Tutti gli articoli su Labour Party
Davvero impietosi per i liberaldemocratici i risultati delle elezioni britanniche svoltesi giovedì appena divulgati ufficialmente. Una Waterloo su tutta la linea per il leader Nick Clegg, vicepremier del governo di David Cameron, che ha visto il suo partito tracollare nelle consultazioni per il rinnovo dei governi locali in Galles, Irlanda del Nord e Scozia, ma anche nelle amministrative che si tenevano in numerosi importanti centri del Regno. Inoltre, cosa ben più grave, i Lib-Dem hanno perso il referendum sul sistema elettorale, un referendum da loro fortissimamente voluto.
E così Clegg, vera e propria star mediatica della campagna elettorale per la general election dell'anno scorso, è passato in poche ore da astro nascente della politica britannica a meteora già velocemente passata, tanto che dentro il partito già si parla apertamente di successione.
Addirittura, in Scozia, i Lib-Dem sono crollati al 15%, favorendo il trionfo dello Scottish National Party di Alex Salmond, che ora vorrebbe un referendum sull'indipendenza da Londra. Una scissione del Regno a questo punto non è più ipotesi fantapolitica. Cameron, per inciso, ha subito chiarito che il governo centrale non si opporrebbe alla consultazione.
Vi saranno ora ripercussioni sull'esecutivo a Londra? Non è semplice dirlo. Il Labour Party, che rispetto all'anno scorso ha incrementato i suoi consensi, ha chiesto ai Lib-Dem di rompere l'alleanza con i conservatori, ma difficilmente ciò accadrà. La "strana coppia" Cameron-Clegg per il momento con buona probabilità proseguirà il suo cammino comune, più che altro per mancanza di alternative.
Quanto al referendum sul sistema elettorale, di fronte alla possibilità di modificarlo, tramutando il vecchio maggioritario uninominale in proporzionale, quasi il 70% dell'elettorato ha detto no. I britannici vogliono, com'è sempre stato nella loro storia, il bipartitismo, con un governo ed una opposizione nettamente identificabili. Va da sé che battersi per avere una specifica consultazione e perderla è davvero particolarmente ...
I leader dei due partiti vincitori alle elezioni politiche irlandesi, il Fine Gael (di centrodestra) ed il Labour Party (di centrosinistra) hanno siglato un accordo per formare un governo di coalizione. Si tratterà di un esperimento trasversale che in Italia sarebbe impensabile, ma che in genere è diffuso in giro per l'Europa. Enda Kenny, segretario del Fine Gael, sarà il nuovo primo ministro. Difficile il suo compito dopo il lungo governo del Fianna Fail, la formazione che ha subito una pesante sconfitta alle urne per essere stata giudicata responsabile della pesante crisi economica che ha colpito il Paese nel 2010.
Kenny sembra l'uomo nuovo della politica irlandese, ma l'assoluto rigore che serve a Dublino non lo aiuterà di sicuro nei rapporti con la gente, esasperata da mesi e mesi di pesanti ristrettezze. La "tigre celtica" ha le unghie spuntate ed il miracolo degli anni '90 di cui l'Irlanda è stata protagonista (osannato dai media internazionali, ma oggettivamente dalle basi assai fragili, perché fondato su salari del tutto inadeguati dei lavoratori, sfruttati a livelli indegni per il nostro continente) è davvero difficile che possa ripetersi nel breve periodo.
Il Fine Gael, formazione di centrodestra, è divenuto il maggiore partito irlandese, mentre l'ex partito di maggioranza, il Fianna Fail è uscito dalle elezioni di venerdì 25 con il proprio consenso sostanzialmente dimezzato. Secondo i dati ufficiali il Fine Gael ha avuto 59 seggi (oltre il 36%), insufficienti ad ottenere la maggioranza assoluta. La prospettiva ora è quella di un governo di coalizione con il Labour Party, che ha ottenuto 31 seggi (poco sotto il 20%).
L’Irlanda aspetta quindi a giorni il nuovo esecutivo che la guiderà. Il futuro del Paese, che è uno dei più colpiti dalla crisi globale in atto, sarà affidato a un governo di coalizione che, con buona probabilità, avrà Enda Kenny come premier.
Il centrosinistra ha quindi pagato assai caro il collasso finanziario dell'ormai ex tigre celtica, passata dall’essere considerata un modello di sviluppo all'urgente operazione di salvataggio di Bruxelles per evitare il default dello Stato. Il Fianna Fail, che un po' troppo tardivamente aveva adottato una politica di “lacrime e sangue” per salvare il salvabile, dopo 14 anni al governo è crollato da 78 a 25 seggi in Parlamento, registrando con il 17.4% il peggior risultato elettorale dalla sua fondazione.
Chiunque governi, però, Dublino non potrà certo cambiare rotta sul fronte dei tagli e del rigore necessario per poter accedere al prestito di 85 miliardi di euro concesso dall'Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale. La speranza è che il "conto" non sia pagato solo dalla povera gente, ma magari anche da qualche speculatore arricchitosi negli anni del boom economico.
Enda Kenny
Non sarà Caino e Abele in salsa laburista, ma certo la contrapposizione fra Ed e David Miliband per la leadership del Labour Party fa riflettere sulle eterne difficoltà nei rapporti di fratellanza fisica. Il nemmeno 40enne Ed Miliband, economista, ex ministro dell’Ambiente e dell’Energia, contrario alla guerra in Iraq, dichiaratamente di sinistra e fedelissimo di Gordon Brown, che si confronta/scontra con il fratello David Miliband, 44enne, ex ministro degli Esteri, fedelissimo di Tony Blair. Sullo sfondo, l’ingombrante figura del padre, Ralph Miliband, morto nel 1994, influente pensatore marxista di radici ebraico-polacche, le cui tesi oggi sembrano pesare più sulle idee di Ed che su quelle di David.
Chi vincerà fra i due? Il giovane di sinistra o il meno giovane meno di sinistra? Inevitabilmente, la scelta avrà il sapore (anche) del giudizio storico, a 13 anni dal “misfatto”, sul “nuovismo” di Tony Blair, l’uomo che con il suo charme è riuscito a trasformare il Labour da solido partito socialdemocratico europeo in scialba formazione riformista senza che nessuno facesse le (forse opportune) barricate.
Un’ultima domanda: ma il Labour che ha straperso le elezioni di qualche settimana fa è il New di Blair che ha (finalmente) annoiato gli elettori o il semi Old di Brown che non nel suo grigiore non ha mai saputo prendere una netta posizione nei confronti della rivoluzione blairiana? Dalla guerra dei Miliband forse una qualche indicazione in merito la si riuscirà ad avere …
[caption id="attachment_8399" align="aligncenter" width="340" caption="Ed e David Miliband"][/caption]
Ieri sera in Gran Bretagna vi è stata sulla Bbc la prima sfida televisiva fra i tre candidati alle elezioni politiche di maggio. Secondo gli instant poll, il leader liberaldemocratico Nick Clegg è stato il più incisivo, con il 51% degli spettatori che lo ha giudicato vincente nel confronto con il premier laburista Gordon Brown (19%) ed il leader conservatore David Cameron (20%).
Clegg ieri mattina non sembrava avere chance, ma dopo il dibattito il Guardian addirittura lo dà come possibile premier. Una previsione certo azzardata, ma affascinante.
Del resto, un ritorno dei whig a Downing Street significherebbe davvero la fine dell'equlibrio politico che ha caratterizzato tutto il '900 britannico e questi primi dieci anni del nuovo millennio. Una vera rivoluzione, la rivoluzione whig appunto ...
[caption id="attachment_8205" align="aligncenter" width="460" caption="Nick Clegg"][/caption]