Tutti gli articoli su New York

Provaci ancora, Loki

Scritto da: il 25.04.12 — 2 Commenti
Finora il titolo più azzeccato fra i tanti articoli che ho letto sul film The Avengers è quello della rivista specializzata francese L'Écran Fantastique, che senza mezzi termini parla di Thérapie de groupe. Fra mostri interiori da tenere a bada (Hulk), segreti di una super spia (Nick Fury), difficoltà di adattamento dopo 70'anni di ibernazione (Capitan America), amore e odio verso un fratellastro (Thor), ego dilatato (Iron Man) ed incubi del classico passato che non passa (Vedova Nera), ce n'è d'avanzo per mandare l'improvvisato team dallo strizzacervelli, almeno per una chiacchierata ogni tanto. The Avengers, come tutti i film sui supereroi post 2008, non è il primo Iron Man. Inevitabilmente il capolavoro di Jon Favreau è negli anni divenuto il termine di paragone di ogni comic movie prodotto e nessuno fin qui si è nemmeno lontanamente avvicinato a quelle altezze, ma I Vendicatori di Joss Whedon è bello e curato nei minimi particolari. Peccato per le pessime interpretazioni di Chris Evans (Capitan America) e Chris Hemsworth (Thor), comunque riequilibrate dalle ottime prove di Robert Downey Jr (Iron Man), Tom Hiddleston (uno strepitoso Loki) e Samuel L. Jackson (Nick Fury), tutti e tre in vero stato di grazia. Tante le citazioni. Dalla mitologia scandinava (i mostri meccanici scatenati per i cieli di New York rammentano il serpente Jormungand, o Miðgarðsormr che dir si voglia, ma anche l'ancor più classico Uroboro), dalla storia del cinema (Loki circondato dagli agenti in assetto di massima sicurezza scortato alla sua cella sull'Helicarrier dello Shield ricorda il Darth Vader di Star Wars che cammina in mezzo ai soldati, quando poi gli tappano la bocca sembra tanto l'Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti), dal fantasy (Iron Man che chiama Occhio di Falco "Legolas") e dai comics (ovviamente). Nel complesso, I Vendicatori è un film per certi versi anche colto, ...

Super Tuesday: Romney vince, ma Santorum resiste

Scritto da: il 07.03.12 — 0 Commenti
L'economista miliardario puntava a un successo netto, al di là di ogni sospetto, ed invece è arrivata una vittoria non esaltante. L'unica nota positiva del Super Martedì per Romney è l'aver conquistato, pur se di stretta misura, l’Ohio, uno Stato chiave nel sistema delle primarie americane. Nello specifico, Romney ha vinto in Alaska, Idaho, Ohio, Massachusetts (dove è stato ottimo governatore), Vermont e Virginia, mentre a Rick Santorum sono andati North Dakota, Oklahoma e Tennessee. In Georgia, invece, ha vinto con un ampio margine Newt Gingrich, che, pur non avendo più alcuna chance di ottenere la nomination, rimarrà in corsa, togliendo a Santorum i consensi di una parte della destra religiosa (che non ama affatto il mormone laico Romney). Venendo ai numeri per la nomination, Romney è sempre più in vantaggio sugli altri, anche se ancora si è molto lontani dalla fine, essendo stati assegnati, Super Tuesday incluso, appena un terzo dei delegati. Gli Stati più popolosi, infatti, California, New York e Texas, voteranno soltanto a primavera inoltrata. Romney di fatto archivia la prima fase delle primarie, con quasi metà degli Stati (23) che hanno votato, con circa 350 delegati, contro i 130 di Santorum, mentre Gingrich è a quota 110 e Ron Paul a 64. Insomma, sono tutti lontanissimi dai 1.144 necessari per essere certi della vittoria alla convention repubblicana di Tampa prevista per fine agosto. A fare bene i calcoli, comunque, mentre Romney potrebbe ancora raggiungere quota 1.144, l’obiettivo è ormai sfumato per Santorum. Nelle prossime settimane andranno a votare altri Stati del Sud non grandissimi: Alabama, Kansas, Louisiana e Mississippi. Per Romney saranno ancora momenti terribili, in attesa di potersi misurare in California e a New York, Stati che con buona probabilità lo vedranno invece vincente. Sullo sfondo, un Barack Obama gongolante per la debolezza di tutti i candidati ...

Caso Dsk: intanto il finto stupro ha imposto la restaurazione all’Fmi

Scritto da: il 04.07.11 — 0 Commenti
Non era certo stato un pessimo direttore dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn prima dello scandalo sessuale che lo ha (temporaneamente) travolto. Tutt’altro. La sua è stata una figura assolutamente positiva sullo scacchiere globale degli ultimi anni. Direttore del Fondo Monetario Internazionale da fine settembre 2007, Dsk ha tentato di mutarne il volto. Sotto di lui, il Fondo, da bieco esecutore di politiche ultraliberiste, una sorta di usuraio degli Stati e dei popoli, si è trasformato in elemento di riequilibrio dell’economia mondiale, un “medico” delle finanze malate dei Paesi. Una mezza rivoluzione subita dagli Stati Uniti, che per decenni avevano utilizzato l’Fmi come strumento di potere assoluto per imporre ovunque sul pianeta la loro weltanschauung turbocapitalista. Che si trovi proprio qui la chiave di lettura dell’affaire Dsk? Ma a prescindere dalle sorti personali dell’ex direttore - che, scagionato dall'infamante accusa di stupro, potrebbe ora correre per le presidenziali francesi - una domanda da porsi, anzi, la domanda da porsi, riguarda il futuro dell’istituzione da lui guidata fino al "fattaccio". Suo successore è stata nominata Christine Lagarde, ex ministro dell’Economia francese. Di solida formazione americana, la Lagarde garantisce un “ritorno al passato” assai gradito a Washington nella gestione del Fondo, una “controriforma” che tenterà di azzerare i risultati raggiunti da Dsk. Dsk che, prima di essere additato dalla pubblica opinione nella migliore delle ipotesi quale marito infedele, per anni ed anni è stato unanimemente considerato un grande economista, un socialista in grado di gestire in maniera umana una istituzione sovranazionale, l'Fmi appunto, da molti considerata una mostruosità. Quello che a lungo è stato il francese più potente al mondo era riuscito nell’ardua impresa di riformare il Fondo Monetario Internazionale. Che sotto la sua direzione ha smesso di imporre semplicemente tagli draconiani ai bilanci degli Stati “soccorsi”, prediligendo politiche di lungo periodo in grado di garantire il ...

Finora pochi i contraccolpi finanziari delle crisi in atto: perché?

Scritto da: il 26.03.11 — 1 Commento
Né la guerra in Libia o il terremoto in Giappone con annessa crisi nuclerare, né il (pericoloso) tracollo governativo in Portogallo o il collasso delle vendite immobiliari negli States hanno pesato sull'andamento dei mercati azionari. Tutt'altro! Rialzi vi sono stati ieri a chiusura di settimana a Wall Street, come pure nelle Borse europee. Tutto ciò potrebbe sembrare strano e in contraddizione con i turbinosi eventi - sia geopolitici che strettamente economici - come, appunto, la guerra in Libia (i cui tempi si prospettano oggi ben più lunghi che 10 giorni fa), l'attentato a Gerusalemme di mercoledì 23 scorso o le dimissioni del premier portoghese José Socrates. Addirittura, quest'ultimo accadimento ha fatto volare i rendimenti dei titoli di Stato lusitani ai massimi storici (e pure quelli dell'Irlanda). Preoccupazioni per il peggiorare del quadro geopolitico globale sono state espresse solo dai prezzi del greggio (salito ai nuovi massimi di questo periodo, ossia a 105.5 dollari il Wti a New York e 115.4 $ il Brent a Londra), dall'ennesimo record dell'oro (oggi a 1.440 $ l'oncia) ed anche dell'argento (a 37,3 $ l'oncia). In una simile situazione, il rialzo dei mercati azionari, per quanto non eclatante, potrebbe sembrare un paradosso. Invece una ratio in qualche modo c'è. Anzi, sono possibili almeno 2 diverse spiegazioni. Una prettamente tecnica ed una teoretica (o ideologica che dir si voglia). La prima vede gli operatori finanziari puntare sulla possibilità che in America possa esservi a breve una nuova massiccia immissione di liquidità da parte della Fed tramite l'acquisto di titoli di Stato o di bond, il quantitative easing o Qe tanto caro a Ben Bernanke, (forse giustamente) incurante di chi lo connette ad una paventata iperinflazione che finora non si è vista. Insomma, c'è chi scommette che con l'economia in affanno la Federal Reserve interverrà "iniettando" ancora una volta molta liquidità. Ovvio ...

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

Il mondo di Obama

Scritto da: il 19.08.10 — 8 Commenti
L'ultima brigata da combattimento statunitense sta abbandonando un Iraq in fiamme, dove la strage quotidiana miete ormai sistematicamente decine e decine di vittime. Gli Usa hanno scoperchiato un infernale vaso di Pandora con il repubblicano Bush jr e se ne vanno dal martoriato Paese mesopotanico con il democratico Obama, lasciando un cumulo di macerie e condizioni generali di vita ben peggiori di quelle, pur terribili, che vi erano durante il regime degli Hussein. Inflessibile Obama nel realizzare il suo progetto di disimpegno americano dai teatri caldi del mondo, divenuti incandescenti a causa delle cieche scelte del suo predecessore. Anche dall'Afghanistan - dove comunque, a differenza che in Iraq, la guerra di Bush ha avuto una sua ratio -  gli Usa andranno via. Del resto, i talebani stanno in ogni caso vincendo il lungo conflitto di logoramento, quindi per Washington è certo meglio tirarsi fuori il prima possibile da un pantano stile Vietnam. E che dire del sì del presidente democratico alla costruzione di una moschea a New York nei dintorni di Ground Zero? Barack Hussein Obama ha successivamente modificato il senso della sua iniziale dichiarazione, sostenendo - come un qualsiasi premier italiano! - d'essere stato frainteso, ma rimane come una rasoiata nei confronti delle vittime dell'Undici Settembre il suo appoggio ad un progetto assolutamente irrispettoso della memoria storica americana ed occidentale tout court. Il tutto mentre in America dall'inizio dell'anno ha appena chiuso la banca n. 110, chiaro segno che la crisi finanziaria, per arginare a quale Obama è stato preferito a John McCain, è tutt'altro che archiviata. Insomma, il mondo di Obama pare davvero essere abbastanza diverso da quel che sognavano le anime belle che lo hanno appoggiato a spada tratta durante la campagna elettorale. Ha un solo merito il presidente in carica: essere (quasi) di colore ed aver quindi seppellito l'idea oscena che ...

“La tomba di ghiaccio”, thriller antartico alla ricerca della protociviltà scomparsa

Scritto da: il 04.02.10 — 2 Commenti
Ghiaccio sulle dita, ghiaccio nella mente, ghiaccio nel suo sguardo assente (Robert Service, La ballata del blasfemo Bill) Non è un capolavoro questo romanzo dell'americano Steve Berry, ma ha dei punti di forza. L'ambientazione (parzialmente) antartica, molti colpi di scena, una scrittura non piatta. La trama è semplice: nei primi anni '70 un sottomarino statunitense in avaria non viene soccorso e l'equipaggio viene lasciato morire. Decenni dopo il figlio del comandante, un ex agente dei servizi americani ormai congedatosi, decide di indagare i perché di tale cinica scelta da parte della US Navy e si ritrova in un vortice di intrighi ad altissimo livello. Sullo sfondo, la ricerca di una civiltà ancestrale sconosciuta. Berry non è nel gotha degli scrittori di action thriller e spy story. Non è Dan Brown, non è Ken Follett, non è Stephen King. Ma ha un suo zoccolo duro di lettori che apprezzeranno anche in questa prova la sua capacità di aprire finestre continue e tenere in piedi fino alla fine 3-4 sottoinsiemi narrativi tutti di un certo interesse. A tratti risulta un libro un po' noioso e da metà in poi si inizia a sospettare che 550 pagine siano troppe (anche se ormai sembra quasi una misura standard per questo genere di romanzo), ma in conclusione tutti i fili si ricongiungono e non ci si pente di averlo iniziato. Steve Berry, La tomba di ghiaccio (The Charlemagne Pursuit, Random House, New York, 2008), Editrice Nord, Milano, 2009, pp. 551, euro 19.60.

Polar Thriller

Scritto da: il 06.01.10 — 2 Commenti
Nella mia passione sconfinata per il profondo Nord dell'Europa ho recentemente scoperto un filone di action thriller che mi sta appassionando moltissimo. Sono i gialli o romanzi di spionaggio ambientati nelle regioni polari. Non è un genere alto, per carità, lo capisco bene, ma a me piace e rilassa, quindi lo consiglio a tutti. Del resto, io credo che in letteratura sia sì fondamentale lo stile (l'autore deve innanzitutto saper scrivere, è chiaro), ma anche l'ambientazione spazio-temporale, che dà emozioni non da poco al lettore. Insomma, un libro ottimamente scritto ambientanto nel 2005 a Capacabana, Catania o Malindi proprio non mi stuzzica la fantasia. Un pessimo giallo ambientato nella Londra vittoriana, a Edimburgo o nella Stoccolma di ieri/oggi/domani semplicemente mi esalta. A scanso di equivoci, puntualizzo subito che le prove d'autore degli ultimi anni ambientate a Stoccolma sono in genere dei capolavori, come il caso Stieg Larsson (di)mostra ampiamente ... E così, ecco che il comodino si è in breve riempito di quelli che la mia nota coazione all'anglo-sintesi mi ha suggerito di chiamare polar thriller ... Il primo che ho letto, tutto d'un fiato, è stato La verità del ghiaccio [il cui titolo originale, Deception Point (Simon & Schuster, New York, 2001), ossia "punto d'inganno", mi sembra più azzeccato della traduzione italiana]. Scritto da Dan Brown come terzo romanzo (appena prima de Il codice da Vinci, che è del 2003), in Italia è stato pubbicato da Mondadori a fine 2005. Ora si attende il film, che dovrebbe arrivare a breve nelle sale mondiali e la cui sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Dan Brown. La verità del ghiaccio ha tutto per appassionare i patiti dell'action thriller e/o della fantascienza. Ambientazione artica, la Nasa protagonista assoluta, la ricerca di prove di vita extraterrestri, la corsa per la Casa Bianca sullo sfondo. Un mix ...

Un anno fa l’elezione di Barack Obama. Il bilancio? Un mezzo flop

Scritto da: il 04.11.09 — 0 Commenti
Il primo dato negativo per questo first anniversary della presidenza di Barack Obama è elettorale: alle elezioni di ieri i governatorati di Virginia e New Jersey sono andati ai repubblicani e l'indipendente Mike Bloomberg è stato riconfermato sindaco di New York. Il tutto in un quadro generale che vede l'Iran fare passi da gigante verso l'atomica, la Corea del Nord (che già un po' di testate le ha di certo) prendere in giro a ripetizione la comunità internazionale portando avanti praticamente indisturbata il suo programma nucleare, l'Afghanistan e l'Iraq quasi del tutto fuori controllo ed il Pakistan (potenza nucleare conclamata) ad un soffio  dal caos. Solo in campo economico Obama ha portato a casa qualche flebile successo, del resto è stato eletto proprio per la sua ovvia maggiore capacità rispetto a McCain di gestire la crisi scoppiata a settembre 2008. Inoltre, ottima è l'intenzione di creare un vero servizio sanitario nazionale per garantire assistenza a tutti i cittadini, anche se i problemi che l'amministrazione sta incontrando sono immensi e forse insormontabili. Per il resto, questo primo anno di Casa Bianca di Obama è stato un mezzo flop. Praticamente su tutta la linea o quasi. [caption id="attachment_6437" align="aligncenter" width="249" caption="Barack Obama, Superpresident o Superflop?"][/caption]

Colpo grosso a Paperopoli, Paperon de’ Paperoni acquista la Marvel

Scritto da: il 31.08.09 — 0 Commenti
Non è una fusione, ma una vera e propria acquisizione a suon di miliardi di dollari, 4 per la precisione. Con tale cifra la Disney ha comperato la Marvel ed i suoi circa 5.000 diversi personaggi. Evito di annoiare con le solite analisi sul valore azionario dell'operazione et similia. Mi interrogo solo sulle conseguenze geostrategiche della mossa di Paperone (a proposito, agenzie e siti di tutto il mondo parlano di Topolino che acquista l'Uomo Ragno e compagni: nulla di più fantasioso, è chiaramente Paperone l'unico in grado di chiudere un simile affare). Vedremo il Dottor Destino cameriere al deposito dello zione al posto di Battista? Disneyland aprirà una succursale nella Zona Negativa? Paperone cercarà di rientrare il prima possibile della spesa sostenuta commercializzando al supermarket i brevetti di Reed Richards e Tony Stark?!? Insomma, a me la notizia ha lasciato di stucco, speriamo che Bruce Banner la prenda bene. New York c'ha fatto il callo, ma Hulk scatenato a Topolinia sarebbe davvero pericolosetto ...

È morto Frank McCourt

Scritto da: il 20.07.09 — 0 Commenti
Frank McCourt è morto ieri a New York a 78 anni. Lo scrittore irlandese, celebre nel mondo per il romanzo Le ceneri di Angela è autore di uno dei più bei incipit della storia della letteratura mondiale: «Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un'infanzia difficile, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di una infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora». [caption id="attachment_5318" align="aligncenter" width="332" caption="Frank McCourt"][/caption]

La crisi di General Motors come quella di Citigroup, un’occasione per riflettere sulla “mergermania”

Scritto da: il 28.05.09 — 7 Commenti
Secondo Bloomberg, il gigante automobilistico statunitense General Motors potrebbe far ricorso alla procedura di amministrazione controllata già da lunedì prossimo e quindi vendere la maggior parte dei suoi asset alla nuova società che dovrebbe nascere dalla procedura fallimentare. La casa automobilistica riceverà i fondi di finanziamento dal Tesoro Usa. Nel mentre sarà impegnata nella cessione degli asset alla nuova Gm, che sarà a sua volta controllata dal governo americano. Il piano è nei documenti presentati all'autorità di controllo dei mercati Usa, la Sec. Il tracollo di GM ricorda molto da vicino la profondissima crisi che qualche mese fa colpì il colosso più colosso di tutti, Citigroup, la megabanca americana che a novembre annunciò la necessità di tagliare altri 52 mila posti di lavoro, oltre i 23 mila già tagliati qualche mese prima, e nonostante questo rischiò ugualmente di fallire. Sei mesi fa solo le perdite derivanti dalla crisi dei mutui immobiliari e del credito al consumo superarono i 50 miliardi di dollari ed il calo in Borsa in una settimana toccò il 60% (72% nel mese di novembre), facendo precipitare il titolo sotto i 4 dollari ad azione contro i 55 dell'anno prima. È oltremodo evidente come ai problemi comuni di questa congiuntura terribile per tutti si era aggiunto per Citigroup l'aggravante di una struttura elefantiaca sempre meno giustificabile. Tant'è che si è ragionato e si ragiona nell'ordine di 75 mila licenziamenti senza temere contraccolpi in termini di funzionalità. Il che vuol palesemente dire che la burocrazia è tanta dentro il gigante newyorkese e di molti funzionari si può anche fare a meno. La crisi di General Motors o Citigroup può quindi essere letta anche quale crisi di quel modello di sviluppo (bancario ma non solo, come appunto dimostra il caso GM) che ha puntato a dimensioni ipertrofiche trovandosi ora drammaticamente impantanato. Insomma, occorre una volta per tutte dire chiaro e tondo che ...

Opel, spunta un terzo pretendente

Scritto da: il 19.05.09 — 0 Commenti
Secondo il giornale tedesco Bild vi è un nuovo concorrente della Fiat per l'acquisto della Opel. Il governo tedesco si attenderebbe infatti a breve un'altra offerta oltre a quelle del Lingotto e del gruppo austro-canadese Magna. Secondo indiscrezioni, il terzo pretendente sarebbe il fondo americano di private equity Ripplewood, basato a New York, con asset vari per circa 10 miliardi di dollari.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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