromesso che la sua base al congresso pare aver proprio gradito. Anche qui, una resa incondizionata alla "ragion di partito" che francamente non mi aspettavo dall'ex pm.
La Nasa ha annunciato ufficialmente la presenza di un vastissimo lago su Titano, il più grande dei satelliti di Saturno. La scoperta, che già da qualche anno era nell'aria, è stata fatta grazie alle osservazioni della sonda Cassini posizionata a 200 mila chilometri di distanza.
Il Kraken Mare, questo è il nome con il quale è stata battezzata la superficie liquida, con i suoi circa 400 mila chilometri quadrati è più grande del Mar Caspio, qui sulla Terra il più vasto lago esistente. Ma il particolare assolutamente rilevante è che il lago non è per nulla costituito da acqua, ma da qualcosa che sul nostro pianeta in natura esiste solo allo stato gassoso, il prezioso metano.
Pare invece che su Titano le condizioni atmosferiche e di pressione siano tali per cui sia il metano che altri idrocarburi da noi volatili si trovino invece allo stato liquido.
La scoperta, in realtà, non è propriamente targata Nasa. Sono stati infatti Katrin Stephan e Ralf Jaumann del Deutsches Zentrum für Luft und Raumfahrt (Dlr, l'Agenzia Spaziale Tedesca o German Aerospace Center in inglese) di Colonia a presentare a San Francisco, all'annuale conferenza dell'American Geophysical Union (Agu, Unione Geofisici Americani) i risultati di un loro accurato studio.
Del resto, un anno fa la Nasa aveva reso noto come la Cassini avesse già osservato un lago di etano sull'emisfero meridionale di Titano, nel suo Polo Sud. Anche in questo caso, la sostanza sulla Terra si trova allo stato gassoso.
Con 5.150 chilometri di diametro, Titano è il secondo satellite più grande del nostro sistema solare, la sola luna avvolta da una fitta atmosfera. Atmosfera che, essendo di azoto, presenta anche alcune similitudini con quella terrestre dei primordi.
I ricercatori tedeschi non hanno osservato direttamente il lago, sempre coperto, appunto, da nubi di azoto. Grazie ai dati elaborati dallo spettometro a raggi ...
La proposta, prevedibile, di una parte, quella più ricca e geopoliticamente rilevante, dei Paesi in via di sviluppo aderenti al cosiddetto G77 è che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore e che le nazioni di forte e antica industrializzate riducano del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 (ben 8 volte di più di quanto loro richiesto da Kyoto).
È questo, parrebbe, il contenuto del "Copenhagen accord (draft)", la bozza di intesa diffusa dal quotidiano parigino Le Monde ed elaborata da cinque Paesi denominati "Basic" dalle loro iniziali (Brasile, Sudafrica, Sudan, India e Cina, con il Sudan, ovviamente, nel ruolo di zerbino di Pechino). Insomma, un passo un po' più concreto di una semplice piattaforma di discussione del G77, i Paesi in via di sviluppo, in risposta alla bozza di accordo dei Paesi sviluppati che proprio non è piaciuta (il Guardian ne aveva pubblicato delle anticipazioni qualche giorno fa).
Nel testo, da un punto di vista politico assai accorto, con parti vincolanti e sezioni interpretabili (nella secolare tradizione diplomatica mandarina), si chiederebbe che il Protocollo di Kyoto rimanga in vigore oltre la sua data di scadenza del 2012. Si richiederebbe altresì ai Paesi industrializzati la riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni dei gas serra rispetto al livello del 1990. L'aumento delle temperatura globale, dicono la Cina ed i suoi sodali, non deve superare i 2 gradi Celsius. Gli Stati-atollo avevavo indicato 1.5 gradi (parametro che vorrebbero vincolante).
Insomma, uno sforzo considerevolmente maggiore dei Paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni (Kyoto si limitava ad indicare al 2012 l'obettivo del 5%) se si vuole evitare il peggio.
Inoltre, i Paesi del G77 chiedono che il Kyoto Protocol venga sottoscritto o ratificato anche dalle nazioni che non l'hanno ancora fatto. Gli Usa, ad esempio, lo hanno sì sottoscritto nel 1997, ma sia ...
Alla Conferenza di Copenhagen il contrasto non è soltanto tra i Paesi ricchi e quelli ancora in via di sviluppo, ma emerge sempre più netta anche la divisione fra le file degli Stati più poveri, con la conseguenza che un accordo sembra davvero ormai essere lontano. Finora, più o meno, in materia di ambiente i cosiddetti Paesi in via di sviluppo erano stati abbastanza uniti, ma oggi i piccoli Paesi insulari e le nazioni africane, ovvero i soggetti in assoluto più poveri e più esposti alle conseguenze dei mutamenti climatici, hanno proposto un trattato che sia davvero legalmente vincolante, assai più severo del protocollo di Kyoto del 1997.
La proposta, era prevedibile, ha subito visto l’opposizione dei big fra i Paesi emergenti, come la Cina, l'India ed il Sud Africa, che temono una frenata della loro impetuosa crescita economica.
In primissima linea per un trattato vincolante vi è Tuvalu, un'arcipelago polinesiano che si trova a metà fra le Isole Hawaii e l'Australia. Il microstato ha ottenuto una sospensione dei negoziati fino alla soluzione del problema. L’appello di Tuvalu è stato ovviamente raccolto da altri membri dell’Aosis (Alliance of Small Island States, un'associazione che riunisce appunto i piccoli stati insulari tipo le Isole Cook, le Barbados, le Kiribati e le Fiji), ma anche da vari altri Paesi poveri, anzi poverissimi, africani, come la Sierra Leone, il Senegal e Capo Verde.
La richiesta ufficiale di Tuvalu, che a questo punto si può dire abbia riscontrato un davvero più che discreto appoggio, è di bloccare la crescita delle temperature globali a 1.5 gradi Celsius, nonché la concentrazione di gas serra in atmosfera a 350 parti per milione, invece delle 450 preferite dai Paesi industrializzati e da qualche emergente di grandi dimensioni.
[caption id="attachment_6933" align="aligncenter" width="350" caption="Mappa dell'arcipelago di Tuvalu"][/caption]
Oggi si è inaugurato il vertice di Copenaghen sul clima, anzi, per l'esattezza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Climate Change Conference). Fino a venerdì 18 sarà tutto un susseguirsi di incontri, sottosummit, minisummit, conferenze stampa e relativi comunicati, in pieno stile clasa descutidora (do you remember Donoso Cortés?). Del resto, non c'è nessun esempio migliore di flatus vocis degli impegni ecologisti dei politici, anche verdi per carità.
Alla fine della faraonica kermesse (a proposito, già è saltata l'idea della sua sostenibilità: 34 mila delegati in luogo dei previsti 15 mila hanno reso vano il tentativo di neutralizzare le emissioni "scaturite" dall'evento), qualunque accordo sarà mai siglato, fra qualche anno ci si accorgerà dell'impossibilità di farlo rispettare (come già accaduto per il celebre protocollo di Kyoto, firmato nel dicembre del 1997 e divenuto appena qualche mese dopo praticamente poco più che carta straccia). Per lo strapotere ancora nettissimo dei Paesi produttori di petrolio e delle compagnie di estrazione e distribuzione, per l'inarginabile sete di energia dei Paesi in via di sviluppo e dei giganti della crescita a doppia cifra (Cina Popolare ed India su tutti), per le difficoltà della comunità scientifica a mettersi d'accordo sul reale stato del pianeta e sulle contromisure per arginare il peggio che potrebbe capitarci entro non molto tempo.
E già, il disaccordo degli esperti in materia, altra questione centrale ... Ne scrivevo qualche settimana fa. Fra ecoscettici ed ecocatastrofisti è difficile, molto difficile, capire dove stia la verità. Il global warming sta davvero sciogliendo i Poli? O gli allarmi sono eccessivi?
In tutta sincerità, in luogo di un megaincontro come questo di Copenhagen, inevitabilmente destinato alla sterilità, avrei preferito una seria, lunga, accesa ma quanto più possibile risolutiva conferenza scientifica per tentare di comprendere davvero le "condizioni di salute" del mondo.
In storiografia si parla ...
Una bomba sganciata per errore da un caccia militare fa rischiare un'ecatombe nel Rajasthan.
Un Mirage 2000 dell'aviazione indiana ha infatti sfiorato la catastrofe durante una esercitazione non lontano dal confine con il Pakistan, sganciando una ordigno che è andato ad esplodere a 30 metri dal canale "Indira Gandhi", una infrastruttura vitale per l'area, che, se colpita, avrebbe riversato immense quantità di acqua inondando diverse città del Rajasthan occidentale.
Il clamoroso errore del pilota indiano è stato ricostruito dal quotidiano The Times of India, che ha evidenziato come il canale "Indira Gandhi" sia un'opera mastodontica ideata per irrigare una grande zona altrimenti desertica.
Lunedì 14 il caccia è decollato dalla base aerea di Gwalior per una esercitazione di routine. L'ordigno sganciato accidentalmente è caduto a 12 chilometri da Mohangarh, cittadina del distretto di Jaisalmer, creando un cratere profondo ben otto metri e danneggiando pericolosamente gli argini del canale, mentre il reale obiettivo dell'esercitazione era Chandan Range, distante 25 chilometri dal luogo colpito.
Di sicuro tale assurdo errore pone qualche dubbio sull'effettiva capacità di Paesi come India, Pakistan o Corea del Nord di gestire un arsenale nucleare. L'India, in via di rapidissimo sviluppo, non può certo permettersi simili ombre che mettano in dubbio il know how delle proprie Forze Armate.
Lo hanno definito il primo thriller globale della storia della letteratura. Che sia il primo abbiamo qualche dubbio (eppoi, che cosa fa di un romanzo giallo un'opera globale o locale?), ma non è da escludersi che con queste sue mille e passa pagine Vikram Chandra, nato a New Delhi, ma da tempo trapiantato a Berkeley, in California, abbia davvero creato un nuovo genere, affascinantissimo: l'indothriller.
Ambientato in una Bombay/Mumbai che sappiamo essere odierna, ma dal netto sapore futureggiante e quasi post-atomico, vero crogiuolo della Globalizzazione, Giochi sacri è un classico hard boiled come da anni non se ne leggevano, utilissimo per capire l'India e tutto quel che vi accade, compresa una tragica emergenza come quella di fine novembre.
C'è tutto l'oggi e tutto il domani del pianeta in questo giallo, tutta la disordinata molteplicità del Reale nell'indagine dell'ispettore Sartaj Singh, che si dipana fra terrorismo, mafia indiana, minaccia nucleare e fallimenti privati. Sullo sfondo, Bombay, la megalopoli sospesa fra passato e futuro, fra tradizione profonda ed ipermodernità. Perfetta metafora dell'India, ma fors'anche dell'intero nostro mondo.
Vikram Chandra, "Giochi sacri", Mondadori, Milano, 2007, pp. 1184, euro 22.00.
Ormai è record per il pessimismo degli italiani, il 47% dei quali pensa che il 2009 sarà un «anno nero». I sondaggi non hanno mai dipinto un quadro così fosco negli ultimi dieci anni, con il 60% degli intervistati che si attendono di avere difficoltà economiche anche gravi.
Insomma, se il 2008 è stato vissuto come un anno terribile, il 2009 rischia seriamente di essere ben peggio.
Le previsioni sono il frutto delle risposte ad un ormai tradizionale sondaggio di fine anno condotto dalla Doxa per l'Italia e dalla Gallup International Voice of the People per il resto del pianeta.
Il pessimismo non è comunque appannaggio degl italiani, visto che in molti altri Paesi, come Gran Bretagna, Giappone, India ed Argentina, le risposte non sono certo state allegre.
In Italia, il campione di 1.022 intervistati su domande inerenti le aspettative personali, le previsioni per economia e per il lavoro e lo scenario globale non lascia illusioni: gli italiani vedono nero.
Basti guardare le attese personali per il nuovo anno, una sorta di indice della felicità, diciamo: il 47% è pessimista, a fronte di una media internazionale del 35%. Gli ottimisti? Mosche bianche, con solo il 15% degli intervistati che prevede che il 2009 possa essere migliore del precedente.
Più sfiduciati di noi sono soltanto i britannici, con il 52% di pessimisti (un anno fa erano appena il 20%).
Se poi si passa al delicato tasto delle previsioni su economia in generale e disoccupazione in particolare, il quadro peggiora. Vi è infatti appena un misero 3% di italiani ottimisti, mentre il 62% degli intervistati dal 2009 si aspetta nuove difficoltà economiche (all'estero il dato è del 52%).
Quanto al tasso di disoccupazione, ben il 55% degli italiani si dichiara certo che aumenterà ulteriormente ed il 31% teme per il proprio posto di lavoro, mentre solo il 60% considera al sicuro la propria occupazione.
Insomma, il nuovo anno si apre davvero con la sfiducia ...