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Non sarà Caino e Abele in salsa laburista, ma certo la contrapposizione fra Ed e David Miliband per la leadership del Labour Party fa riflettere sulle eterne difficoltà nei rapporti di fratellanza fisica. Il nemmeno 40enne Ed Miliband, economista, ex ministro dell’Ambiente e dell’Energia, contrario alla guerra in Iraq, dichiaratamente di sinistra e fedelissimo di Gordon Brown, che si confronta/scontra con il fratello David Miliband, 44enne, ex ministro degli Esteri, fedelissimo di Tony Blair. Sullo sfondo, l’ingombrante figura del padre, Ralph Miliband, morto nel 1994, influente pensatore marxista di radici ebraico-polacche, le cui tesi oggi sembrano pesare più sulle idee di Ed che su quelle di David.
Chi vincerà fra i due? Il giovane di sinistra o il meno giovane meno di sinistra? Inevitabilmente, la scelta avrà il sapore (anche) del giudizio storico, a 13 anni dal “misfatto”, sul “nuovismo” di Tony Blair, l’uomo che con il suo charme è riuscito a trasformare il Labour da solido partito socialdemocratico europeo in scialba formazione riformista senza che nessuno facesse le (forse opportune) barricate.
Un’ultima domanda: ma il Labour che ha straperso le elezioni di qualche settimana fa è il New di Blair che ha (finalmente) annoiato gli elettori o il semi Old di Brown che non nel suo grigiore non ha mai saputo prendere una netta posizione nei confronti della rivoluzione blairiana? Dalla guerra dei Miliband forse una qualche indicazione in merito la si riuscirà ad avere …
[caption id="attachment_8399" align="aligncenter" width="340" caption="Ed e David Miliband"][/caption]
La fase di stallo della politica interna britannica continua dopo la vittoria senza maggioranza assoluta dei conservatori alle elezioni generali di giorno 6. Ora è il momento del dialogo con i rivali storici liberaldemocratici, gli eredi dei whig. Ma è realistico puntare su di un accordo fra due formazioni invero così distanti fra loro? Di seguito cercherò di analizzare i punti di contatto (pochi) e di distanza (molti e pesanti) fra David Cameron e Nick Clegg.
Intanto occorre preliminarmente evidenziare come i Liberal Democrats siano un partito radicale e progressista che lungo l'asse destra-sinistra di certo si colloca a sinistra, forse anche alla sinistra del New Labour. Detto questo, veniamo agli odierni punti di contatto con i conservatori, che sostanzialmente sono la passione ecologista e per le libertà civili, la riforma della scuola e l'idea di Stato leggero. Ma qui si fermano le convergenze. Ed iniziano le gravi divergenze, su questioni di assoluta importanza ideale.
Il primo punto di distanza è la riforma elettorale. I LibDem sono per un sistema elettorale proporzionale, i conservatori non ne vogliono nemmeno sentir parlare e difendono a spada tratta il classico maggioritario puro British style. Concedere il proporzionale a Clegg potrebbe rappresentare per Cameron il grande sacrificio da fare per chiudere l'accordo, ma la base capirebbe?
Vi è poi l'Europa a dividere i due in maniera radicale. Clegg è un convinto europeista e vorrebbe addirittura ragionale su di un ingresso del Regno Unito nell'eurozona, Cameron è contrario in maniera viscerale. Su questo terreno nessun accordo è neanche alla lontana ipotizzabile.
Anche sul deficit di bilancio le divergenze sono sostanziali. Per sostenere la ripresa economica i liberaldemocratici vorrebbero aspettare a tagliare, i conservatori invece sono per una immediata riduzione della spesa pubblica. Un terreno di intesa è possibile su questi temi, per carità, ma certamente non solidissimo.
Sulla difesa, poi, ...
L'ultimo capolavoro di Tony Blair è essersi sfilato (ma non troppo) dal disastro laburista senza perderci la faccia. Ieri è infatti finita la sua era, ma Blair è così stato fortunato da non essere stato lui a seppellire il New Labour, ma il rivale interno Gordon Brown. Il grigio burocrate (per anni però ottimo cancelliere dello scacchiere, lo si ricordi) che ha avuto l'ardire, in un momento storico in cui la comunicazione in politica è tutto, di pretendere di rimpiazzare un mago del settore come Blair, bello, giovanile e brillante.
I conservatori hanno quindi vinto le general election 2010, ma non hanno la maggioranza assoluta. Per il "blairiano" David Cameron si profila un governo di minoranza o la mediazione con il gruppo, quantitativamente non risibile, dei parlamentari nazionalisti di Scozia e Galles o con quello degli unionisti dell'Irlanda del Nord. Ovvero, ma l'ipotesi è poco praticabile, un governo di coalizione con i laburisti, come proposto dal premier uscente Brown. In ultimo, l'eventualità che a fine anno si possa tornare a votare, ma non è nello stile del Regno.
Resta da valutare la delusione dei liberaldemocratici. Il leader Nick Clegg, un genio come capacità comunicative, ha avuto a lungo i sondaggi a favore, ma alla fine i whig hanno addirittura portato a casa meno parlamentari del 2005. Perché? Semplice: oggi non c'è nessuno spazio in Gran Bretagna per un proposta europeista. La gente è convinta che la moneta unica sia una iattura (e come dargli torto?) e il caos greco è lì a indicare che dalla zona euro è meglio star lontani.
[caption id="attachment_8347" align="aligncenter" width="280" caption="David Cameron"][/caption]
Il premier (ancora per quanto?) britannico Gordon Brown è un uomo preparatissimo, un economista che da cancelliere delle Scacchiere sotto i vari governi di Tony Blair ha lavorato splendidamente, contribuendo a rendere ben florida l'economia del Regno e ben solida la sterlina. Ma da primo ministro ha clamorosamente fallito e queste elezioni europee (abbinate anche in UK ad alcune amministrative) sono state una pietra tombale per la sua carriera politica, almeno per ruoli di primissimo piano.
Il Partito Laburista, il New Labour "creato" da Tony Blair picconando la splendida creatura politica britannica che ha dato vita ai sogni novecenteschi di molti socialdemocratici europei, è uscito con le ossa frantumate dalle urne. Terzo partito nei governi locali dopo i conservatori e i liberaldemocratici e terzo partito alle europee dopo i conservatori e gli euroscettici dell'Ukip, ossia lo United Kingdom Independence Party, una formazione il cui solo "brand" equivale ad un intero programma di decine di pagine.
Il Labour, per la prima volta dal 1920 (ma era stato fondato appena 4 anni prima) è sceso sotto il 20% dei consensi. E non di poco, visto che solo il 15.8% dei britannici lo ha votato.
Perché una simile crisi? L'unica risposta che è possibile dare, a prescindere dal gossip attorno ad un presunto complotto di Blair e dei suoi, ruota attorno al grigiore di Brown. Uno scozzese colto e serio che però non ha nessun appeal nell'imperante società dell'immagine dei nostri giorni. Triste da constatare, ma è proprio così.
Ora il rischio che il Labour corre ad un anno dalle elezioni politiche è di uscire di scena definitivamente, di divenire marginale oltre ogni limite ipotizzabile. Insomma, nel 2010 Londra potrebbe riavere un Parlamento come 300 anni fa circa, solamente con Tory e Whig. Un sogno per il liberaldemocratici. Ma un vero incubo per i laburisti.
Gordon Brown (foto AP)
La sconfitta del New Labour a guida Brown alle amministrative britanniche di qualche giorno fa sta provocando un terremoto nell'arcipelago progressista occidentale. Già la leadership di Brown era messa in discussione prima, figuriamoci ora.
In ogni caso, a prescindere da Brown, quel che preoccupa è la sempre più evidente incapacità della sinistra (termine inutile, al pari di destra, ma che per comodità tutti siam costretti ad utilizzare) di comprendere il Reale. Di comprendere, ad esempio, come ormai per l'elettore sicurezza ed ordine pubblico siano priorità assolute.
Boris Johnson a Londra ha vinto su questi temi. Certo, su traffico e trasporti non la pensa in maniera molto diversa da Livingstone. Ci saremmo aspettati l'abolizione dell'odiosa "congestion-charge" (8 sterline per circolare in centro con l'auto, in pratica una sciocchezza per i ricchi, una somma seria per ogni onesto lavoratore), ma almeno sulla criminalità Johnson ha idee chiare.
La questione però è forse un po' più profonda. Il sospetto di alcuni analisti è infatti che a sinistra si stia esaurendo una funzione storica. La società muta in maniera rapidissima, è ormai "liquida", per dirla con Zygmunt Bauman. E non è detto che i partiti storici riescano più ad incarnarne interessi e desideri.
Si legge in un editoriale del Foglio di Giuliano Ferrara del 4 maggio: «Il problema delle sinistre europee è quello di trovare una funzione, un linguaggio, delle leadership non più prigioniere di uno schema di pensiero tipico della società industriale e delle sue classi. Quello che Blair aveva fatto e i suoi eredi hanno sperperato in pochi mesi» ... Vero. Profondamente vero. Non amo i riformisti alla Blair, per non parlare di quelli alla Schroeder. Ma l'analisi del Foglio mi sembra corretta. Da rifletterci su a lungo. Nel centrosinistra, come nella sinistra più radicale ...