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In tutta franchezza, dico subito che all'ipotesi, ormai certa, di un governo (tecnico o tecnico-politico che sarà) a guida Mario Monti avrei preferito quella di un governo politico a guida Gianni Letta o Angelino Alfano. Capisco le remore di Silvio Berlusconi nell'utilizzare quest'ultimo in tale caotica fase (il comprensibile timore è di "bruciarlo", dovendo Alfano, nelle intenzioni del Cav., guidare la prossima campagna elettorale nazionale del centrodestra italiano, Formigoni permettendo, ovviamente), ma la soluzione Monti, così gradita ai mercati (appunto perché così gradita ai mercati) mi rende assai perplesso.
Con Monti, sia chiaro, stiamo per cedere la nostra sovranità popolare ad un uomo, per carità, assolutamente perbene, capace e morale, sul quale grava però il sospetto d'essere il garante/portatore di interessi estranei a quelli del popolo italiano. Ex rettore dell'Università Bocconi, ex commissario europeo, Monti, specializzato alla Yale University, è dal 2005 international advisor della banca d'affari Goldman Sachs, che qualche responsabilità potrebbe anche avere avuto nella marea di vendite di Btp che ha colpito l'Italia. Tralascio la sua appartenenza alla Trilateral e le frequentazioni con i Bilderbergs, del tutto legittime, ma non si può non notare come sia la grande pressione internazionale (una pressione che di democratico ha ben poco) a volere Monti premier italiano quale possibile risolutore di tutta una serie di problemi.
Ora, in democrazia, la soluzione dei problemi (e l'Italia sicuramente ne ha tanti) deve sempre essere politica e deve giungere attraverso il confronto/scontro/sintesi fra le diverse visioni, fra le diverse anime di un Paese. Certo, il nostro Parlamento oggi è il frutto di una legge elettorale liberticida, concertata da Silvio Berlusconi e Walter Veltroni al solo fine di escludere comunisti e socialisti da Camera e Senato. Ed allora si cambi legge/sistema elettorale e si torni al voto, ridando alla gente la possibilità di esprimersi in merito alle ...
Fra chi nel Pdl difende a spada tratta Silvio Berlusconi (Angelino Alfano) e chi ne prende le distanze (Roberto Formigoni), chi starà portando avanti la strategia vincente? Di certo al momento, con una quota sempre crescente di simpatizzanti pidiellini disgustati, come il resto degli italiani, dai comportamenti privati del premier, la mossa di Formigoni sembrerebbe quella giusta. Ma c'è un piccolo problema: se si va la voto senza prima cambiare legge elettorale, Berlusconi deciderà personalmente ogni candidatura/nomina del suo Pdl, premiando ovviamente gli uomini a lui più fedeli.
È tutta una scommessa sulla nuova legge elettorale, quindi. Se questa per il momento non vedrà la luce, avrà avuto ragione Alfano a non volersi smarcare da Berlusconi. Se, di contro, si riuscirà - o in Parlamento o con il referendum - a cambiare legge elettorale, aumenteranno le chance di Formigoni di conquistare il partito. Del resto, l'uomo forte di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere attende questo momento da decenni. E, a ben vedere, come leader dei moderati forse forse è davvero il politico più indicato.
[caption id="attachment_11206" align="aligncenter" width="300" caption="Silvio Berlusconi e Roberto Formigoni"][/caption]
Alcuni punti fermi assolutamente irrinunciabili, ossia: legalità e lotta alla mafia, lavoro, accoglienza ai migranti, una sanità pubblica veramente al servizio dei cittadini e che non sia bacino elettorale e centro di smistamento di clientele, tutela dell'ambiente. Eppoi i compagni di strada con cui perseguire gli obiettivi, a cominciare da chi si è mobilitato per i referenda, ma anche le associazioni, in primo luogo quelle antimafia, e i partiti o "pezzi" di partiti, cioè quelle tante persone che ancora sono dentro il Pd e che non gradiscono proprio la scelta di stare al governo con Raffaele Lombardo. È stato questo il senso dell'assemblea “Il vento cambia anche in Sicilia? Costruiamo l’alternativa a Lombardo e al centrodestra”, svoltasi ieri al Centro Culturale Zo di Catania e promossa dalla Federazione della Sinistra per ragionare su un possibile mutamento/mutazione anche in Sicilia, alla luce dei risultati elettorali delle recenti amministrative.
Se è successo a Napoli può accadere anche in Sicilia ed ovunque è prioritaria la lotta alla criminalità organizzata. E infatti all'incontro della Federazione della Sinistra c'erano l'Arci, Libera, Un'altra storia, i vari movimenti per l'acqua pubblica e tante altre realtà dell'associazionismo, a confrontarsi con gli esponenti dei partiti, Rifondazione Comunista FdS, Comunisti italiani-FdS, Socialismo 2000-FdS, Lavoro e Solidarietà, ma anche Italia dei Valori, Sel e, appunto, quella parte del Pd che non si rassegna ad essere subalterna a Raffaele Lombardo e che su di un punto preciso non ha dubbi: con i mafiosi non soltanto non si devono fare affari, ma nemmeno incontrarli.
Dunque, da una parte i dati - quelli autorevoli della Banca d'Italia e degli istituti di ricerca - che parlano di una Sicilia allo stremo, dove non si fanno investimenti, dove più del 40% delle famiglie è sulla soglia della povertà e da dove i giovani sono costretti ad andare via, ...
Dopo Milano, Napoli, Cagliari e molte altre città italiane in cui è soffiato forte un vento di cambiamento (a Napoli una vera e propria tempesta), dopo il clamoroso risultato dei referenda, è possibile che qualcosina inizi non dico a mutare, ma almeno a muoversi (leggermente/lentamente, per carità ...) anche in Sicilia? Per ragionare su tale interrogativo, oggi la Federazione della Sinistra siciliana ha organizzato a Catania un dibattito pubblico dal titolo “Il vento cambia anche in Sicilia? Costruiamo l’alternativa a Lombardo e al centrodestra” (Centro Culturale Zo di piazzale Asia 6, accanto a Le Ciminiere, ore 17.30).
All’incontro prenderanno parte Carmela Cappa (Associazione “Un’altra storia”), Mimmo Cosentino (Comitato politico nazionale Prc), Renato Costa (segretario regionale Cgil medici), Lillo Fasciana (segretario regionale Flc Cgil), Fabio Giambrone (segretario regionale Idv), Maria Giovanna Italia (presidente Arci Catania), Orazio Licandro (segreteria nazionale Pdci), Antonio Marotta (segretario regionale Prc), Valerio Marletta (consigliere provinciale Prc), Erasmo Palazzotto (segretario regionale Sel), Salvatore Petrucci (segretario regionale Pdci), Franco Pignataro (sindaco Pd di Caltagirone), Concetto Scivoletto (coordinatore regionale Socialismo 2000) e Giuseppe Strazzulla (presidente Libera Catania).
Davvero impietosi per i liberaldemocratici i risultati delle elezioni britanniche svoltesi giovedì appena divulgati ufficialmente. Una Waterloo su tutta la linea per il leader Nick Clegg, vicepremier del governo di David Cameron, che ha visto il suo partito tracollare nelle consultazioni per il rinnovo dei governi locali in Galles, Irlanda del Nord e Scozia, ma anche nelle amministrative che si tenevano in numerosi importanti centri del Regno. Inoltre, cosa ben più grave, i Lib-Dem hanno perso il referendum sul sistema elettorale, un referendum da loro fortissimamente voluto.
E così Clegg, vera e propria star mediatica della campagna elettorale per la general election dell'anno scorso, è passato in poche ore da astro nascente della politica britannica a meteora già velocemente passata, tanto che dentro il partito già si parla apertamente di successione.
Addirittura, in Scozia, i Lib-Dem sono crollati al 15%, favorendo il trionfo dello Scottish National Party di Alex Salmond, che ora vorrebbe un referendum sull'indipendenza da Londra. Una scissione del Regno a questo punto non è più ipotesi fantapolitica. Cameron, per inciso, ha subito chiarito che il governo centrale non si opporrebbe alla consultazione.
Vi saranno ora ripercussioni sull'esecutivo a Londra? Non è semplice dirlo. Il Labour Party, che rispetto all'anno scorso ha incrementato i suoi consensi, ha chiesto ai Lib-Dem di rompere l'alleanza con i conservatori, ma difficilmente ciò accadrà. La "strana coppia" Cameron-Clegg per il momento con buona probabilità proseguirà il suo cammino comune, più che altro per mancanza di alternative.
Quanto al referendum sul sistema elettorale, di fronte alla possibilità di modificarlo, tramutando il vecchio maggioritario uninominale in proporzionale, quasi il 70% dell'elettorato ha detto no. I britannici vogliono, com'è sempre stato nella loro storia, il bipartitismo, con un governo ed una opposizione nettamente identificabili. Va da sé che battersi per avere una specifica consultazione e perderla è davvero particolarmente ...
Un forte vento di destra soffia su di una delle più avanzate democrazie del mondo, la Finlandia. I risultati delle elezioni politiche di ieri non lasciano dubbi, il Paese per il momento ha accantonato l'opzione socialdemocratica, preferendo dare fiducia a conservatori e nazionalisti. La spiegazione di tutto ciò è relativamente semplice, i finlandesi hanno detto no ai salvataggi illimitati di chi non rispetta le regole comunitarie che vogliono i conti dei Paesi membri rigorosamente in ordine.
Non a caso, la campagna elettorale è stata tutta incentrata sul caso Portogallo, da poco salvato dalla bancarotta dai denari comunitari. La vittoria dei conservatori, in sé assolutamente normale, è stata però accompagnata dal vero e proprio trionfo degli ultranazionalisti denominatisi "Veri finnici", dato anomalo per la moderata Finlandia. Di fatto la mappa del potere all'interno della Repubblica ne esce completamente ridisegnata.
La Coalizione Nazionale, appunto il partito conservatore, ha conquistato il 20.4% dei consensi, i socialdemocratici il 19.1% e gli ultranazionalisti "Veri Finlandesi" il 19%, diventando così la terza forza politica del Paese grazie al loro carismatico leader, Timo Soini, fautore di una aggressiva visione populista, euroscettica e xenofoba. Gli europeisti del Keskus (Centro), lo storico partito del premier uscente Mari Kiviniemi, sono invece crollati al 15.8%. Non si può dire che siano spariti, ma solo nel caso in cui si dovesse decidere di escludere i nazionalisti dal governo potrebbero risultare determinanti.
Sicuramente forti saranno le conseguenze del voto finlandese anche a livello di istituzioni comunitarie, con la Bce che sarà ancora più isolata di prima nel tenere a bada le voglie di Berlino che spinge per una ristrutturazione dei debiti dei Paesi a rischio senza troppo guardare alle conseguenze sociali. Inoltre, la Finlandia potrebbe ora, come accaduto in Francia ed Olanda con il referendum sulla Costituzione europea, bloccare il ...
In Italia tutto il dibattito politico ormai da anni è ridotto ad un sempiterno referendum pro o contro il premier Silvio Berlusconi. In Sicilia la "consultazione" perenne è pro o contro il presidente della Regione Raffaele Lombardo. Nel suo piccolo, anche Catania è vittima della stessa "sindrome". Mi accorgo che qualsiasi dichiarazione, qualsiasi scelta politica, qualsiasi opzione - anche su problemi asettici e concreti - viene ricondotta al posizionamento di ognuno nei confronti del sindaco Raffaele Stancanelli.
Ovvio che tutto ciò è innaturale. E produce effetti perversi. Perché vedere i mille e più problemi di una nazione, di una regione, di una città solo ed esclusivamente attraverso le lenti deformanti dello scontro (per non dire dell'odio) politico non può certo condurre né al buon governo, nè ad una buona (ed efficace) opposizione. Se lo Stato di cui sono (comunque fiero) cittadino, la Regione che (mio malgrado) mi amministra e la città in cui (incautamente) sono nato si trovano, pur con le ovvie differenze, sul baratro che tutti possono vedere, probabilmente è anche per questa strana vocazione "referendaria" del Paese.
L'Africa ha un nuovo Stato, il Sudan del Sud. Sono infatti stati resi noti i dati ufficiali sul referendum voluto dal Comprehensive Peace Agreement (Cpa), l’accordo di pace firmato nel 2005 Khartoum e i ribelli meridionali dopo oltre un ventennio di repressione e guerra civile.
Capitale sarà Juba e, con buona probabilità, presidente verrà eletto Salva Kiir, il leader locale che in campagna elettorale si è impegnato a sostenere il Sudan del Nord nella sua lotta per la cancellazione del debito del Paese, nonché per l’alleggerimento delle gravi sanzioni internazionali, dovute appunto soprattutto alla situazione nella parte sud.
Nazioni Unite ed Unione Europea hanno accolto con soddisfazione la notizia della nascità della nuova entità, al pari degli Usa. Il presidente Barack Obama si è anche affrettato ad annunciare la volontà di riconoscere il Sudan del Sud come Stato sovrano e indipendente a partire dal 9 luglio, la data in cui ufficialmente entrerà in vigore la secessione appunto decisa dal referendum. Gli Stati Uniti - probabilmente sbagliando - rimuoveranno altresì Khartoum dalla “black list” dei Paesi che sostengono il terrorismo internazionale (la mossa si può considerare una sorta di compensazione dell'accettazione del risultato referendario senza ulteriori spargimenti di sangue).
Dal canto suo, pure Pechino, il cui rapporto con Khartoum è assai forte, ha dichiarato che rispetterà l’esito della consultazione. Non sarà così, invece, per Teheran, che ovviamente vede come il fumo negli occhi la nascita di un nuovo Stato cristiano ed animista. L'Iran prende atto dell'avvenuta secessione, ma ribadisce la propria politica complessiva a sostegno dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale dei Paesi, contro ogni secessione.
Le varie regioni del Sudan del Sud
Ieri, giornata del referendum (dall'esito quasi scontato) per l'indipendenza del Sudan del Sud, circa dieci persone sono morte in scontri tra le tribù rivali dei Dinka e dei Misseriya, nell'area petrolifera di Abyei, zona aspramente contesa fra Nord e Sud a causa, appunto, dei ricchi giacimenti di idrocarburi. I Dinka sono a favore dell'indipendenza di Juba (futura capitale), mentre i rivali Misseriya sono "unionisti" pro Khartoum.
Appare da subito evidente il grave rischio di "balcanizzazione" dell'area. Come appare evidente l'impossibile convivenza oggi fra un certo Islam ed i cristiani. E fors'anche fra popolazioni arabe e non arabe. Perché nel decennale scempio della gente del Sudan meridionale non occorre dimenticare un particolare: gli islamici sono arabi grossomodo bianchi ed i cristiani sono africani neri come la notte. Integralismo religioso e razzismo biologico nel Paese camminano insieme da molto. E l'indicazione stradale che seguono è "Sarajevo" ...
Domani, 9 gennaio 2011, potrebbe essere un giorno storico per l'Africa. Anzi, sicuramente lo sarà. È infatti previsto il referendum per l'indipendeza del Sudan del Sud, che potrebbe divenire, anzi, certamente diverrà, Stato autonomo. Ovviamente si dovrà fare i conti con la reazione di Khartoum, ma il Naivasha Agreement del 2005 fra il governo centrale del Sudan e lo Spla/M (Sudan People's Liberation Army/Movement) è oltremodo chiaro.
Un nuovo Stato, con capitale Juba, si profila all'orizzonte, quindi. Popolato da cristiani ed animisti. E con buoni giacimenti di petrolio. Che dovrebbe, in linea molto teorica, migliorare le condizioni di vita terribili della popolazione, finora vessata dagli islamici del Nord. Chiaro che non sarà così. Quando mai, Alaska e Norvegia a parte, i proventi dell'oro nero hanno contribuito al benessere dei cittadini dei Paesi produttori? In ogni caso, liberarsi dal giogo opprimente di Khartoum sarà già un ottimo primo passo per la rinascita del Sud Sudan.
Mappa del Sudan del Sud
Con un prevedibile 93.2% dei voti questo week end gli islandesi hanno detto "no" al rimborso a Gran Bretagna e Olanda dei debiti dalla banca di Reykjavik Icesave, travolta dalla crisi globale sul finire del 2008. La cifra non è da poco, soprattutto considerando che la popolazione dell'Isola è di circa 280mila abitanti: 3.8 miliardi di euro persi da chi aveva un conto con la banca online del gruppo Landsbanki, il secondo più importante dell’Islanda prima della catastrofe finanziaria scatenata nel mondo dal crollo di Lehman Brothers.
Londra e Den Haag hanno già provveduto al risarcimento dei propri cittadini e ora chiedono a Reykjavik di essere rimborsati. Addirittura, un agreement del 2009 tra i rispettivi governi aveva stabilito le modalità precise del pagamento, previsto in rate da saldare entro il 2024 e il parlamento islandese (il mitico Althing, fondato nel 930 e a ragione ritenuto il più antico al mondo) aveva approvato un progetto di legge in merito. Ma il presidente Olafur Ragnar Grimsson, spinto dalla volontà popolare, ha (giustamente!) rifiutato di promulgarlo.
Con il referendum gli islandesi hanno chiarito una cosa fondamentale: ritengono sommamente ingiusto il pagamento pubblico dei debiti di una banca privata e sperano che proseguendo nei negoziati si possa giungere ad un accordo più favorevole con Gran Bretagna e Olanda. Secondo Grimsson, che nei convulsi giorni del crac ha rischiato di morire per un infarto, si deve lavorare per un accordo equo, ossia il pagamento della sola quota di garanzia sui depositi, come previsto dalla legislazione internazionale.
Ma il referendum/plebiscito è stato anche l'occasione per gli islandesi, il cui reddito dal 2007 è crollato del 30%, di urlare la propria rabbia sia contro il sistema bancario, nazionale ed estero, che contro la propria classe politica, i reali responsabili della pesante situazione.
Dopo le dimissioni del pessimo premier Geir Haarde, un ...
Ieri in 166 comuni della Catalogna si è svolta una consultazione informale sull'indipendenza della ricchissima regione. Il risultato è stato clamoroso, visto come il 94.71% degli elettori si è espresso a favore della secessione da Madrid, ma la percentuale dei votanti (attorno al 30%, 200 mila su 700 mila convocati) è troppo bassa per poter imbastire qualsivoglia serio ragionamento politico.
Ora gli organizzatori chiedono a gran voce un vero referendum vincolante, ma non pare proprio che la cosa sia fra le priorità del premier socialista Zapatero.
La Svizzera ha votato contro la costruzione di nuovi minareti islamici sul suo territorio. Il referendum di revisione costituzionale promosso dalla destra nazionalista è stato infatti vinto con il 57.5% dei voti della popolazione dei 19 cantoni.
Il referendum era stato promosso dal comitato di Egerkingen, composto principalmente da esponenti dell'Unione Democratica Federale, una formazione populista.
Secondo alcuni osservatori, il risultato sarebbe sorprendente visto che dai sondaggi non era precedentemente emerso un profondo malcontento degli elvetici nei confronti dei minareti mussulmani, ma evidentemente una cosa sono le consultazioni demoscopiche, una cosa (assai diversa) sono le consultazioni elettorali vere e proprie.
Nel frattempo, in Italia la Lega Nord, i cui militanti appena qualche anno fa della bandiera italiana dicevano cose al limite del vilipendio, ora riscoprono il Tricolore e addirittura propongono di inserire al suo centro una croce, a sottolineare la fede cattolica della maggior parte della popolazione italiana.