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Oltremodo sicuro della sua (ri)elezione a presidente della Federazione Russa il prossimo 4 marzo, il premier Vladimir Putin, che non ha mai smesso di parlare da capo dello Stato, ha deciso di rispondere alla grande a quella che considera «la minaccia» dello scudo antimissile americano, ed ha annunciato il più imponente programma di riarmo russo dal crollo dell'Unione Sovietica nel dicembre del 1991. Nei prossimi 10 anni, infatti, Mosca spenderà 23.000 miliardi di rubli (ossia 773 miliardi di dollari) per acquisire oltre 400 missili balistici intercontinentali (Icbm), ovviamente dotati di testate nucleari, 8 sottomarini a propulsione e armamento atomici e 20 convenzionali, oltre a 600 aerei da guerra e 28 sistemi di difesa anti-aerea S-400.
Il piano è stato reso noto dallo stesso Putin in un intervento a sua firma pubblicato sulla Rossiiskaya Gazeta, nel quale l'uomo forte di San Pietroburgo ha spiegato come la presunta debolezza russa potrebbe anche divenire una tentazione per qualcuno ed ha fatto un parallelo storico con le condizioni delle forze armate sovietiche all'inizio della II Guerra Mondiale. «Mai e in nessuna circostanza - ha sottolineato Putin - rinunceremo alla deterrenza del nostro potenziale strategico, anzi la rafforzeremo».
La minacciosa corsa al riarmo del premier russo è certo una delusione per chi, all'indomani dei tragici fatti dell'Undici Settembre, aveva cominciato a considerare la Russia, che culturalmente è Europa tout court, come parte dell'Occidente. Evidentemente non bastano i petrorubli a fiumi, l'ingresso nel Wto e la comune minaccia islamista a fare abbandonare a Mosca i sogni di grandeur militare in funzione (per inciso, del tutto teorica) anti Washington. Chiamiamoli riflessi condizionati da Guerra Fredda. Difficili da controllare.
[caption id="attachment_11709" align="aligncenter" width="300" caption="Vladmir Putin"][/caption]
Aleksej Kudrin, ormai ex ministro delle Finanze ed ex vicepremier, è l'uomo della rinascita russa, il tecnico che ha portato la Federazione dallo scomodo ruolo di debitore internazionale (ricordiamoci della grave crisi del rublo del 1998) al terzo posto nel mondo per riserve in valuta. Non è facile capire che cosa cambierà nelle capacità di Mosca di tenere il passo con le altre realtà emergenti del globo, ma certo sarebbe stato meglio per il Cremlino se questa grana non fosse scoppiata.
Molti osservatori non hanno mancato di evidenziare come le dimissioni di Kudrin, rassegnate dopo un brutto scontro frontale con il presidente Dmitrij Medvedev, siano assolutamente inusuali in terra russa, Paese nel quale nessuno più neanche tenta di opporsi allo strapotere dello "zar" Putin. Ebbene, Kudrin, che avrebbe voluto per sé il posto di primo ministro che Putin per il prossimo "giro di giostra" ha invece riservato a Medvedev, ha pubblicamente attaccato il Cremlino. E lo ha addirittura fatto da Washington, criticando le scelte del potentissimo ex agente del Kgb davanti al mondo intero.
Insomma, un'altra brutta "crepa" si è aperta nella fortezza del potere putiniano, ma i liberaldemocratici duri e puri non si facciamo illusioni, Vladimir Putin si appresta a governare per altri dodici anni la Russia senza possibilità alcuna di reale opposisione. Sarà pure «una parodia dell'Unione Sovietica», come l'ha definita Mikhail Prokhorov, un imprenditore che ha tentato senza successo la strada della politica indipendente, ma la Russia di oggi è saldissimamente in mano a Putin e pure in forte crescita economica.
Certo, c'è da chiedersi in che misura tale crescita sia stata merito di Aleksej Kudrin e quanto la sua rottura con la coppia Putin-Medvedev peserà sulla "efficienza direzionale" del governo russo. Rinvenire nella Federazione qualcuno all'altezza di Kudrin non sarà impresa facile (il neo nominato ad interim Anton Siluanov, ...
Davvero è avvilente vedere come, mentre in Libia si vive la tragedia di una guerra civile spaventosa, in Europa si respiri sull'argomento un clima da farsa, con divisioni su tutto. L'Italia non gradisce la guida di Francia e Gran Bretagna e chiede che la Odissey Dawn sia gestita dalla Nato. Nella Nato il socio Turchia è (con una serie di comprensibili ragioni) contrario all'operazione. Il premier italiano Berlusconi si dice addolorato per Gheddafi (che forse nei bombardamenti ha prerso un figlio ... Forse ...) e manda in missione aerei che non bombardano. Davvero c'è da rotolarsi per terra dal ridere. Ma un caccia che parte dall'Italia ed arriva in Libia che fa se non tira missili? Evidentemente le istruzioni per il pilota sono di dare un'occhiata giù, fare "ciao" con la manina e rientrare alla base.
Nel mentre, in Russia litigano fra di loro il premier (ex presidente) Putin ed il suo (ormai ex?) delfino (oggi presidente) Medvedev: il potentissimo ex agente del Kgb minaccia fuoco e fulmini sulla vicenda libica e parla di «crociata medievale» e l'inquilino (molto) pro tempore del Cremlino lo frena indignato. L'unica presa di posizione seria viene (come sempre) da un Paese nordico (che, per inciso, non fa parte dell'Unione Europea). La Norvegia, membro Nato, ha chiaramente detto che in questa confusione lascerà a terra i suoi caccia fino a quando non sarà deciso a chi affidare il comando delle operazioni. Roma quasi sta per fare la stessa cosa. Sola che prima ci siamo coperti di ridicolo.
Muhammar Gheddafi
Secondo l'agenzia stampa Dire, sarebbero pronti brand e logo del nuovo movimento di Silvio Berlusconi. La scelta del premier sarebbe caduta su "Italia", un marchio semplicissimo, diretto, di sicuro effetto ed impossibile da dimenticare anche per l'elettore meno acculturato. Una sorta di uovo di Colombo, dunque, che dovrebbe soppiantare l'ormai logoro Pdl, azzeccatissimo considerando una finestra temporale assai stretta (autunno 2007-primavera 2008), ma usuratosi velocemente, anche complice la diaspora finiana.
I punti di forza di un simile brand sono ovvi: nel 150° anniversario dell'unità del Paese chiamare un partito politico "Italia" è sicuramente una idea vincente, che trasmette positività ed ammicca a quel che resta del nazionalismo degli italiani.
L'unico dubbio rimane sulla liceità dell'operazione. Perché utilizzare il nome del Paese per indicare uno specifico partito non è il massimo della classe, diciamolo pure. L'ha fatto con grande successo Vladimir Putin con Russia Unita, ma Berlusconi non potrebbe utilizzare l'aggettivo senza attirare su di sé le ire dei leghisti. Ed ecco quindi che il Cav. tira fuori dal cilindro il solo nome della Patria, somma sineddoche. Il tutto per la parte. Anzi, per il partito ...
WikiLeaks ha impietosamente evidenziato il vero conflitto d'interessi del premier italiano Berlusconi: servire come cameriere alla Casa Bianca e nel contempo al Cremlino ...
Vladmir Putin, Silvio Berlusconi e George Bush jr al vertice Nato di Pratica di Mare del 2002
A Mosca, una doppia esplosione stamattina nella centralissima stazione metropolitana della Lubianka, ad un passo dalla sede dei servizi segreti russi, ha provocato almeno 30 vittime, anche se il bilancio finale potrebbe essere di centinaia. Fortissimi i sospetti sugli islamisti caucasici.
La mano dura di Vladmir Putin, dettata dallo scarso realismo di un leader convinto di poter risolvere tutto con la potenza militare, negli anni non ha affatto fermato il terrorismo islamista-separatista ceceno, tutt'altro.
Il premier, così duro con i "dissidenti" russi che si oppongono alle sue politiche, non ha trovato il modo di piegare i ceceni, che da fenomeno separatista e basta durante gli anni di potere dell'ex agente del Kgb hanno saldato i propri interessi con quelli dell'islamismo radicale stile al-Qaeda. Non c'è che dire, davvero un esito fallimentare quello della politica caucasica putiniana.
Alla dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sulla necessità, invero pressante, di una riforma fiscale per il nostro Paese (il Cav. avrebbe in mente una radicale semplificazione, con due sole aliquote Irpef al 23 e 33%) il Partito Democratico ha replicato parlando dell'esigenza di abolire gli studi di settore.
Ottime entrambe le proposte. E, per inciso, è uno splendido segnale che i democratici si dicano favorevoli ad una assurda iniquità come gli studi di settore, che nemmeno uno statalista incallito come me riesce a difendere.
Nel 2001, dopo un po' di riforme fiscali serie fatte dagli Stati baltici, la Russia di Putin ha stupito tutti adottando dall'oggi al domani una flat tax con aliquota al 13%, più bassa di ben 4 punti rispetto a quella suggerita nel 1996 dal miliardario candidato alla presidenza americana Steve Forbes. La proposta di Forbes di un'aliquota unica al 17% aveva a suo tempo suscitato molto scandalo, ma appena 5 anni dopo la riforma di Putin l'ha superata di gran lunga con buoni risultati, abbattendo l’evasione.
[caption id="attachment_7359" align="aligncenter" width="370" caption="Steve Forbes"][/caption]
L'anno che va a chiudersi è stato senza dubbio un pessimo anno. La crisi finanziaria esplosa a settembre 2008 è proseguita e, a mio avviso, i timidi cenni di ripresa che alcuni vedrebbero semplicemente non ci sono. L'economia reale è in forte affanno in tutto l'Occidente. E, cosa incredibile, i megamanager un po' ovunque hanno ricominciato a distribuirsi di nuovo bonus da capogiro, senza timore o vergogna. Insomma, per quanto il mio amato modello scandinavo testimoni il contrario, francamente l'idea che il Capitalismo sia irriformabile ogni tanto, credo comprensibilmente, fa capolino ...
Il 2009 si conclude con un'allerta dovuta alla minaccia terroristica come non si riscontrava da anni. Il fallito attentato della vigilia di Natale sul volo Amsterdam-Detroit della Delta Airlines ha palesato nuove modalità di attacco di al-Qaeda ed urgono quindi delle contromosse, anche per ovviare all'ennesimo fallimento dell'Intelligence americana. Si è appena saputo, infatti, che sia dallo Yemen che dalla Nigeria erano state fornite informazioni dettagliate sull'eventualità di un attentato ad opera di un giovane nigeriano. Mesi fa, addirittura, il padre del ragazzo, un ex ministro, disperato, aveva denunciato alla Cia le idee radicali del figlio.
Nonostante simili indicazioni, però, Cia ed Fbi non hanno saputo prevenire l'attacco e solo per miracolo non si è verificata una strage. Segno che qualcosa ancora non è a posto nel meccanismo di difesa antiterroristica americano. Segno che la Sigint (Signals Intelligence) sta nuovamente prendendo il sopravvento sulla Humint (Human Intelligence), condizione, questa, che ha portato alla tragedia dell'Undici Settembre.
Oltre alla progressiva nuova espansione del potere talebano in Afghanistan, dove le forze alleate perdono sempre più il controllo del territorio anche nella capitale Kabul, per anni unica area davvero pacificata del Paese, nel 2009 è da segnalare la rinascita dell'opposizione iraniana, a seguito delle farsesche elezioni presidenziali che hanno visto confermato quale Capo dello ...
La settimana che si va a concludere è stata in qualche modo monopolizzata da due grossi eventi internazionali, la cerimonia di apertura della (ad oggi più che sterile) Conferenza Onu sui cambiamenti climatici a Copenhagen e la consegna del Premio Nobel per la Pace al presidente Usa Barack Obama, che, per uno di quei strani casi del destino, ha anche coinciso con l'ennesimo flop delle Forze Armate russe.
Ad Oslo, mentre i media norvegesi e mondiali si interrogavano su un singolare fenomeno luminoso poi rivelatosi essere la scia di un fallito test missilistico di Mosca, Obama ha tenuto un discorso davvero bello, di fatto inaugurando una sua vera e propria dottrina (a tal proposito invito a leggere l'analisi di oggi su Il Foglio di Giuliano Ferrara). La guerra non si può eliminare ed allora che almeno serva a costruire il più possibile un mondo pacificato, dall'Afghanistan all'Iraq, passando anche per gli altri scenari di devastazione del pianeta.
Un realismo quasi alla Carl Schmitt, mi verrebbe da dire. Di errori Obama ne ha fatti e ne farà, è chiaro, ma, per essere un presidente americano, ha lampi di genio talvolta pure in politica estera.
Anche le strane luci che hanno inquietato gli abitanti di Tromsø, nel Nord della Norvegia, ai confini con la Lapponia, hanno un certo rilievo internazionale. Sono infatti l'emblema del fallimento (definitivo)? del missile mare-aria Bulava (8.000 km di gittata), che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere il fiore all'occhiello della Marina Militare russa, ma che nei fatti ha fallito molti dei test di prova (pare ben 9 su 13).
A questo punto, la domanda da porsi è: la Russia è davvero ancora una temibile potenza atomica?
Si sa che l'arsenale ereditato dall'Unione Sovietica già alla fine del periodo di presidenza Eltsin era obsoleto e malandato, non in grado di funzionare alla bisogna, insomma. ...
35.000 mila soldati in più in Afghanistan per 18 mesi (il ritiro delle truppe dal Paese sarebbe previsto per il 2011, anche se nulla è certo attorno a tale eventualità), 30.000 americani e 5.000 alleati. Così ha deciso martedì 1 dicembre il presidente statunitense Barack Obama, giustamente convintosi di come la stabilità del Centro-Sud Asia (incluso il Pakistan) sia fondamentale per la stabilità del pianeta tout court.
È questa la novità più importante della settimana. Che il "leader del mondo libero", come si diceva una volta, abbia preso coscienza di quanto delicato sia il crogiuolo paki-afghano è un buon segnale. Di certo il ticket McCain-Palin non avrebbe avuto bisogno di così tanto tempo per prenderne atto, ma la progressiva acquisizione di realismo di Obama è comunque da accogliere come fatto positivo. Peccato che gli errori commessi dai leader internazionali nei momenti di eccessivo idealismo in genere si paghino per anni ed anni con migliaia di vittime innocenti ...
In Italia, la notizia della settimana è certamente il definitivo sfaldamento dei rapporti fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Le ormai stranote dichiarazioni "fuori onda" di Fini sul premier hanno scavato un solco anche personale fra i due. Fini persegue, ormai è evidente, un proprio disegno "privato" e non perde occasione per smarcarsi dal Cav. Si capirà nei prossimi mesi la bontà o meno della sua strategia.
In Sicilia, clamoroso è l'avvicinamento fra l'Mpa del presidente Raffaele Lombardo e settori del Partito Democratico isolano. In un momento in cui la maggioranza di centrodestra all'Ars è letteralmente a pezzi, una ventina di consiglieri regionali democratici (su 29 complessivi) sembra possano rendersi disponibili a sostenere il governo Lombardo.
La notizia ha suscitato le ire di molti altri esponenti siciliani del Pd, nonché della base, assai restia ad eventuali aperture nel confronti degli autonomisti.
[caption id="attachment_6830" align="aligncenter" width="350" caption="Mappa etnolinguistica ...
Ormai era nell'aria da qualche giorno quindi l'annuncio ufficiale pare aver sorpreso solo Vladmir Putin: la General Motors non vende più la Opel. Finisce così, almeno per il momento, una ridicola telenovela durata mesi e mesi. Sarebbe andata in maniera diversa se l'acquirente fosse stato la Fiat italiana e non il consorzio austro-canadese Magna? Non è dato saperlo, ma il sospetto è fortissimo.
Insomma, a Detroit avrebbero di sicuro gradito di più avere Sergio Marchionne come interlocutore, ma di fronte alla prospettiva di cedere al Cremlino un'azienda importante come Opel (perché, al fine, questa era l'operazione Magna), GM ha preferito non vendere. La Merkel prenda appunti ed impari la lezione.
A pochi giorni dalla vittoria del costruttore di componenti austro-canadese Magna nella "corsa" al controllo di Opel il governo tedesco si sta forse accorgendo che la soluzione prevalsa non è la migliore. Angela Merkel ha quindi piantato una bella frenata dichiarando che «l'intesa non è vincolante». Forse che si è accorta del regalo che Berlino sta per fare a Putin?
Del resto, anche da casa Magna non mancano le perplessità, tanto che il n. 1 del gruppo, Frank Stronach, ha dichiarato che non è mica sicuro che Opel sia salva con l'accordo raggiunto. «Ho fiducia che non porteremo i libri in tribunale - ha detto Stronach alla stampa - ma garanzie non ne possiamo dare».
Non so quello sopra Berlino, ma in questo momento il cielo sopra Russelheim mi sembra davvero grigio scuro ...
Angela Merkel
Alla fine quella che Sergio Marchionne ha definito una «soap opera brasiliana» si è conclusa con la vittoria di Magna, il gruppo di componentistica austro-canadese (per inciso, il Canada in questa vicenda avrebbe comunque "vinto", perché l'ad di Fiat è mezzo canadese, avendo da decenni anche la cittadinanza di Ottawa). Dopo l'annuncio di ieri pomeriggio dell'accordo con General Motors, infatti, nella notte è giunto anche l'ok di Berlino.
Sarà dunque Magna ad acquisire il controllo di Opel. Ma è davvero così? Proviamo ad andare un po' più a fondo alla questione.
In realtà, a ben leggere gli accordi, a Magna va solo il 20% di Opel, il cui 35% rimane a General Motors. Un altro 10% va ai sindacati tedeschi (ottimo segnale verso la partecipazione e cogestione dei lavoratori anche nei colossi industriali, ma la percentuale è ancora bassa).
Ma a chi va il restante 35%? Stando a quel che al momento si è capito (perché ancora molti sono i punti oscuri della vicenda), dovrebbe andare alla banca russa semistatale Sberbank, presieduta da German Gref, economista e politico russo di chiare origini tedesche, un fedelissimo di Putin che in Russia è stato ministro dell'Economia e del Commercio dal maggio 2000 al settembre 2007.
In tal modo, dopo alcuni tentativi andati frustrati, si realizza il sogno di Putin di essere in qualche modo presente in una grossa compagine dell'economia occidentale. Ed il tutto, in aggiunta, con una garanzia di prestito da 5 miliardi di euro da parte dello Stato tedesco (ossia dei suoi contribuenti).
Inoltre, l'accordo raggiunto prevederebbe anche una sorta di cooperazione fra la Opel e la Gaz, indebitata casa automobilistica russa di proprietà dell'oligarga Oleg Deripaska, il magnate dei metalli. Che utilità possa avere una simile partnership per Opel è un mistero di davvero difficile interpretazione.
Ma non è finita qui, perché da alcune indiscrezioni di stampa (lo ...