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«The vote has been completed. Please, block the machine». Parole che 30'anni mi avrebbero riempito di gioia. Oggi non più. Proprio no. Le ha pronunciate lo speaker dell'Assemblea generale delle Nazioni unite in una giornata senza dubbio storica, con il seggio dell'Autorità nazionale palestinese all'Onu come "Stato osservatore non membro" che è divenuto realtà dopo decenni di dibattito in merito.
A 65 anni dalla nascita dello Stato ebraico arriva quindi un mezzo riconoscimento per quello palestinese, con l'indicazione dei vecchi confini del 1967 (il che già pone una prima perplessità). Con il voto favorevole di 138 Paesi, quello contrario di Usa, Israele e altri nove e 41 astenuti (fra cui Inghilterra e Germania), l’Assemblea ha dato il suo consenso con una maggioranza superiore ai due terzi dei 193 stati membri dell'Onu.
In un momento di gravi difficoltà nell'area, con il presidente dell'Autorità, il laico Abu Mazen, di fatto messo all'angolo e tutto il potere nelle mani degli integralisti islamici di Hamas, con razzi che continuano a piovere su Israele provenienti dalla Striscia di Gaza e con l'Iran ogni giorno più vicino ad avere la bomba atomica, è stata una scelta prudente quella delle Nazioni unite? O è stato un pericoloso regalo per i seminatori d'odio che sognano (e pianificano anche) la cancellazione dello Stato ebraico? Personalmente, propendo più per la seconda ipotesi.
[caption id="attachment_12328" align="aligncenter" width="300"] Abu Mazen[/caption]
In vista dell'appuntamento più grosso, quello per il riconoscimento dell'Onu, ieri la Palestina ha incassato una storica vittoria, il riconoscimento dell'Unesco, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di cultura, di scienza, di patrimonio dell'Umanità. Si tratta della prima agenzia Onu a riconoscere come suo membro l'Autorità Nazionale Palestinese, senza dubbio un gesto simbolico di grande rilevanza. La notizia, in sé (geo)politica, è stata per me fonte di una riflessione tutta intima su come cambino gli uomini e le loro convinzioni, su come si evolvano o, se preferite, si involvano.
Anni fa, diciamo una quindicina di anni fa, avrei gioito a sapere della scelta dell'Unesco. Oggi sono profondamente perplesso. Nel tempo, è infatti mutata di molto la prospettiva da cui guardo le cose. Dallo Stato palestinese come priorità alla sicurezza di Israele come priorità assoluta. Attenzione, nessun no preconcetto a che l'Anp diventi uno Stato vero e proprio. Ma solo quando questo non rappresenterà un pericolo per Israele. Per inciso, tutto ciò mi pone in contrasto netto sullo specifico argomento con le forze politiche italiane ed europee a me più vicine per ideali e pensiero economico, lacerando scelte e prassi della mia quotidianità.
Tornando all'Unesco, una domanda è d'obbligo: la sua decisione è pericolosa per Israele? Il riconoscimento palestinese è arrivato al termine di un mese in cui erano già state fatte scelte pesanti contro Gerusalemme e la sua identità. L'agenzia dell'Onu ha infatti adottato una proposta araba che ha dichiarato «siti palestinesi» la cava dei patriarchi (la fortezza di Hevron di Erode, dove è situata la tomba dei padri d'Israele Abramo, Isacco e Giacobbe), la tomba di Rachele (luogo dove le donne ebree pregano per la propria fertilità) e quella di Giuseppe. Impossibile non vedere quanto sia grave e pericoloso il tentativo di cancellare la storia del popolo ebraico insito in ...
Il particolare magari è sconosciuto ai più, ma il regime siriano che alcuni, probabilmente non a torto, ritengono faccia parte a pieno titolo del cosiddetto “Asse del Male”, del tutto islamico islamico non è, quanto meno non in senso ortodosso. A prescindere dal fatto che Damasco è da decenni retta da una élite baathista almeno formalmente laica, il dato sorprendente è come di tale élite facciano parte molti alawiti, in un numero che proporzionalmente è davvero assai alto.
Ma chi sono gli alawiti (o alauiti che dir si voglia)? Storicamente, essi rappresentano un gruppo religioso mediorientale (null’altro che una setta per i mussulmani sunniti) diffuso principalmente in Siria. Bashar al-Assad, l’attuale presidente siriano, è un alawita, come, ovviamente, il padre Hafez al-Assad, nonché molti membri della nomenklatura siriana, una vera e propria lobby che da decenni ormai detiene il potere nel Paese mediorientale.
A lungo gli alawiti sono stati chiamati nusairi, namiriya o ansariyya, ma col il passare del tempo, nusairi è divenuto un termine spregiativo ed ormai essi preferiscono essere chiamati alawi (termine ufficialmente riconosciuto dai francesi quando nel 1920 occuparono la regione), soprattutto per sottolineare il legame con Ali, il cugino-cognato del Profeta Mohammad la cui figura è alla base dello scisma sciita.
L'origine della setta è da sempre oggetto di aspre divergenze d’opinione fra gli esperti. Secondo talune fonti, essi erano in origine dei nusayri, un gruppo scismatico degli sciiti duodecimani (IX secolo), ma gli alawiti fanno risalire le loro origini all'undicesimo imam sciita Hasan al-Askari (m. 873) ed al suo braccio destro Ibn Nusayr (m. 868). In realtà, pare che la setta sia stata organizzata in un secondo momento da un seguace di Ibn Nusayr, tale al-Khasibi, morto ad Aleppo intorno al 969. Un nipote di al-Khasibi, al-Tabarani, si sarebbe trasferito a Latakia, sulla costa siriana, e lì avrebbe ...
Il Parlamento europeo in seduta plenaria ha finalmente adottato il bilancio generale Ue per l'anno finanziario 2011. Gli europarlamentari, dopo essersi accapigliati per mesi, hanno approvato a larga maggioranza gli importi proposti dalla Commissione nel nuovo progetto di bilancio, presentato il 26 novembre, ossia 141.8 miliardi di euro in stanziamenti d'impegno e 126.5 miliardi in pagamenti.
Nonostante il difficile momento di grave crisi economica globale, i due rami dell'autorità di bilancio europea hanno quindi deciso in maniera si può dire responsabile di trovare un accordo, evitando l'applicazione del regime dei dodicesimi e proponendo, al contempo, un aumento degli impegni di pagamento del 2.91 % rispetto al bilancio 2010.
In effetti, le cifre del nuovo bilancio rispecchiano in toto l'accordo informale che era stato raggiunto durante la Conciliazione, accordo con il quale il Parlamento aveva ottenuto il 100 % degli aumenti sulle linee indicate come prioritarie nel voto della sessione plenaria di ottobre: ricerca, istruzione, gioventù, mobilità, processo di pace in Medio Oriente e Palestina.
Durante i negoziati per il bilancio, il Parlamento aveva anche sollevato anche una serie di questioni politiche inerenti l'implementazione delle disposizioni di bilancio contenute nel Trattato di Lisbona e, in particolare, le norme che prevedono il pieno coinvolgimento del Parlamento nella futura discussione sulla revisione delle prospettive finanziarie.
Dopo un lungo ed acceso negoziato, cominciato il 27 ottobre, la delegazione del Parlamento ha ottenuto un accordo che prevede un impegno delle prossime 4 presidenze di turno (Ungheria, Polonia, Danimarca e Cipro) sul suo coinvolgimento nel prossimo dibattito sul Quadro Finanziario Pluriennale. Resta irrisolta, invece, la questione della mobilitazione del meccanismo di flessibilità sopra lo 0.03 % dell'Rnl a maggioranza qualificata (e non all'unanimità), per finanziare le spese improvvise o le nuove competenze comunitarie riconosciute all'Ue dal Trattato di Lisbona.
Gli Stati membri dell'Unione Europea
Nella martoriata Terra Santa una speranza di Pace dai colloqui americani che vedono impegnati il premier israeliano Benyamin Netanyahu, il presidente palestinese Abu Mazen e quello statunitense Barack Obama.
Molte volte negli anni un accordo definitivo fra israeliani e palestinesi è stato vicino e poi è fallito per un soffio. Speriamo che Netanyahu e Abu Mazen riescano là dove i predecessori hanno fallito. Per inciso, per Obama sarebbe un'ottima iniezione di popolarità in un momento in cui è assai evidente il vuoto spinto della sua presidenza.
[caption id="attachment_8904" align="aligncenter" width="546" caption="Benyamin Netanyahu, Barack Obama e Abu Mazen"][/caption]
Ho appena finito di leggere questo incredibile romanzo, di difficile classificazione, ma di sicura genialità.
Tecnicamente Il sindacato dei poliziotti hiddish, dello scrittore di Washington (anche se vive a Berkeley, in California) Michael Chabon, è un hard-boiled in cui il protagonista non è però un detective privato, ma un poliziotto del distretto di Sitka, in Alaska. Un Alaska scenario di un intreccio fantapolitico davvero riuscito, con uno Stato di Israele che dopo essere stato costituito in Palestina, nel 1948 viene distrutto dagli Stati arabi, con i superstiti costretti a riparare fra i ghiacci del Nord America, dati loro in concessione per cinquant'anni.
Sullo sfondo di una travagliata restituzione agli Usa delle terre detenute per mezzo secolo, si dipana l'inchiesta per omicidio di alcuni detective decisi a fare al meglio il loro mestiere fino all'ultimo.
Quanto al cadavere, questo si scopre appartenere ad un singolare giovane ebreo dalla doti sorprendenti. Attorno alla sua morte ruota un mistero il cui progressivo dipanarsi lascerà di stucco il lettore.
Disincantato, ironico, irriverente, il libro è anche un viaggio di una certa utilità all'interno del blindatissimo mondo dell'ebraismo ultraortodosso.
Sono onorato di essere nell'antichissima città del Cairo, ospite di due illustri istituzioni. Da circa mille anni al-Azhar rappresenta un faro di cultura islamica e da più di un secolo l'Università del Cairo è fonte e stimolo di progresso per tutto l'Egitto. Insieme, queste due istituzioni incarnano un perfetto sodalizio tra sviluppo e tradizione. Vi ringrazio per la vostra ospitalità e per l'accoglienza ricevuta dal popolo egiziano. E sono altresì orgoglioso d'essere latore di un messaggio di buona volontà da parte dell'intero popolo americano e di un saluto di pace da parte delle comunità musulmane del mio Paese: Assalaamu alaykum! (Che la pace sia con voi).
Il nostro incontro cade in un periodo di tensione tra gli Stati Uniti ed i musulmani del mondo intero, una tensione generata da forze storiche che travalicano l'attuale dibattito politico.
Le relazioni tra l'Islam e l'Occidente si fondano su secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche su conflitti e guerre di religione.
In tempi recenti, le tensioni sono state provocate dal colonialismo, che ha negato diritti del tutto legittimi ed opportunità di crescita a molti musulmani, e dalla Guerra Fredda, nel corso della quale i Paesi a maggioranza musulmana fin troppo spesso sono stati utilizzati alle stregua di pedine, senza tenere conto delle loro aspirazioni.
Inoltre, i cambiamenti profondi avviati dalla modernizzazione e dalla globalizzazione hanno spinto non pochi musulmani a vedere nell'Occidente un nemico delle tradizioni dell'Islam.
La violenza estremista ha sfruttato a suo favore proprio queste tensioni all'interno di piccole ma potenti minoranze musulmane.
Gli attacchi dell'11 settembre 2001 e le ripetute azioni sanguinose di questi estremisti contro le popolazioni civili hanno spinto una parte del mio Paese a considerare l'Islam come inesorabilmente ostile non soltanto all'America e ai Paesi occidentali, ma anche ai diritti umani. Da qui sono emerse nuove paure e nuove diffidenze.
Ma fintanto che i nostri rapporti saranno fondati su divergenze, daremo ...
Una folla di circa 25 mila fedeli (ma secondo altre stime potrebbero anche essere stati il doppio) ha accolto Sua Santità Benedetto XVI allo stadio di Amman, in Giordania, per la messa domenicale, celebrata con preghiere in arabo e latino, fra le quali una dedicata alla pace in Palestina, Iraq e Libano.
Nella sua omelia, il Papa ha parlato dell'ispirazione cristiana a «sacrificare la vita nel servizio agli altri, così da contrastare modi di pensare che giustificano lo stroncare vite innocenti». Passaggio che secondo alcuni è un chiaro attacco all'aborto e secondi altri un attacco ai kamikaze islamici.
Benedetto XVI ad Amman ( foto tratta da www.repubblica.it )