Nel mentre a Copenhagen si attende l'intervento di Barack Obama alla Conferenza Onu sui mutamenti climatici, Al Gore gioca d'anticipo e lancia l’ennesimo (inascolato?) allarme sul cosiddetto riscaldamento globale. «Perché il cambiamento è già in atto - ha detto senza mezzi termini l'ex vicepresidente statunitense davanti alle telecamere della sua avveniristica Current Tv - e la calotta polare artica potrebbe addirittura scomparire durante il periodo estivo, già fra 5 o 7 anni». La percentuale che tale scenario si possa verificare? «Ben il 75%», secondo Gore.
Durante l'intervista, delle nuove ricerche sono state illustrate dall'esponente democratico, che giustamente considera il Polo Nord una delle aree più a rischio del mondo, con temperature che secondo taluni esperti stanno salendo con una rapidità doppia rispetto alla media.
Dopo An Inconvenient Truth, che ha vinto l'Oscar nel 2007 come miglior documentario, Gore si ripropone quindi quale teorico di punta dell'ambientalismo con il suo ultimo saggio, La scelta (in Italia edito da Rizzoli), tentando di dare nuove risposte sul riscaldamento globale.
«Fra gli Stati che stanno facendo di più per salvare il pianeta - sostiene Gore - di certo vi è la Svezia, ma tutti i Paesi scandinavi si stanno comportando bene ed anche la Gran Bretagna è tra i Paesi virtuosi. Del resto, i Paesi scandinavi fanno bene un sacco di cose, forse perché le loro società si sono sviluppate in una regione così fredda ed hanno quindi sviluppato un'etica diversa del lavoro».
«Il futuro della civiltà mondiale, nota Gore, dipende da uno sforzo globale per ridurre drasticamente l'inquinamento che conduce al riscaldamento globale». I passi da compiere? «Lo sviluppo di fonti rinnovabili di energia, di una agricoltura sostenibile e la riduzione della deforestazione. Perché l'alternativa è la catastrofe. Spesso si fa l'errore di confondere ciò che non è mai accaduto con qualcosa d'improbabile, ma sono proprio le ...
Ho appena finito di leggere questo incredibile romanzo, di difficile classificazione, ma di sicura genialità.
Tecnicamente Il sindacato dei poliziotti hiddish, dello scrittore di Washington (anche se vive a Berkeley, in California) Michael Chabon, è un hard-boiled in cui il protagonista non è però un detective privato, ma un poliziotto del distretto di Sitka, in Alaska. Un Alaska scenario di un intreccio fantapolitico davvero riuscito, con uno Stato di Israele che dopo essere stato costituito in Palestina, nel 1948 viene distrutto dagli Stati arabi, con i superstiti costretti a riparare fra i ghiacci del Nord America, dati loro in concessione per cinquant'anni.
Sullo sfondo di una travagliata restituzione agli Usa delle terre detenute per mezzo secolo, si dipana l'inchiesta per omicidio di alcuni detective decisi a fare al meglio il loro mestiere fino all'ultimo.
Quanto al cadavere, questo si scopre appartenere ad un singolare giovane ebreo dalla doti sorprendenti. Attorno alla sua morte ruota un mistero il cui progressivo dipanarsi lascerà di stucco il lettore.
Disincantato, ironico, irriverente, il libro è anche un viaggio di una certa utilità all'interno del blindatissimo mondo dell'ebraismo ultraortodosso.