Tutti gli articoli su Occidente

Zygmunt Bauman a Siracusa

Scritto da: il 08.03.12 — 1 Commento
Il sociologo e pensatore anglo-polacco Zygmunt Bauman sabato 10 marzo sarà a Siracusa, ospite del Consorzio Universitario “Archimede”, della Facoltà di Architettura e del Collegio Siciliano di Filosofia. Sicuramente un evento per Siracusa e per la Sicilia intera. L'incontro si terrà al Museo Archeologico “Paolo Orsi” alle ore 10.00. Il filosofo terrà una lectio magistralis su “Condizione dell’uomo in una società globale”. A Bauman, universalmente noto per le sue ricerche sulle radicali trasformazioni dell'“l’epoca globale”, si deve il concetto di liquidità: modernità liquida, società liquida, amore liquido, paura liquida sono alcune delle sue declinazioni più vicine a noi. Quanto Karl Marx profetizzava in embrione ha conosciuto piena estrinsecazione solo negli ultimi due decenni, dopo il crollo del Muro di Berlino. Collassati tutti i contenitori che sino agli anni ’70-’80 del ’900 ci avevano in qualche modo assicurato protezione e tutela, si è palesato il “destino di liquidità” in cui comunque eravamo tutti immersi da molto tempo. Ed è stato proprio Bauman a cogliere la dimensione appunto “liquida” degli ambiti sociali, politici e culturali nell’epoca globale. Archiviate le grandi "narrazioni ideologiche", l'Occidente ha dovuto fare i conti con la crisi fiscale e con quella del Welfare State. Parallelamente, il neomonetarismo ha attaccato in profondità le politiche keynesiane, favorendo l'affermazione progressiva di un mercato mondiale nemico dei singoli Stati e delle nazioni. E così, la Globalizzazione trionfante ha fatto voltare pagina alla Storia in maniera definitiva, prospettando all'uomo il nuovo mondo che oggi tutti viviamo. Tutto è rapidamente cambiato negli ultimi 20'anni, geopolitica, politica interna dei vari Paesi, la dimensione economico-finanziaria, gli stessi stili di vita, le aspettative sociali, l'uomo in sé. Oggi l’emersione rapidissima di nuove economie e di nuovi (e, in alcuni casi, anche sommamente imprevisti) grandi "spazi imperiali" (Cina, India, Brasile, Sud Africa) pone l’Occidente intero davanti a sfide inedite. E se ...

La corsa al riarmo di Vladmir Putin

Scritto da: il 21.02.12 — 0 Commenti
Oltremodo sicuro della sua (ri)elezione a presidente della Federazione Russa il prossimo 4 marzo, il premier Vladimir Putin, che non ha mai smesso di parlare da capo dello Stato, ha deciso di rispondere alla grande a quella che considera «la minaccia» dello scudo antimissile americano, ed ha annunciato il più imponente programma di riarmo russo dal crollo dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991. Nei prossimi 10 anni, infatti, Mosca spenderà 23.000 miliardi di rubli (ossia 773 miliardi di dollari) per acquisire oltre 400 missili balistici intercontinentali (Icbm), ovviamente dotati di testate nucleari, 8 sottomarini a propulsione e armamento atomici e 20 convenzionali, oltre a 600 aerei da guerra e 28 sistemi di difesa anti-aerea S-400. Il piano è stato reso noto dallo stesso Putin in un intervento a sua firma pubblicato sulla Rossiiskaya Gazeta, nel quale l'uomo forte di San Pietroburgo ha spiegato come la presunta debolezza russa potrebbe anche divenire una tentazione per qualcuno ed ha fatto un parallelo storico con le condizioni delle forze armate sovietiche all'inizio della II Guerra Mondiale. «Mai e in nessuna circostanza - ha sottolineato Putin - rinunceremo alla deterrenza del nostro potenziale strategico, anzi la rafforzeremo». La minacciosa corsa al riarmo del premier russo è certo una delusione per chi, all'indomani dei tragici fatti dell'Undici Settembre, aveva cominciato a considerare la Russia, che culturalmente è Europa tout court, come parte dell'Occidente. Evidentemente non bastano i petrorubli a fiumi, l'ingresso nel Wto e la comune minaccia islamista a fare abbandonare a Mosca i sogni di grandeur militare in funzione (per inciso, del tutto teorica) anti Washington. Chiamiamoli riflessi condizionati da Guerra Fredda. Difficili da controllare. [caption id="attachment_11709" align="aligncenter" width="300" caption="Vladmir Putin"][/caption]  

Crisi, per uscirne occorre mettere l’uomo giusto al posto giusto a tutti i livelli

Scritto da: il 01.11.11 — 0 Commenti
Anche oggi i mercati internazionali hanno perso terreno in maniera considerevole. Ha dominato l'effetto Grecia in tutta l'eurozona, con la Borsa di Milano sprofondata (ha ceduto il 6.8%, una delle peggiori sedute dal tracollo della Lehmann Broters nel settembre del 2008, pari a 22 miliardi di euro bruciati) e con Parigi e Francoforte che hanno perso rispettivamente il 5.38% ed il 5%. Spread Btp-Bund a 459, ma sotto pressione anche i titoli bancari, con Unicredit e Intesa-San Paolo a lungo sospesi per eccesso di ribasso (alla fine, -14.22% per UniCredit e -15.65% per Intesa). Insomma, è stato l'ennesimo giorno di (ormai) ordinaria follia sui mercati. È utile chiedersi ancora perché? Posto che la responsabilità di quanto sta accadendo non è possibile addossarla per intero alla speculazione internazionale (che ha un suo ruolo sì, ma entro certi limiti), è evidente come la situazione corrente sia l'esito di una serie di concause. Probabilmente, oltre 20'anni dopo il crollo del cosiddetto socialismo reale, il capitalismo è anch'esso a fine ciclo. Il che sta accadendo anche - coincidenza terribile - in un momento di leadership nazionali e globali non all'altezza della situazione. Obama non è Clinton, Sarkozy non è Mitterrand, Berlusconi non è Spadolini, la Merkel non è Kohl, Barroso non è Delors. Bisogna prenderne atto. Ovvio che ormai i problemi delle città italiane sono irrisolvibili se non a livello centrale a Roma, così come i problemi italiani sono irrisolvibili se non a livello centrale a Bruxelles e quelli europei sono irrisolvibili se non a livello globale. Detto questo, è chiaro che il nostro Paese, lo scrivo da mesi e mesi, paga sempre più una crisi di credibilità senza precedenti per l'Italia repubblicana. Ma non è che Europa ed Usa stiano poi tanto meglio. Ad esempio, vien da chiedersi che senso abbia aver istituito la figura di ...

L’Occidente rischia di morire con Gheddafi

Scritto da: il 21.10.11 — 4 Commenti
Abbiamo consegnato un dittatore laico e socialista a gente che lo ha linciato al grido di Allah Akbar. Ho visto e rivisto più volte il video degli ultimi istanti dell'ex uomo forte libico. Non conosco l'arabo, ma l'urlo religioso più volte levatosi dalla folla di chi lo stava percuotendo e uccidendo mi pare sia chiaro. Video terribile, per stomaci forti, che circola on line con appena una blanda avvertenza inserita all'inizio. Per carità, non ne faccio una questione di corpo violato et similia. In genere, quando ad essere violato è il corpo di un dittatore questi è già morto, mentre, il più delle volte, le sue vittime il corpo lo hanno profanato da vive. Il che mi pare sia ben peggio. Ciò su cui però avverto il dovere di insistere è una mia sensazione personale: in Libia, in Tunisia, in Egitto e negli altri Paesi della cosiddetta Primavera araba, dopo un timido inizio democratico trionferà l'islamismo. Anche radicale. Non mancano gli elementi di allarme in tal direzione. E così, la morte di Gheddafi rischia di divenire la morte dell'Occidente. Perché nel Maghreb una cintura di Repubbliche islamiche dove finora vi sono stati Paesi dittatoriali ma laici è un pericolo immane. Di cui nessuno oggi pare però rendersi ben conto nelle cancellerie europee. Chissà se Berlusconi avesse presente il vero ruolo storico di Gheddafi il giorno di quel suo ridicolo "baciamo le mani" ... [caption id="attachment_11241" align="aligncenter" width="300" caption="Sirte: vertice della Lega Araba, 27 marzo 2010, il premier italiano Berlusconi bacia le mani all'allora leader libico Gheddafi"][/caption]

I missili terra-aria di Gheddafi in mano a chi?

Scritto da: il 09.09.11 — 0 Commenti
Ormai la notizia è verificata: dagli arsenali militari del colonnello Gheddafi sono spariti centinaia di missili terra-aria portatili in grado di abbattere un aereo in volo. Si tratterebbe di armi di fabbricazione sovietica o russa cadute nelle mani degli insorti anti-regime e in parte finite (molto rapidamente!) sul mercato nero delle armi. In mano a chi? Non è da escludersi (anche) nelle mani di gruppi terroristici. Ovviamente, questa vicenda rischia di divenire l'incubo dell'Intelligence di tutto l'Occidente. Il responsabile antiterrorismo della Casa Bianca, John O. Brennan, per ora si è limitato a definire la questione "molto preoccupante", ma ha chiesto agli interlocutori del Consiglio nazionale transitorio libico di provvedere alla sicurezza dei depositi di armi. Sull'affidabilità della loro risposta non è dato sapere. Insomma, emerge alla velocità della luce il problema, invero assai facile da prevedere, di quel che può divenire l'intera aera mediorientale "liberata" dai regimi laici con gli arsenali di questi in mano anche a potenziali fondamentalisti. Il Foglio oggi lancia un allarme preciso: i missili terra-aria spariti potrebbero far divenire l'Europa una No Fly Zone. Ma non era meglio tenerci Gheddafi e Mubarak? [caption id="attachment_11074" align="aligncenter" width="300" caption="Un missile terra-aria Stinger"][/caption]

Crisi globale, gli stress test sono davvero utili?

Scritto da: il 09.08.11 — 0 Commenti
In questi giorni di blow back della crisi finanziaria globale, con le Borse che tracollano un po' ovunque in Occidente, mi chiedo il senso e l'utilità degli stress test, ossia di quelle simulazioni della Federal Reserve e della Bce per capire se le banche più grandi del mondo abbiano o meno capitale sufficiente per reggere l'impatto di mutate condizioni del quadro macroeconomico (ovviamente mutate in peggio). La mia è null'altro che una impressione, per carità, ma credo che gli stress test non servano a molto. Faccio un esempio pratico. Santander, colosso bancario spagnolo, li ha superati di slancio per incappare poco dopo nel caustico giudizio di Moody's, che a fine luglio ha minacciato di ridurre il suo rating. Vero è che non se ne può più della tirannia delle agenzie di valutazione (dietro le quali vi sono convenienze intrecciate e spesso anche palesi conflitti d'interesse), ma è mai possibile pensare che la bordata sia stata sparata del tutto a caso? L'affanno dell'economia spagnola targata Zapatero è palese e temere che la più grossa banca del Regno possa subire qualche conseguenza non mi sembra un'ipotesi fantascientifica. Gli stress test avranno tenuto conto del friabile tessuto economico complessivo spagnolo prima di promuovere Santander? Non è dato saperlo ... Detto questo, do libero sfogo ad un'altra sensazione: l'autunno 2011 non sarà una bella stagione per gli istututi di credito italiani, soprattutto per i colossi. L'Italia ormai è alle corde, questo è evidente, e la crisi non potrà non coinvolgere (anche e soprattutto) quelle nostre banche che hanno fatto la scelta dell'elefantiasi. Solo il patrimonio immobiliare e la diversificazione degli investimenti nei mercati emergenti potrebbero essere in qualche modo in grado di attutuire il colpo, ma non è da escludersi che prima di Natale il panorama bancario italiano possa essere sconvolto da qualche brutto scivolone. Riflessione ulteriore: ...

“X-Men L’inizio”, buon episodio di 007

Scritto da: il 17.06.11 — 2 Commenti
X-Men First Class (in Italia X-Men L'inizio) è tutto sommato un bel film. Poco a che fare con la continuity Marvel, qualche incongruenza addirittura con gli altri della serie, ma senza dubbio un lungometraggio piacevole e splendidamente girato dall'ottimo Matthew Vaughn, un regista che il suo mestiere senza dubbio lo conosce bene (per/con l'amico Guy Ritchie ha prodotto, tra gli altri, Lock & Stock - Pazzi scatenati, e The Snatch - Lo strappo). La trama inizia nel 1944 in un campo di concentramento nazista, per proseguire nel 1962, in piena guerra fredda. Ecco, lo sfondo è la guerra fredda, con qualche "licenza poetica", ma è quello. Tanto che, in tutta franchezza, in alcuni momenti il film sembra un episodio - buono per carità - della saga di 007. Fra Cia, ex nazisti al soldo del Cremlino, mutanti buoni a protezione dell'Occidente e cattivi vicini al Patto di Varsavia, ecco spiegata la crisi dei missili a Cuba: una mossa di un mutante malvagio nella lotta che lo contrappone al giovane Professor X ed all'alleato Magneto. Un buono, quest'ultimo, roso dal (sacrosanto) desiderio di vendetta che alla fine del film (come ogni spettatore sa, essendo Magneto un classicissimo supercriminale dei fumetti Marvel) diventa cattivo. Insomma, a metà fra la polpetta prevedibile ed il bel film di fantapolitica, X-Men L'inizio è godibilissimo, soprattutto perché, come scrivevo, Matthew Vaughn dà una splendia prova di regia. Lontano dai fasti del primo film Iron Man, ma lontano anche dall'insulsaggine di Thor o dalla noia letale dei due Fantastici 4.

Ayman al-Zawahiri è il nuovo capo di al-Qaeda

Scritto da: il 16.06.11 — 0 Commenti
Com'era nelle previsioni, è Ayman al-Zawahiri il nuovo capo di al-Qaeda. Lo ha reso noto la tv al-Arabiya, amplificando un comunicato jihadista diffuso via Internet. Il medico egiziano è stato a lungo il vice di Osama bin Laden, ucciso il 2 maggio in un blitz delle forze speciali americane ad Abbotabad, non lontano da Islamabad, in Pakistan. Appena qualche giorno fa, aveva registrato una ulteriore dichiarazione di odio nei confronti dell'Occidente, giurando di portare avanti la lotta contro gli Stati Uniti e i loro alleati nel mondo musulmano. «Il comando generale di al-Qaeda annuncia, dopo consultazioni, la designazione dello sciecco Ayman al-Zawahiri alla guida dell'organizzazione», si legge nel comunicato pubblicato su alcuni siti Web islamisti. Nel testo si riafferma che il network del terrore fondamentalista porterà avanti la Jihad, la guerra santa contro Stati Uniti e Israele, colpendo anche gli alleati degli "infedeli", specie in Arabia Saudita. Ayman al-Zawahiri

Pasticcio libico/2 Nella Lega Araba c’è chi esulta (soprattutto a Ryad)

Scritto da: il 20.03.11 — 0 Commenti
L'operazione Odissey Dawn (Alba dell'Odissea o Odissea all'Alba che dir si voglia) scatenata da Francia e Gran Bretagna contro la Libia di Gheddafi, ha degli sponsor assolutamente interessati in alcuni Paesi della Lega Araba. Diciamo pure che il dittatore di Tripoli, per decenni laico e tutto sommato di sinistra, non è mai piaciuto ai componenti della Lega. Da tempo, poi, con il marcare ripetutamente l'identità africana della Libia a scapito di quella araba, Gheddafi di fatto era un intruso nel consesso degli Stati arabi. E così oggi c'è chi, come l'Arabia Saudita, sorride largamente che qualcuno abbia tolto dal fuoco il "castagnone" Gheddafi. Ryad ha infatti tutto da guadagnare dall'eliminazione del Colonnello, anche e soprattutto dal punto di vista economico. Non solo vien fatto fuori un leader (più o meno) laico che a lungo ha tenuto testa al tentativo di infiltrazione wahhabita dei sauditi, ma viene anche spazzato via un pericoloso rivale sul mercato del petrolio. Senza Gheddafi, infatti, l'Arabia Saudita si avvicinerà alla completa egemonia sui flussi petroliferi, facendo il buono ed il cattivo tempo, decidendo i prezzi del greggio e stabilendo politiche e strategie petrolifere almeno per tutto il mondo arabo. Anche per questo un giorno, sicuramente non troppo lontano, l'Occidente potrebbe pentirsi di aver così frettolosamente optato per la definitiva rimozione dal potere del raìs di Tripoli. Mappa dei Paesi aderenti alla Lega Araba

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

Ormai è la rivoluzione globale del Medio Oriente

Scritto da: il 21.02.11 — 2 Commenti
L'effetto domino ormai è innescato. Tunisia, Algeria, Egitto, Giordania, Yemen, Bahrein, Libia, Marocco sono in fiamme. Con un regime change già avvenuto a Tunisi, al Cairo e (parrebbe anche) a Tripoli. Ora tutto sta a capire se le rivolte in corso in Maghreb e un poco oltre riusciranno a raggiungere la massa critica per divenire la rivoluzione globale di tutto il Medio Oriente. Altra cosa da comprendere è se il post Ben Ali, il post Mubarak, il post Gheddafi sarà semplicemente gestito da militari laici o se diverrà nel medio-breve periodo l'anticamera di regimi integralisti. Perché quel che gli osservatori occidentali stanno faticando a capire è che, per quanto oggi ai margini delle proteste (condotte  prevalentemente da giovani disoccupati alla disperazione), gli islamisti non tarderanno ad avere un ruolo di rilievo nella ricostruzione dei vari Paesi coinvolti nell'"incendio sociale" oggi in atto. Il rischio è che entro qualche anno l'intero Medio Oriente sia una incubatrice di violenza antioccidentale ed antisraeliana. Lo si consideri bene nelle varie cancellerie europee ed americane.

È ormai inestinguibile l’incendio del deserto egiziano, la sola speranza è el-Baradei

Scritto da: il 29.01.11 — 2 Commenti
La crisi in corso in Egitto pare essere ormai di difficile contenimento, anzi, si complica sempre più ad ogni ora che passa. Quello che meno di un mese fa, partito da Algeria e Tunisia, sembrava un fuoco di paglia si è invece trasformato in un incendio inestinguibile, che sta ardendo anche il deserto egiziano, minacciando il "faraone" Hosni Mubarak, ovvero l'incarnazione di un tipo di potere così radicato che si riteneva immune da rivolte. Ecco, se una cosa sta accadendo nelle strade egiziane è il definitivo superamento di un paradigma che sembrava inconfutabile, quello sull'inattaccabilità delle dittature soft mediorientali. Ed invece l'Algeria è in rivolta, Ben Ali  in Tunisia è dovuto fuggire, e Mubarak in Egitto è in difficoltà serissime. E come se tutto ciò non bastasse, l'effetto domino, inevitabile in questi casi, sta per giungere in Giordania, nello Yemen e in chissà quali altri Paesi. I cosiddetti "food riot", le rivolte per il cibo, sono quindi riuscite a scardinate equilibri di potere decennali. La gente non ne può più della corruzione endemica del Medio Oriente. La gente è alla fame. E si ribella. Certo, finora gli scontri sono stati nel segno delle - peraltro comprensibilissime - richieste di riforme che possano garantire sviluppo economico ed occupazione. Ma, soprattutto in Egitto, che garanzie vi sono che gli integralisti islamici non prendano il sopravvento sui manifestanti "comuni", per così dire?  I Fratelli Musulmani - dalle cui fila, ad esempio, proviene Ayman al-Zawihiri, numero due di al-Qaeda -  sono stati tenuti sotto controllo nei decenni da Sadat prima e da Mubarak poi. Se dovesse ora cadere il fedele alleato di Washington che ruolo riuscirebbero a ritagliarsi nel nuovo corso egiziano? Certo di rilievo, c'è da scommetterci. All'Occidente non resta quindi che puntare tutto sul Mohammad el-Baradei, ex responsabile dell'Aiea, premio Nobel per la Pace, da qualche ...

La perversa retorica della seconda chance

Scritto da: il 10.01.11 — 2 Commenti
Leggo sulla stampa statunitense che il presidente Obama si è complimentato  con il proprietario dei Philadelphia Eagles, squadra di footbal americano, per aver offerto una nuova opportunità di carriera a Michael Vick, quarterback talentuoso rimasto invischiato nel 2007 in una turpe vicenda di combattimenti clandestini fra cani. Un classico malacarne che, pur baciato in prima battuta dalla fortuna, non è riuscito a sottrarsi all'impulso a delinquere datogli dal mix di ignoranza e tendenza paragenetica al crimine così diffuso nell'Occidente liberaldemocratico. Appena uscito di galera, Vick è stato ingaggiato dal team di Jeffrey Lurie ed Obama si è sciolto in lodi per il miliardario pronto a dare una seconda chance al(l'ex) campione (si presume, si spera) pentito. Una retorica che vi sono fondate ragioni per ritenere perniciosa fino alla perversione. Il mondo, infatti, è pieno di vittime di gentaglia cui è stata data una seconda o una terza o una quarta chance (e così via all'infinito) per rifarsi una vita. Chance in genere bruciata. Insieme all'esistenza di qualche innocente. Locandina di "Second Chance", film noir del 1953 diretto da Rudolph Maté ed interpretato da Robert Mitchum
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
Design & GUI by Mushin | Many Thanks to FamFamFam (icons) & Komodomedia (icons) & chrfb (icons) | Hosted by MediaTemple