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Catania è da anni nella morsa di una crisi economica lancinante e di una criminalità che sta rendendo quotidiana normalità l'abusivismo e lo sprezzo di ogni regola da parte dei violenti. Catania è una città in piena recessione, che tocca con mano il tracollo del commercio, che vede ogni giorno avanzare nuove forme di povertà. Catania, diciamolo chiaro, è una città allo stremo, ad appena qualche passo da uno scenario argentino. Eppure nel centrosinistra il dibattito politico ruota tutto attorno alla richiesta di alcuni di primarie per la scelta del candidato sindaco per le prossime elezioni di fine maggio. Ossia, rispetto agli immani problemi della gente, ruota tutto attorno al nulla.
Personalmente, sono contrario in maniera radicale alle primarie. Proverò a spiegare perché. La Sicilia, e segnatamente Catania, a lungo cuore del sistema di potere di Raffaele Lombardo, sono realtà sicuramente anomale, con uno sviluppo umano, sociale ed economico indietro di decenni al confronto di altre aree d'Italia e d'Europa. Il rischio di infiltrazioni "esterne" alle primarie del Partito democratico e/o del centrosinistra è quindi sempre consistente. Inutile negarlo, il sistema di controllo del Pd è permeabilissimo, tanto che più che primarie sarebbe bene chiamare le consultazioni dei democratici caucus, diverso istituto americano, meno rigido.
Ma facciamo un esempio pratico. Io ("battitore libero" di sinistra estrema, cattolico con notorie consolidate amicizie trasversali nella destra politica etnea, nella sinistra e nella galassia delle associazioni di categoria, mai - dico mai - che abbia una volta nella vita votato Pd a qualsivoglia elezione) ho votato SEMPRE alle primarie democratiche ... Ho votato (non mi ricordo per chi) all'esordio delle primarie tanti anni fa (ancora vivevo a Roma), a Catania ho votato per Bersani segretario nazionale, ho votato per la segreteria regionale, per Bersani vs Renzi e per (far finta di) scegliere i candidati a ...
Allunga il mormone laico Mitt Romney sul cattolico integralista Rick Santorum, che però in alcuni Stati sembra ormai riuscire a battersi ad armi quasi pari con il ricchissimo rivale in queste soporifere primarie repubblicane, non a caso definite dalla Cnn come una sorta di guerra al senso comune degli americani. In Michigan, dove è nato e dove il padre George Wilcken è stato governatore dal 1963 al 1969, Romney ha avuto il 41% dei voti contro il 38% di Santorum il 12% di Ron Paul e il 7% di Newt Gingrich (sempre più in difficoltà). In Arizona Romney ha invece vinto facilmente, raggiungendo il 48% dei consensi contro il 26% andato a Santorum, il 16% a Gingrich e 8% a Paul.
A questo punto, è sempre più evidente che le sorti delle primarie si decideranno nel cosiddetto "supermartedì" del 6 marzo, con gli elettori di 10 Stati che si recheranno a votare per scegliere quale fra i candidati repubblicani sfiderà a novembre l'incumbent Obama. Santorum (la cui debolezza in materia di economia diventa ogni giorno che passa più imbarazzante, prova ne sia la disarmante dichiarazione di qualche giorno fa sulla crisi globale originata dall'aumento del prezzo della benzina) potrebbe anche recuperare su Romney e Gingrich tenterà il tutto per tutto per rimanere in corsa. Scarse le chance del libertario oltranzista Ron Paul, che farebbe bene a lasciare la corsa quanto prima, risparmiando qualche dollaro per la vecchiaia.
[caption id="attachment_11743" align="aligncenter" width="300" caption="Rick Santorum e Mitt Romney"][/caption]
Mitt Romney ha vinto, anche se non largamente, le primarie repubblicane del Maine con il 39% delle preferenze, battendo Ron Paul, giunto ad un clamoroso 36%. Terzo Rick Santorum (18%) e quarto ed ultimo Newt Gingrich (con appena il 6%), probabilmente già proiettato al super-martedì del 6 marzo, quando si voterà in ben 10 Stati, molti al sud, dove l'ex speaker della Camera è ben radicato.
Davvero un ottimo exploit quello del libertario texano Ron Paul, che comunque ha poche chance di successo finale e corre davvero solo per la gloria. Romney, intanto, mette altro "fieno in cascina", distanzia Santorum (il trionfatore di martedì scorso in 3 Stati su 3 nei quali si votava) e guarda con fiducia all'immediato futuro, anche lui in ogni caso assai attento soprattutto a non sbagliare il vitale appuntamento del 6 prossimo.
Nella corsa alle primarie repubblicane la Florida stanotte è andata a Mitt Romney, con il 46.4% dei voti. «Sono pronto a guidare il partito e gli Stati Uniti - ha dichiarato il magnate - sta finendo l’era di Obama e sta cominciando un’era di prosperità: leadership vuol dire assunzione di responsabilità, non accampare sempre delle scuse». In ogni caso, il suo avversario più temibile non molla. «La partita è tutt’altro che conclusa», ha dichiarato Newt Gingrich. E i numeri potrebbero anche dargli ragione.
A ben vedere, infatti, una metà buona dell’elettorato repubblicano è assai al di là della classica moderazione di Romney, considerato dai più un elegante miliardario del Massachusetts e poco altro. Ora, se Romney in Florida ha avuto il 46.4% dei consensi, mettendo assieme il suo 31.9% di Gingrich ed il 13.4 di Santorum si ha un 45.3% che fotografa un Grand Old Party davvero diviso a metà.
Certo, le prossime tappe delle primarie, a cominciare dal Nevada sabato 4, sono sulla carta più favorevoli a Mitt Romney (tranne che negli Stati del Sud), ma il voto della destra religiosa, finora appannaggio del cattolico Rick Santorum, spostandosi su Gingrich potrebbe fare la differenza e riaprire una partita che Romney per prima sa bene essere ancora lunga.
Fiammata per Newt Gingrich, brutto colpo per Mitt Romney alle primarie repubblicane in South Carolina, dove l'ex speaker della Camera ha battuto senza sconti l'ormai ex favorito tra i candidati del Grand Old Party, staccandolo di 12 punti percenutali ed incassando il 40% delle preferenze contro il 28% del rivale. A questo punto, la corsa per la nomination presidenziale nel Grand Old Party è riaperta. Di certo di ciò è contento Barack Obama, che vede indebolirsi l'unico candidato che alla Casa Bianca viene considerato in grado di impensierire il presidente in carica, appunto l'ex governatore del Massachusetts Romney, ottimo esperto di economia. Tutti i sondaggi, infatti, in caso di sfida Obama-Gingrich, danno l'incumbent nettamente vincente.
Ora il "circo" repubblicano si sposta in Florida, il prossimo Stato dove si voterà per le primarie (il 31 gennaio), il primo Stato di grandi dimensioni ad esprimersi. Romney parla ancora da frontrunner, ma anche Gingrich sta cominciando a parlare come se avesse vicina la nomination, alzando i toni anche troppo sopra le righe contro il presidente. «Sono pronto a sfidare Obama - afferma - anche perché dopo il disastro compiuto finora pensate quanto potrebbe essere radicale, ancora più a sinistra, Barack Obama se venisse rieletto per un secondo mandato».
Vanno male le cose sia per l'ultracattolico di orgini italiane Rick Santorum, terzo con il 17% dei voti nonostante la "propulsione" della vittoria al riconteggio in Iowa (altro colpo non da poco per Romney), che per l'ultralibertario Ron Paul, quarto ed ultimo con il 13% delle preferenze. Entrambi non pare intendano ritirarsi dalla corsa (soprattutto Santorum, che è politicamente giovane ed ha bisogno di farsi conoscere per le future campagne), ma il voto in South Carolina sembra aver sancito come il reale avversario di Romney sia Gingrich e non gli altri due "superstiti".
[caption id="attachment_11603" align="aligncenter" width="300" caption="Newt ...
Dopo l’Iowa Mitt Romney ha conquistato con il voto di stanotte anche il New Hampshire, avvicinandosi alla nomination repubblicana per la Casa Bianca. Ma se in Iowa l'economista mormone aveva battuto Rick Santorum per soli 8 striminziti voti, in New Hampshire ha prevalso in maniera netta: 39% davanti al 24% del libertario Ron Paul ed al 17% di Jon Hunstman, con Newt Gingrich e l'ultraconservatore Rick Santorum ad appena il 9% e Rick Perry in fondo con appena l’1%.
Romney ha festeggiato la vittoria con un possente attacco a Barack Obama: «Il presidente vuole radicalmente trasformare l’America, mentre io voglio restaurarla, lui si ispira alle capitali europee io alle città della nostra nazione, lui ha aumentato il debito io pareggerò il bilancio, lui ha perso la tripla AAA io la riprenderò, è il momento di batterci per l’America che amiamo». Un proclama che davanti ad una platea osannante è stato facile fare, ma che il presidente in carica, negli eventuali futuri confronti televisivi, non faticherà troppo a smontare.
Ora si passa in South Carolina, per il turno di primarie del 21 gennaio. Favoriti potrebbero essere i più conservatori, ma ovvio che se Romney dovesse cominciare a vincere anche a Sud avrebbe la nomination in tasca.
A ben ragionare, comunque, nonostante l'attuale secondo posto, Ron Paul non è il vero competitor del mormone. Ha sicuramente ragione Ari Fleischer, ex portavoce di George W. Bush, quando afferma che «l’unico che ancora può ostacolare la corsa di Romney è Newt Gingrich». L'ex speaker della Camera ha tanta esperienza. Ed è l'unico vero politico di caratura nazionale oltre al favorito. Outsider assoluti come Santorum e Paul non possono reggere a lungo la sfida, nemmeno economicamente, ed alla fine la corsa sarà a due.
Finisce sostanzialmente in parità fra Mitt Romney (25% dei consensi, con appena 8 voti in più del rivale) e Rick Santorum il caucus dell'Iowa. Il primo round delle primarie repubblicane vede di fatto appaiati il ricchissimo economista mormone, ex governatore di successo del Massachusetts, e l'estremista cattolico, ex senatore della Pennsylvania. Insomma, si è sì assistito ad una straordinaria performance di Santorum, finora ignorato dagli analisti, ma a ben vedere questa è assai normale in uno Stato noto per le idee di destra religiosa della maggioranza della sua popolazione.
Di sicuro, però, c'è da dire che il discorso pronunciato da Santorum, di origini italiane, è stato più appassionato, di timbro obamiano direi quasi. Romney, di contro, non è sembrato trascinare le masse con il suo eloquio. La domanda a questo punto è: quanta strada potrà percorrere Santorum? Di certo i conservatori tenteranno di fare quadrato attorno a lui per sconfiggere il laico e liberale Romney, ma ciò significherebbe condannare alla sconfitta il Grand Old Party, essendo Romney l'unico dei candidati repubblicani in grado di impensierire il presidente in carica Obama.
Quanto agli altri, tranne che per Ron Paul (21%) e Newt Gingrich (circa il 13%), i giochi sembrano già conclusi. Rick Perry (10%) pare quasi sicuro che abbandonerà la campagna. E Michele Bachmann, repubblicana di origini norvegesi, assai vicina al Tea Party, con uno striminziato 5%, è davvero lontanissima dalle aspettative. Anche la sua corsa potrebbe finire qui. Inutile bruciare altro denaro in una impresa disperata.
[caption id="attachment_11497" align="aligncenter" width="300" caption="Rick Santorum"][/caption]
Quattro anni fa l'Iowa premiò il repubblicano conservatore religioso Mike Huckabee, governatore e pastore insieme, impostosi a sorpresa nel suo caucus, la consultazione che inaugura la stagione delle primarie nell'anno delle elezioni presidenziali statunitensi. L'Iowa è uno Stato fatto di tantissimi villaggi sparsi nelle Grandi Pianure. La tradizione gli conferisce l'onore del "primo colpo" e quindi per qualche settimana ha addosso gli occhi di tutto il mondo, ma non è che i suoi risultati siano in sé e per sé chissà quanto importanti. Possono esserlo a livello psicologico, ma poi, nelle settimane successive, i reali "valori in campo" emergono e si affermano.
Il Partito Repubblicano è oggi dominato da Mitt Romney, il mormone ex governatore del Massachusetts, che sarà molto probabilmente lo sfidante del presidente in carica Barack Obama ai primi di novembre. L'altro nome di spicco del Grand Old Party in corsa per la candidatura alla Casa Bianca è l'ex speaker della Camera Newt Gingrich, un uomo che a metà anni Novanta per un bel po' di tempo ha avuto in mano gli Usa più di Bill Clinton senza però riuscire a concretizzare in alcun modo potere e popolarità. Fino a qualche mese or sono i sondaggi erano benevoli nei suoi confronti, nonostante una campagna elettorale confusionaria, ma ad un certo punto è partita un'azione fortemente denigratoria che lo ha sbriciolato.
Ufficialmente la gran mole di pubblicità anti Gingrich non ha nulla a che fare con Romney. È stata invece organizzata da Restore Our Future, un comitato d'azione politica, in sigla Pac, di quelli che una recente sentenza della Corte Suprema Usa ha autorizzato a diffondere qualsiasi messaggio politico, anche attaccando personalmente i candidati. E a differenza di questi, un Pac è senza limiti nella possibilità di raccogliere fondi e non ha nemmeno obbligo di trasparenza per quanto riguarda l'identità dei ...
Davvero in casa Pdl (come pure in casa Pd, per carità) l'autolesionismo è la regola ... Nemmeno il tempo di nominare il (politicamente) giovane Angelino Alfano segretario del Popolo della Libertà che già arrivano i primi siluri nella sua direzione, lanciati da Roberto Formigoni. Il presidente della Regione Lombardia in rapida successione ha chiesto più attenzione per il centro quale alleato nel 2013, ha (conseguentemente) incontrato il leader dell'Udc Casini ed ha parlato con forza di primarie per il ruolo di candidato premier post era Berlusconi. Il che suona un po' (tanto) come una vera e propria delegittimazione di Alfano, che il Cav. ha pubblicamente scelto quale suo successore per la corsa a Palazzo Chigi.
Dal canto suo, anche Angelino Alfano, obtorto collo, si è detto d'accordo per le primarie, ma è chiaro che non gradisce le mosse di Formigoni, un uomo che ormai da anni studia da premier, avendo anche alle spalle un "popolo" (Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere) in grado di sostenere le sue ambizioni. Ovvio che il neosegretario lo veda come un pericoloso competitor personale. Quali contromisure adotterà Alfano? Vedremo. Anzi, considerato il clima interno al Pdl, ne vedremo delle belle. Certo, però, che, da parte dei suoi, un minimo di pace almeno all'inizio dell'incarico non sarebbe stato stato male concedergliela.
Angelino Alfano e Roberto Formigoni
Una conservatrice non da poco, che si presenta all'America come l'alfiere della Costituzione, della famiglia e della libertà. È la congresswoman repubblicana del Minnesota Michele Bachmann, che ha lanciato ufficialmente la corsa alla White House da Waterloo (in questo caso la pronuncia è uoterluu). Certo, il nome della cittadina non è il massimo del buon auspicio, ma che ci può fare la deputata? A Waterloo, nell'Iowa (per inciso, storicamente il primo Stato americano a tenere le primarie per i candidati alla presidenza), c'è nata 55 anni fa. E delle sue origini del Midwest lei è davvero molto fiera.
Repubblicana e membro del Tea Party, da giovane è stata democratica (fu una volontaria della campagna per l'elezione di Jimmy Carter nel 1976) ed oggi chiarisce la sua identità assolutamente non liberal. Di Barack Obama dice semplicemente che «non merita di essere rieletto presidente perché ha allontanato da noi il sogno americano, visto che il debito nazionale aumenta, acquistare una casa diventa sempre più difficile e il costo della benzina continua a salire».
I sondaggi, che già sono partiti, descrivono la lady - a questo punta un'antagonista dichiarata della Sarah Palin - impegnata in un testa a testa in Iowa, dove a febbraio del 2012 inizieranno le primarie repubblicane, con Mitt Romney, il mormone esperto di economia al momento favorito nel Grand Old Party. Grosso handicap di Romney, però, è la grinta, un po' deficitaria. Mentre Michele Bachmann non ha paura di dire che sì, è possibile battere Barack Obama nel 2012.
Costante il riferimento della Bachmann a Daniel Webster, il senatore federalista del Massachusetts che ad inizio '800 difendeva a spada tratta diritti costituzionali degli Stati americani dalla presunta invadenza del governo centrale. Identica la sfida che oggi la "leghista" Bachmann lancia ad Obama, reo di non difendere i cittadini dal potere del governo. ...
Numericamente non è stata la marcia del milione di uomini che l'islamico Louis Farrakhan, predicatore peraltro politicamente assai sterile, fece convergere su Washington nel 1996. E non è stata - ovvio - nemmeno l'adunata oceanica organizzata da Martin Luther King il 28 agosto del 1963, il giorno del discorso “I have a dream” che mutò per sempre i destini dell'America. Di certo però la prova di forza del Tea Party al National Mall è stata stravinta dagli organizzatori, in primo luogo da quel Glenn Beck, giornalista star della tv di Rupert Murdoch Fox News, che è ormai l'anima del movimento anti tasse statunitense. Ma anche dalla Sarah Palin, ospite fissa alle “adunate” del Tea Party, che sta trovando fra le pieghe della giovane iniziativa un dinamismo ed una linfa vitale impossibili da rinvenire nel Grand Old Party. Dopo sabato, infatti, è chiaro che con questa nuovissima forza politica che preme potentemente dal basso il Partito Repubblicano deve fare i conti, pena serissimi guai elettorali.
Già molti dei candidati tradizionali del Gop sono stati battuti alle recenti primarie per le elezioni di mid-term che si terranno il 2 di novembre. E lo stesso John McCain, icona trasversale classicamente repubblicana ma in grado di attrarre anche le simpatie dei democratici, ha scampato per poco la perdita della possibilità di poter concorrere ancora per il partito dell'elefante ad occupare il seggio senatoriale spettante all'Arizona. Alla fine McCain ha vinto le primarie repubblicane, ma ha dovuto mutare parecchio del suo tradizionale messaggio, puntando su argomenti a lui per nulla congeniali, come la sicurezza e la lotta all'immigrazione. In uno spot su questo tema, ad esempio, ha buttato alle ortiche 30 e passa anni di posizioni progressiste.
Insomma, il Tea Party, che deve l'ironico nome alla rivolta del 1773 dei coloni americani contro le inique tasse della ...
Con occorreva essere un genio della politologia o un mago dei sondaggi per prevedere il plebiscito che ieri ha investito il presidente in carica della Regione Puglia Nichi Vendola. Su circa 192mila votanti alle primarie democratiche, oltre il 70% dei consensi è andato a Vendola e meno del 30% all'economista Francesco Boccia (per inciso, ottima la sua proposta di legge di settembre per vietare che gli enti locali investano in derivati), deputato Pd sostenuto dai vertici del partito.
Francamente, fatico a capire la ratio di una prova di forza il cui esito era a mio avviso scontato. Il trionfo di Vendola per il Pd assume quindi i contorni dell'ennesima figuraccia, stavolta cercata, ambita, agognata mi vien da dire. Perché Vendola ha operato bene in questi anni a capo della Regione Puglia ed è stato davvero miope cercare un'alternativa per poter chiudere un accordo elettorale con l'Udc.
Quanto proprio all'accordo con Pier Ferdinando Casini, questo in primo luogo - ricordiamolo - a livello complessivo è stato compromesso dall'aver supinamente accettato la fuga in avanti di Emma Bonino nel Lazio, avallandone la candidatura a presidente della Regione. Nicola Zingaretti sarebbe stato un ottimo candidato per via della Pisana. E si sarebbe potuto battere contro la Renata Polverini ad armi pari. Mentre la Bonino perderà con uno scarto di voti impressionante. Per tacere del fatto che la Bonino è una radicale, ossia l'esponente di un partito che si è battuto per l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (quello che impedisce il licenziamento senza giusta causa alle aziende che hanno oltre 15 dipendenti) e che privatizzerebbe anche l'aria, mentre la Polverini è il segretario generale dell'Ugl. Quindi, semplificando, il centrosinistra nel Lazio presenterà un candidato di pura destra economica e il centrodestra presenterà una sindacalista. Senza parole ... Lo vada a chiedere il voto agli ...
Grande successo per le primarie del Partito Democratico, che hanno registrato quasi 3 milioni di votanti. La vittoria - data per scontata dagli osservatori più accorti - è andata a Pierluigi Bersani, che ha ottenuto più del 50% dei voti ed è quindi il nuovo segretario del Pd.
Ora occorre una completa rifondazione identitaria per un soggetto che fin qui è stato molto confuso.
Una assai avvertita esigenza di chiarezza da parte di molti elettori in Italia vorrebbe che si giungesse ad un partito delle 3 L: Left, Liberalism, Laicism. Ovvero che il Pd divenisse leftist (di sinistra seria), liberal (ovviamente nell'accezione statunitense del termine) e davvero laico. Perché la "marmellata veltroniana" che è stato fino ad ora proprio non serve a nessuno. A ben pensare, forse neanche agli avversari del Pdl.
[caption id="attachment_6345" align="aligncenter" width="280" caption="Pierluigi Bersani"][/caption]