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Al momento la mega inchiesta della Procura di Catania su mafia e politica sembrerebbe essere finita quasi in una bolla di sapone. Per l’indagato eccellente, il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, l’accusa è stata derubricata da concorso esterno in associazione mafiosa a voto di scambio. Per carità, non si tratta di una bazzecola, ma l’ipotesi iniziale degli inquirenti era certo assai più pesante ed il leader autonomista può per ora tirare un bel sospiro di sollievo. Quel che succederà in futuro non è dato sapere (molto dipenderà da chi diverrà nuovo procuratore capo di Catania), ma per il momento il presidente può stare (relativamente) tranquillo e tornare ad occuparsi di quel che meglio gli riesce, ovvero fare politica.
Ecco, proprio qui sta il punto, però, nella politica. Che è la grande assente del dibattito degli ultimi giorni. Data la notizia sulla rimodulazione dell’accusa a suo carico e comunicato financo il giorno in cui (il prossimo 14 dicembre) Lombardo dovrà comparire davanti al giudice monocratico, un particolare non può non saltare all’occhio: a parte alcune voci isolate, come quella del senatore democratico Enzo Bianco, dell’europarlamentare Rita Borsellino, sempre del Pd, e della sua collega a Strasburgo Sonia Alfano (Idv), sostanzialmente nessun big della politica isolana è intervenuto. Non una parola su di un fatto, Lombardo a giudizio per voto di scambio, che forse qualche ragionamento lo meriterebbe.
Del resto, è da fine marzo 2010, quando la Repubblica ha informato gli italiani dell’indagine in corso su Lombardo, che il Pdl interviene poco sulla vicenda. Vuoi perché il leader nazionale, Silvio Berlusconi, si ritiene un perseguitato dalla Magistratura e quindi di riflesso vede Lombardo come un “collega di sventura”, vuoi per incapacità congenita a capitalizzare le contingenze positive, vuoi perché l’inchiesta Iblis si è rivelata particolarmente ostica da comprendere e “maneggiare”. Risultato: afasìa quasi ...
Sono sempre più incalzanti le voci che danno Massimo Russo, attuale assessore siciliano alla Salute, quale prossimo candidato alla presidenza della Regione in luogo di Raffaele Lombardo, capo incontrastato del Movimento per le Autonomie. Addirittura, fonti autorevoli hanno parlato di Russo come del possibile leader di una sua formazione politica, con tanto di logo e slogan (“La Sicilia ai siciliani”?) già pronti. In alternativa, potrebbe creare una corrente interna all’Mpa, fermo restando che al movimento lombardiano, da quel che si sa, tecnicamente Russo non avrebbe mai aderito.
Ora, a prescindere da come la si pensi sulla sua riforma della Sanità o sulla trasformazione del 118 regionale da lui voluta, Massimo Russo, già pm antimafia a Palermo prima di accettare l’incarico di assessore, è un uomo perbene, la cui diretta discesa in campo in politica dovrebbe rassicurare i tanti che reputano, pienamente a ragione, la legalità centrale nell’amministrazione della cosa pubblica.
Un magistrato alla guida della Sicilia sarebbe un segnale inequivocabile di cambiamento, una svolta epocale. Come lo sarebbe anche un imprenditore fortemente caratterizzato per il suo impegno antimafia. O una donna con le caratteristiche giuste. Insomma, per chi ha dubbi sull’eticità dell’agire del Raffaele Lombardo pre trionfo 2008, Russo dovrebbe in qualche modo rappresentare una buona garanzia. A torto o a ragione, Lombardo viene ormai da molti considerato una anomalia troppo grande nel panorama politico siciliano. Una candidatura alla presidenza della Regione di Russo in sua vece la risolverebbe in maniera non traumatica.
E qui veniamo al nocciolo della questione. L’ipotesi di Massimo Russo a Palazzo d’Orléans quale successore di Raffaele Lombardo quanto è “digeribile” per il leader autonomista? Entro che limiti è una “sua” ipotesi? E in che misura, invece, è una mossa indispensabile sì, ma comunque da lui subita?
Insomma, Lombardo non è uomo da fare passi indietro a cuor leggero. Vero ...
Alla fine ne resterà uno soltanto, che sarà scelto con molta probabilità in autunno, ma al momento sono 3 i candidati alla carica di capo della Procura della Repubblica di Catania i cui curricula verranno sottoposti al vaglio del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. Oggi, infatti, dal voto della Commissione referente del Csm sono emersi i nomi del procuratore generale di Catania Giovanni Tinebra (2 preferenze), del sostituto della Dda etnea Giuseppe Gennaro (2 voti) e del sostituto procuratore generale di Roma Giovanni Salvi (1). Nel successivo step, in una prima votazione il Csm deciderà i due che andranno al "secondo turno", dal quale verrà fuori il nome finale.
Come spesso ho sostenuto negli ultimi anni, nell'anomalia siciliana si innesta la contorta anomalia catanese, tanto che la nomina del successore di Enzo D'Agata quale capo della Procura viene a torto o ragione caricata di aspettative messianiche. Siamo davvero alla metapolitica se i destini di una città, di un'Isola sono percepiti quali esclusivamente appesi alla scelta del nuovo procuratore, ma la situazione è questa. Arriverà ottobre. E arriverà la scelta del Csm. In maniera, quale che sia, da tornare alla politica. Abbandonando la metapolitica ai teoreti ad oltranza.
Il Palazzo di Giustizia di Catania
Oggi abbiamo scoperto - ed invero la notizia ha grande rilevanza scientifica e certo la Nasa non potrà non tenerne conto nell'organizzare le sue prossime missioni - che il mondo ruota attorno all'asse Ramacca-Palagonia. Ed io, ingenuo, che avevo creduto alla vulgata di un asse terrestre dal Polo Nord (magnetico) al Polo Sud (altrettanto magnetico). Mah ... Certo che, se le cose stanno come stamattina ha illustrato il procuratore capo di Catania Enzo D'Agata c'è proprio da dire che la montagna (della mega inchiesta su Mafia&Politica in Sicilia) ha partorito il classicissimo topolino (gli arresti di stanotte), di dimensioni davvero microbiche.
D'Agata si è dato da fare a chiarire che in Procura c'è concordia e che, a parte qualche appassionata divergenza d'opinione, la visione dei vari inquirenti sulle vicende politico-mafiose etnee e trinacriute è comune. In tutta franchezza, bastava guardare la sua di faccia, per non parlare di quella dei suoi colleghi di grado più basso, per capire quanto inverosimile fosse tale affermazione di concordia.
In ogni caso, la posizione dei big sotto inchiesta (a proposito, finalmente il procuratore D'Agata ha confermato, davanti ad una selva di telecamere, che sì, Raffaele Lombardo è stato indagato, anzi lo è ancora perché gli arresti di stanotte non hanno concluso l'indagine e tecnicamente non si può ancora parlare di archiviazione per il presidente della Regione Siciliana) per il momento è tranquilla. Il procuratore ha evidenziato con enfasi (troppa, caro dottor D'Agata, troppa, quando parla di Lombardo Ella perde il senso della metriòtes, occorre un approccio più zen, creda a me che mai nella vita ho avuto atteggiamenti misurati e l'ho pagata cara, a cominciare da come mi hanno fatto à la julienne le donne ...) che nulla di rilevante è mai emerso a carico di Lombardo. Ma i suoi colleghi non hanno perso l'occasione per ...
47 arresti sono stati eseguiti nottetempo (casa per casa, direbbe Vincenzo Consolo) dai carabinieri del Ros tra Sicilia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Il provvedimento, emesso dal gip Luigi Barone su richiesta della Dda della Procura di Catania, riguarda dei membri sembra di rilievo di Cosa Nostra, ma anche pubblici amministratori (fra i nomi finora emersi quelli del deputato regionale Fausto Fagone e il consigliere provinciale Antonino Sangiorgi) ed imprenditori del capoluogo etneo.
I reati ipotizzati sono associazione mafiosa, omicidio, estorsioni e rapine. Le indagini di carabinieri del Ros hanno ricostruito le recenti dinamiche mafiose, documentandone gli interessi criminali e le infiltrazioni negli appalti pubblici, mediante una capillare rete collusiva nella pubblica amministrazione.
Contemporaneamente, i militari dell'Arma hanno eseguito il sequestro di beni per almeno 400 milioni di euro, comprendenti l'intero circuito economico di imprese, complessi commerciali, fabbricati e beni mobili dei sodalizi indagati. L'inchiesta, denominata "Iblis", è stata coordinata dal procuratore capo di Catania Vincenzo D'Agata e dai magistrati della Dda Giuseppe Gennaro, Agata Santonocito, Antonino Fanara e Iole Boscarino.
Con un simile numero di arrestati è a questo punto legittimo attendersi qualche rivelazione di peso che scardini ulteriormente il sistema politico mafioso della metropoli etnea.
I dettagli precisi dell'operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa alle ore 11.00 nell'aula delle adunanze del Palazzo di Giustizia di Catania.
Sono clan nemici per il controllo del territorio, ma soci nel riciclaggio del denaro sporco da "ripulire". Le famiglie Laudani e Santapaola da una parte e la cosca Mazzei dall'altra riciclavano infatti insieme i proventi delle loro varie attività illegali. Questo emerge da una indagine dei Carabinieri del Comando provinciale di Catania sfociata nell'arresto di 13 presunti affiliati a Cosa Nostra e di tre imprenditori presumibilmente riconducibili ai tre clan.
Secondo l'Arma, le tre cosche sarebbero riuscite ad ottenere la gestione, tramite la vittoria di alcuni appalti annuali, dei servizi di ristoro dello stadio "Massimino" durante le partite del Catania Calcio ed i concerti, ma anche dei bar e dei parcheggi delle affollatissime spiagge libere della Playa.
L'inchiesta, coordinata dal procuratore capo di Catania Vincenzo D'Agata e dal sostituto della Dda etnea Giovannella Scaminaci, ipotizza i reati di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione, detenzione di armi da guerra e impiego di denaro di provenienza illecita.