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Il miracolato della Storia. Vita di Gerald Ford, “presidente per caso”, ma mica male

Scritto da: il 14.07.13 — 0 Commenti
Oggi sono 100 anni dalla nascita di Gerald Ford, personaggio storico a mio avviso di rilievo, giunto alla Casa Bianca dopo una serie di coincidenze strane, ma anche significative, per dirla con Giorgio Galli. Ho pensato di riproporre nel mio blog un articolo scritto anni fa per ricostruire il suo singolare percorso. La battuta per la quale è stato messo per anni alla berlina oggettivamente non fu delle più riuscite, lo ammettiamo, ma in qualche modo evidenziava la modestia dell’uomo: «sono una Ford, non una Lincoln». Intendeva con ciò sottolineare d’essere una persona semplice, al pari della più che popolare automobile della casa di Detroit. Non venne capito. E passò alla Storia come un terribile gaffeur. Di certo giunse alla presidenza per tutta una serie di fortunate circostanze davvero difficili da concepirsi. Ford era il leader della minoranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti quando avvenne l’imponderabile. In un simbolico preludio di quel che sarebbe accaduto nemmeno un anno dopo al principale inquilino della Casa Bianca, il 10 ottobre 1973 il vicepresidente Spiro Agnew fu costretto a dimettersi, pressato da pesanti accuse di evasione fiscale. Grazie al venticinquesimo emendamento alla Costituzione, introdotto nel 1965, Gerald Ford venne quindi scelto da Nixon come nuovo vicepresidente. Con Nixon, il deputato del Michigan aveva sempre avuti dei rapporti sereni, avendone prima sostenuto tutte le scelte belliche, quali i blitz in Laos ed in Cambogia, i bombardamenti sul Vietnam del Nord e, successivamente, gli sforzi diplomatici per giungere ad un dignitoso accordo di pace. Ad onor del vero, quando Agnew si dimise, Nixon in prima battuta pensò di sostituirlo con il democratico John Connally, ma venne poi persuaso a scegliere Gerald Ford, opzione certo più accettabile dall’establishment repubblicano. Sarebbe bastato questo inaudito colpo di fortuna a coronare una carriera politica tutto sommato in chiaroscuro. Ma il Destino era ancora ...

Con il caucus dell’Iowa parte la campagna elettorale 2012 per la Casa Bianca

Scritto da: il 03.01.12 — 0 Commenti
Quattro anni fa l'Iowa premiò il repubblicano conservatore religioso Mike Huckabee, governatore e pastore insieme, impostosi a sorpresa nel suo caucus, la consultazione che inaugura la stagione delle primarie nell'anno delle elezioni presidenziali statunitensi. L'Iowa è uno Stato fatto di tantissimi villaggi sparsi nelle Grandi Pianure. La tradizione gli conferisce l'onore  del "primo colpo" e quindi per qualche settimana ha addosso gli occhi di tutto il mondo, ma non è che i suoi risultati siano in sé e per sé chissà quanto importanti. Possono esserlo a livello psicologico, ma poi, nelle settimane successive, i reali "valori in campo" emergono e si affermano. Il Partito Repubblicano è oggi dominato da Mitt Romney, il mormone ex governatore del Massachusetts, che sarà molto probabilmente lo sfidante del presidente in carica Barack Obama ai primi di novembre. L'altro nome di spicco del Grand Old Party in corsa per la candidatura alla Casa Bianca è l'ex speaker della Camera Newt Gingrich, un uomo che a metà anni Novanta per un bel po' di tempo ha avuto in mano gli Usa più di Bill Clinton senza però riuscire a concretizzare in alcun modo potere e popolarità. Fino a qualche mese or sono i sondaggi erano benevoli nei suoi confronti, nonostante una campagna elettorale confusionaria, ma ad un certo punto è partita un'azione fortemente denigratoria che lo ha sbriciolato. Ufficialmente la gran mole di pubblicità anti Gingrich non ha nulla a che fare con Romney. È stata invece organizzata da Restore Our Future, un comitato d'azione politica, in sigla Pac, di quelli che una recente sentenza della Corte Suprema Usa ha autorizzato a diffondere qualsiasi messaggio politico, anche attaccando personalmente i candidati. E a differenza di questi, un Pac è senza limiti nella possibilità di raccogliere fondi e non ha nemmeno obbligo di trasparenza per quanto riguarda l'identità dei ...

Contro gli Usa guerra monetaria di Cina e Giappone

Scritto da: il 29.12.11 — 2 Commenti
La notizia è certamente la più importante degli ultimi giorni, anche se la stampa occidentale l'ha quasi del tutto ignorata: la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone hanno deciso di abbandonare il dollaro per il loro interscambio commerciale, utilizzando le rispettive valute nazionali, renminbi e yen, per circa il 60% dell'export Pechino-Tokio. Si tratta di una scelta che potrebbe avere ripercussioni pesantissime sullo scenario finanziario mondiale ed anche su quello geopolitico. Il rischio è di una guerra monetaria contro il dollaro che finisca con il coinvolgere anche l'euro, proprio in un momento di debolezza delle due monete. La mossa sino-nipponica in parte è il risultato della richiesta generale di un riassestamento delle maggiori valute mondiali. Gli stessi Usa lo hanno più volte chiesto alla Cina, ma certo non intendevano pressare per l'abbandono del dollaro, tutt'altro. Gli Stati Uniti da anni reclamano una rivalutazione del renminbi, ma Pechino nicchia per difendere il suo export, anzi non è da escludersi addirittura una svalutazione del renminbi entro la fine del 2012. Cosa che farebbe impennare le merci cinesi nel mondo, spazzando via qualsiasi eventuale pessimismo in merito alla possibilità dei prodotti Made in China di "sprintare" ancora sui mercati globali. La Rep Pop rappresenta per l'Impero nipponico il partner commerciale in assoluto più importante. Fra i due Paesi vi sono scambi per 26.5 trilioni di yen (ovvero 3.340 miliardi di dollari), con un trend al rialzo che in 10 anni li ha visti triplicare. Ovvio, quindi, che Tokio (con un debito pubblico che è il più alto al mondo) debba necessariamente concedere qualcosa a Pechino, anche accorgendosi dell'eventuale danno derivante all'alleato americano nell'assecondare i desiderata del colosso post maoista. E dalla decisione di usare renminbi e yen per l'interscambio Cina-Giappone un vulnus per gli Usa già si può intravedere: i due Paesi asiatici avranno meno ...

2050, odissea nella ricchezza (per il Nord del pianeta)

Scritto da: il 27.09.11 — 4 Commenti
L'analisi previsionale di medio-lungo corso è disciplina di grande fascino. Non è semplice cercare di comprendere come sarà il mondo fra 30, 50 o 100 anni, ma già il solo sforzo in tal senso è degno di attenzione. Nel pieno solco della bella tradizione statunitense in campo forecast, per così dire, colpisce la pubblicazione, per i tipi della Einaudi di Torino, di 2050. Il futuro del nuovo Nord, lucida e netta ipotesi su come potrà essere la Terra fra circa 40'anni. Ne è autore Laurence C. Smith, docente di Geografia e di Scienze della Terra e dello Spazio alla University of California in Los Angeles, la mitica Ucla. Per inciso, il geografo californiano nel 2007 ha presentato un dettagliato rapporto al Congresso degli Stati Uniti sui probabili effetti del cambiamento climatico sul Nord del pianeta. Il suo lavoro ha avuto poi grande risalto al Fourth Assessment Report dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite. Lo studio di Smith individua quattro precise forze motrici destinate a cambiare il mondo: innanzitutto la tendenza demografica, poi la crescente domanda di risorse naturali, i cambiamenti climatici in corso e la globalizzazione. Chiaro che con la popolazione mondiale in vorticosa crescita il costo delle risorse naturali, dal petrolio alla stessa vitalissima acqua, non può che aumentare. Che futuro è ragionevole ipotizzare per l'umanità, quindi? Le previsioni di Smith per certi versi sono molto dure:  le Nazioni più vicine al Circolo Polare Artico diventeranno sempre più ricche, potenti, politicamente stabili ed influenti, mentre i Paesi più vicini all'Equatore dovranno affrontare i drammatici problemi della carenza idrica e dell'invecchiamento della loro abnorme popolazione, costretta a vivere in megalopoli sempre meno umane e per di più minacciate perennemente da alluvioni, in un rapporto sempre più rischioso con mari e fiumi. A Nord, invece, soprattutto in Scandinavia e Canada, la ...

Caso Dsk: intanto il finto stupro ha imposto la restaurazione all’Fmi

Scritto da: il 04.07.11 — 0 Commenti
Non era certo stato un pessimo direttore dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn prima dello scandalo sessuale che lo ha (temporaneamente) travolto. Tutt’altro. La sua è stata una figura assolutamente positiva sullo scacchiere globale degli ultimi anni. Direttore del Fondo Monetario Internazionale da fine settembre 2007, Dsk ha tentato di mutarne il volto. Sotto di lui, il Fondo, da bieco esecutore di politiche ultraliberiste, una sorta di usuraio degli Stati e dei popoli, si è trasformato in elemento di riequilibrio dell’economia mondiale, un “medico” delle finanze malate dei Paesi. Una mezza rivoluzione subita dagli Stati Uniti, che per decenni avevano utilizzato l’Fmi come strumento di potere assoluto per imporre ovunque sul pianeta la loro weltanschauung turbocapitalista. Che si trovi proprio qui la chiave di lettura dell’affaire Dsk? Ma a prescindere dalle sorti personali dell’ex direttore - che, scagionato dall'infamante accusa di stupro, potrebbe ora correre per le presidenziali francesi - una domanda da porsi, anzi, la domanda da porsi, riguarda il futuro dell’istituzione da lui guidata fino al "fattaccio". Suo successore è stata nominata Christine Lagarde, ex ministro dell’Economia francese. Di solida formazione americana, la Lagarde garantisce un “ritorno al passato” assai gradito a Washington nella gestione del Fondo, una “controriforma” che tenterà di azzerare i risultati raggiunti da Dsk. Dsk che, prima di essere additato dalla pubblica opinione nella migliore delle ipotesi quale marito infedele, per anni ed anni è stato unanimemente considerato un grande economista, un socialista in grado di gestire in maniera umana una istituzione sovranazionale, l'Fmi appunto, da molti considerata una mostruosità. Quello che a lungo è stato il francese più potente al mondo era riuscito nell’ardua impresa di riformare il Fondo Monetario Internazionale. Che sotto la sua direzione ha smesso di imporre semplicemente tagli draconiani ai bilanci degli Stati “soccorsi”, prediligendo politiche di lungo periodo in grado di garantire il ...

Ayman al-Zawahiri è il nuovo capo di al-Qaeda

Scritto da: il 16.06.11 — 0 Commenti
Com'era nelle previsioni, è Ayman al-Zawahiri il nuovo capo di al-Qaeda. Lo ha reso noto la tv al-Arabiya, amplificando un comunicato jihadista diffuso via Internet. Il medico egiziano è stato a lungo il vice di Osama bin Laden, ucciso il 2 maggio in un blitz delle forze speciali americane ad Abbotabad, non lontano da Islamabad, in Pakistan. Appena qualche giorno fa, aveva registrato una ulteriore dichiarazione di odio nei confronti dell'Occidente, giurando di portare avanti la lotta contro gli Stati Uniti e i loro alleati nel mondo musulmano. «Il comando generale di al-Qaeda annuncia, dopo consultazioni, la designazione dello sciecco Ayman al-Zawahiri alla guida dell'organizzazione», si legge nel comunicato pubblicato su alcuni siti Web islamisti. Nel testo si riafferma che il network del terrore fondamentalista porterà avanti la Jihad, la guerra santa contro Stati Uniti e Israele, colpendo anche gli alleati degli "infedeli", specie in Arabia Saudita. Ayman al-Zawahiri

Verso un Polo Nord danese?

Scritto da: il 16.06.11 — 0 Commenti
La geopolitica del Polo Nord si è infiammata all'improvviso: la Danimarca, infatti, si prepara a rivendicare la sovranità sul Polo Nord che, grazie alle sue risorse naturali, con il progressivo scioglimento dei ghiacci in atto potrebbe diventa un unico immenso giacimento di idrocarburi. Copenhagen sembra voler affrettare di molto i tempi, anticipando gli Stati Uniti e, soprattutto, la Russia. Per questo motivo i danesi sarebbero già pronti a varare una strategia pensata insieme ai propri territori autonomi dell'Artico, ossia Groenlandia e isole Far Oer, sugli sviluppi che con buona probabilità interesseranno l'area nei prossimi dieci anni circa. Il quotidiano danese Information è entrato in possesso della bozza di un documento riservato con i dettagli del piano. Subito dopo il ministro degli Esteri di Copenhagen, Lene Espersen, ha confermato le indiscrezioni con un comunicato ufficiale in cui preannuncia che a breve la strategia del Paese nordico sull'Artico sarà ultimata e resa pubblica. La Espersen ha precisato che si sta cercando di seguire regole comuni sul piano internazionale: «Questo porta ad avanzare tutte le richieste possibili su quanto riteniamo di poter documentare ci appartenga. Lo stesso fanno del resto anche gli altri paesi dell'Artico». Nel documento citato da Information si legge che la Danimarca starebbe per chiedere alle Nazioni Unite la sovranità di «una piattaforma continentale che comprenda cinque aree intorno alle Far Oer e alla Groenlandia e fra queste anche lo stesso Polo Nord». La richiesta dovrebbe essere inviata alle Nazioni Uniti entro il 2014, il termine massimo in entro cui i cinque Paesi polari (oltre alla Danimarca il Canada, gli Stati Uniti, la Russia e la Norvegia) devono avanzare le loro eventuali richieste. Al momento nessuno può acquisire la sovranità sul Polo Nord, sebbene la Russia abbia già cercato di farlo, piazzando nel 2007 una propria bandiera sui fondali del Mare Artico, proprio ...

Disponiamo di dati infiniti, ma non abbiamo nessuna capacità di prevedere gli eventi

Scritto da: il 15.03.11 — 0 Commenti
L'esplosione di una parte di mondo arabo che ci ha così colti alla sprovvista impone una riflessione. Oggi disponiamo di una mole enorme mole di dati. Milioni di informazioni sono in circolazione sul Web e non solo. Abbiamo inoltre anche una discreta capacità di elaborare tali informazioni. Ma, al dunque, non abbiamo nessuna reale capacità previsionale. In sequenza, siamo stati sorpresi dalla repentina caduta del Muro di Berlino nel 1989, dall'attacco a New York l'11 settembre 2001, dal terribile crac della banca d'affari Lehman Brothers nel settembre del 2008 con la conseguente crisi economica globale ed ora dalle rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente. Perché nessuno di questi eventi - tranne la crisi economica, ma solo da qualche analista, inascoltato dai più - è stato previsto? A ben ragionare, il problema è che noi occidentali guardiamo il mondo con occhi vecchi di almeno 50'anni. Siamo ancora convinti che il baricentro del pianeta sia l'Occidente (Europa e Stati Uniti d'America), mentre il vero baricentro è altrove, in Asia. Pechino, Shanghai, Hong Kong, Seul, Tokio, Taipei sono città non meno importanti di Washington, New York, Boston, Londra, Amsterdam o Parigi. Ma noi ci ostiniamo ad ignorarlo. E mentre loro sanno tutto di noi, noi sappiamo pochissimo di loro. E se questo vale per gli assai attenti americani, non parliamo nemmeno dell'Europa. Mai come in questi giorni, infatti, con la crisi libica alle porte, è palese l'assenza non tanto e non solo di una politica europea, quanto l'assenza di un potere politico europeo. Basti fare l'esempio dell'immigrazione. Si cerca di affrontare/bloccare il fenomeno, senza fare nessuno sforzo di capirne le cause. Ovvio che se Bruxelles non riuscirà ad invertire il trend proprio a livello di atteggiamento, di approccio ai problemi, le conseguenze per noi saranno gravissime. Ma farlo capire ai politici è davvero impresa ardua.

Welcome South Sudan

Scritto da: il 08.02.11 — 2 Commenti
L'Africa ha un nuovo Stato, il Sudan del Sud. Sono infatti stati resi noti i dati ufficiali sul referendum voluto dal Comprehensive Peace Agreement (Cpa), l’accordo di pace firmato nel 2005 Khartoum e i ribelli meridionali dopo oltre un ventennio di repressione e guerra civile. Capitale sarà Juba e, con buona probabilità, presidente verrà eletto Salva Kiir, il leader locale che in campagna elettorale si è impegnato a sostenere il Sudan del Nord nella sua lotta per la cancellazione del debito del Paese, nonché per l’alleggerimento delle gravi sanzioni internazionali, dovute appunto soprattutto alla situazione nella parte sud. Nazioni Unite ed Unione Europea hanno accolto con soddisfazione la notizia della nascità della nuova entità, al pari degli Usa. Il presidente Barack Obama si è anche affrettato ad annunciare la volontà di riconoscere il Sudan del Sud come Stato sovrano e indipendente a partire dal 9 luglio, la data in cui ufficialmente entrerà in vigore la secessione appunto decisa dal referendum. Gli Stati Uniti - probabilmente sbagliando - rimuoveranno altresì Khartoum dalla “black list” dei Paesi che sostengono il terrorismo internazionale (la mossa si può considerare una sorta di compensazione dell'accettazione del risultato referendario senza ulteriori spargimenti di sangue). Dal canto suo, pure Pechino, il cui rapporto con Khartoum è assai forte, ha dichiarato che rispetterà l’esito della consultazione. Non sarà così, invece, per Teheran, che ovviamente vede come il fumo negli occhi la nascita di un nuovo Stato cristiano ed animista. L'Iran prende atto dell'avvenuta secessione, ma ribadisce la propria politica complessiva a sostegno dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale dei Paesi, contro ogni secessione. Le varie regioni del Sudan del Sud

“Caldo” al Polo Nord, gelo più giù

Scritto da: il 31.01.11 — 2 Commenti
Davvero tante sono state le anomalie di temperatura evidenziate in questo inizio di nuovo decennio rispetto alle medie dell'arco temporale 2003-2010. Basterebbe solo l'attenta osservazione della settimana tra il 9 e il 16 di gennaio nell'emisfero nord del globo per rendersi conto delle stranezze in corso. La carta geografica sotto lo dimostra ampiamente. Nel Canada occidentale e centrale, infatti, come pure negli Stati Uniti ed in Scandinavia, è stato registrato un freddo molto più intenso del normale delle con punte (evidenziate in blu scuro) sino a 18 gradi sotto la media stagionale. Il primato spetta al clamoroso -43 gradi Celsius di International Falls, nel Minnesota. Paradossalmente, invece, in zone di norma attorno ai -40 gradi invernali, come il nord del Quebec, l'isola Baffin, la Groelandia occidentale, l'estrema propaggine orientale della Siberia, l'Alaska e l'intero arcipelago artico del Canada, le temperature hanno raggiunto i 18 gradi sopra la media stagionale, con un "caldo" inusuale da quelle parti che è davvero stato il benvenuto. Mappa delle temperature dell'inverno 2010-2011 nell'area artica

WikiLeaks Files, una tempesta in una tazzina di caffè

Scritto da: il 29.11.10 — 0 Commenti
Molto nervosismo nei giorni scorsi per le temutissime (anche troppo) rivelazioni di WikiLeaks, il sito creato dall'australiano Julian Assange che riesce ad ottenere documenti riservati e notizie sensibili sulle strategie e le scelte dei governi del mondo per immetterle on line. Sulla moralità di simili operazioni ogni dubbio è lecito, visto che in determinati casi è stata seriamente messa a repentaglio la vita di soldati ed agenti occidentali impegnati in incandescenti scenari di guerra, ma certo su quest'ultima massiccia fuga di notizie è stata l'esagerazione a farla da padrona assoluta. Perché a ben leggere la marea di documenti riservati delle Ambasciate statunitensi con la quale l'irresponsabile Assange ha inondato le redazioni dell'intero pianeta vi sono infatti molte ovvietà e pochi scoop. Insomma, altro che «11 settembre della diplomazia», come - un po' troppo ansiosamente - il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha definito la giornata di ieri.  Tutto sommato una tempesta in un bicchier d'acqua. Anzi, vista l'isteria collettiva scatenatasi, in una tazzina di caffè ... Ma proviamo a fare un piccolo elenco delle rivelazioni più banali e di quelle di contro più inedite e interessanti pubblicate da WikiLeaks. BanalityLeaks 1) Da anni si poteva notare una (neanche tanto) vaga rassomiglianza fra Gheddafi e Michael Jackson (tutte le facce "plastificate" un po' hanno qualcosa in comune). Che il leader libico faccia uso di butulino antirughe è quindi una notizia, oltre che inutile in sé, di una ovvietà assoluta, probabilmente la più esilarante fra quelle diffuse da Assange. 2) Non è che si potesse mai pensare ad una profonda stima della corrente amministrazione americana nei confronti del premier italiano Berlusconi, sostanzialmente considerato un incapace. Quando uno parte con il piede sbagliato (l'infelicissima frase sull'Obama «abbronzato» pronunciata durante la campagna 2008 per la Casa Bianca) poi è difficile assai recuperare. Ovvio che i giudizi tranchant ...

Le mafie sono ormai un fenomeno geopolitico: la morte di Nick Rizzuto potrebbe causare un effetto domino, ma il reale pericolo sono le Triadi

Scritto da: il 12.11.10 — 0 Commenti
La notizia della morte violenta dell'86enne Nick Rizzuto - padrino della mafia italo-americana assassinato nella sua casa di Montreal, in Canada, dopo che nei mesi scorsi erano stati uccisi il nipote Nick jr ed il cognato Paolo Renda, mente finanziaria del gruppo - ha riportato sotto i riflettori la questione dei gruppi criminali transnazionali. L'impressione è che alcuni equilibri si siano rotti e che la morte di Rizzuto possa scatenare una nuova guerra di mafia con un effetto domino che dal Canada potrebbe anche giungere fino all'Italia. Quello che però si evince chiaramente leggendo le note biografiche di Rizzuto diffuse fra ieri ed oggi dai media è il carattere sempre più globale dei gruppi criminali operanti sullo scenario internazionale. Insomma, mafia italiana ed italo-americana, ma anche Yakuza giapponese, narcos centro e sudamericani, mafie slave (russa, ucraina, bulgara, albanese, kosovaro-albanese, serba e croata) e Triadi cinesi si sono da tempo trasformati in veri e propri soggetti geopolitici, con un peso in taluni casi non molto dissimile a quello delle entità statali entro le quali operano. È il caso, ad esempio, della mafia russa, che nel territorio dell’ex Unione Sovietica dispone di più di 5.000 gruppi malavitosi, dei quali circa 3.500 (molti, per inciso, di origine cecena) operanti all’interno della sola Federazione. Secondo talune stime, queste bande, che generalmente presentano delle loro peculiarità etniche o di specializzazione criminale, sarebbero addirittura in grado di manovrare il 40% del Pil russo. Enorme è stato anche il peso geopolitico del cartello di Medellin, che ha per decenni inondato il mondo di stupefacenti operandovi profondi mutamenti sociali e considerando l’intero pianeta come un unico immenso mercato. Il narcotraffico, sotto la guida di Pablo Escobar, è divenuto una sorta di global business come mai prima era accaduto ed i narcos colombiani hanno rappresentato per anni un vero Stato nello ...

G20, oltre il fallimento

Scritto da: il 12.11.10 — 1 Commento
Il G20 in corso a Seul, in Corea del Sud, sarà senza dubbio un fallimento. Anzi, andrà oltre il fallimento, nel senso che sancirà una volta per tutte la sua totale inutilità. Un flatus vocis planetario che serve solo al Paese ed alla città che a turno ospita il vertice per aver puntati addosso i riflettori dei media internazionali per qualche giorno. Ma per quanto riguarda decisioni concrete o indirizzi realistici per la risoluzione dei problemi in campo nulla di nulla. Alla fine, come sempre, sarà stilata e presentata una “lista dei desideri” che all'incontro successivo non si avrà nemmeno il coraggio di riprendere in mano per constatare quanto essa sia stata disattesa. A Seul gli Stati Uniti sono arrivati con intenti bellicosi nei confronti della Cina, a ragione accusata di mantenere artatamente basso il cambio dello yuan-renmimbi per agevolare il suo export, ma la recentissima scelta della Federal Reserve di iniettare pesantemente liquidità nel sistema economico americano, acquistando 600 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, pone oggi Washington sul banco degli imputati, non Pechino. Il timore (soprattutto) di Bruxelles è che si possa scatenare una spirale inflazionistica. Da qui le dure critiche, non solo europee, all'operato di Ben Bernanke. Ma perché questa “genetica” propensione al fallimento del G20 (come pure del G8)? una spiegazione credo condivisibile a 360° è che i summit (più o meno) globali danno in genere, ed è anche comprensibile per certi versi, una priorità praticamente assoluta alle emergenze, tralasciando di affrontare i temi economico-finanziari centrali di medio-lungo periodo. Altra valutazione da fare - certo meno condivisibile dall'ampio pubblico e dalla maggioranza degli addetti ai lavori, ma la si prenda più che altro come una provocazione - è che, a prescindere dall'ormai conclamata incapacità dell'Unione Europea di parlare con una single voice, che pure sarebbe utilissima, il ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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